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Roma. Presentati i dati dell’indagine su giovani e impegno civico
Questa mattina, alla Pontificia Università della Santa Croce, sono stati presentati i risultati dell’indagine sull’ascolto dei giovaniFootprints: Young people’s values, hopes and expectations. La ricerca, condotta tra gennaio e febbraio 2026, ha coinvolto un campione di 9.000 giovani (18-29 anni) in 9 Paesi (Argentina, Brasile, Filippine, Italia, Kenya, Messico, Regno Unito, Spagna e Stati Uniti), delineando una ridefinizione del concetto di lavoro, benessere e realizzazione personale tra Generazione Z e Millennials. Le conclusioni più significative dello studio Footprints riguardano:
1. Benessere lavorativo e “stipendio emotivo” – Il 48% dei giovani intervistati dichiara che sarebbe disposto a lasciare un impiego stabile e ben retribuito qualora l’ambiente lavorativo fosse percepito come “tossico”. Tale tendenza risulta più marcata tra le donne (53%) rispetto agli uomini (43%).
Lo stipendio rimane comunque un fattore prioritario per il 29% del campione globale, con percentuali più elevate in Argentina e Messico (35%). Accanto alla componente economica, emerge in modo crescente il tema del cosiddetto “stipendio emotivo”, legato alla qualità dell’ambiente di lavoro e al benessere psicologico. Tra i fattori di scelta professionale figurano anche la realizzazione personale e il contesto lavorativo: nelle Filippine (19%) e in Italia (17%) la “realizzazione personale” rappresenta la principale priorità lavorativa.
2. Il significato del lavoro – Alla domanda sul significato del lavoro, il 15% dei giovani indica al primo posto la “passione”, seguita molto da vicino dalla “carriera professionale” (14%). Seguono “necessità” e “responsabilità” (entrambe al 13%), mentre “opportunità” (9%), “realizzazione” (8%), “creatività” e “vocazione” (6%) occupano posizioni intermedie. I termini meno associati al concetto di lavoro sono invece “dovere”, “servizio” e “sacrificio” (5%).
I credenti attribuiscono alla “responsabilità” un’importanza maggiore rispetto ai loro coetanei non credenti (+5 punti percentuali), collocandosi invece la “necessità” più in basso nella classifica. In questa stessa linea, gli intervistati insoddisfatti della propria vita tendono ad associare il lavoro soprattutto ai concetti di “necessità” e “opportunità”.
3. Vocazione professionale e benessere – Il rapporto evidenzia una correlazione significativa tra senso di vocazione e benessere percepito: il 55% dei giovani che dichiarano di avere una vocazione professionale si definisce felice, rispetto al 27% di chi non la percepisce. I settori della sanità, dell’istruzione e dell’ingegneria risultano quelli maggiormente associati a un elevato senso di chiamata Il “Happiness Gap“: l’impatto della fede sul benessere Un ulteriore elemento di rilievo riguarda il ruolo della fede.
I giovani credenti riportano un livello medio di felicità pari a 7,1, contro il 6,3 dei non credenti. Il cosiddetto “Happiness Gap” risulta particolarmente evidente in America Latina, con Brasile (7,5) e Messico (7,4) tra i valori più elevati.
In termini di percezione individuale, l’81% dei giovani credenti afferma che la propria fede rappresenta una guida importante nelle decisioni quotidiane. Inoltre, oltre il 60% dichiara che il proprio lavoro possiede un significato anche spirituale, mentre il 54% lo considera uno spazio di espressione o ricerca spirituale. A livello geografico, la centralità della religione risulta più marcata in Kenya (97%) e nelle Filippine (94%), mentre in Europa si registra una minore incidenza. In Italia, il 53% dei giovani considera la religione un punto di riferimento.
4. Partecipazione sociale e comunitaria – I dati mostrano inoltre una maggiore partecipazione civica tra i giovani credenti: il 32% partecipa ad organizzazioni religiose e il 21% ad associazioni civili, valori superiori rispetto ai non credenti (7% e 13%). In Kenya si registrano i livelli più elevati di partecipazione (54% e 34%), mentre in Argentina i livelli risultano più contenuti.
5. Partecipazione politica – La partecipazione politica risulta costantemente più elevata tra i credenti in tutte le attività considerate. Le differenze più marcate si registrano nella partecipazione a campagne di sensibilizzazione, dove le persone che credono in Dio mostrano un livello di coinvolgimento regolare superiore di oltre 10 punti percentuali rispetto ai non credenti. Il 74% dei credenti dichiara di votare in occasione delle elezioni, rispetto al 69% dei non credenti. Inoltre, il 47% afferma di esprimere le proprie opinioni su temi sociali o politici attraverso i social media o altri spazi digitali, contro il 39% dei non credenti. Infine, il 41% dei credenti partecipa a campagne o azioni di sensibilizzazione — come marce, petizioni, campagne digitali o iniziative ambientali e sociali — rispetto al 29% dei non credenti.
6. Istruzione superiore – L’87% dei giovani ritiene che l’istruzione sia utile per ottenere un lavoro ben retribuito, con il Kenya (96%) e il Brasile (92%) che mostrano i livelli più alti di fiducia. Oltre alle competenze tecniche, il principale valore attribuito all’università è considerato quello di “accedere a lavori migliori”.
7. Settore lavorativo preferito – La maggior parte dei giovani preferirebbe lavorare nel settore privato o in quello pubblico, anche se 1 giovane su 10 dichiara di non avere ancora le idee chiare. Il 24% sceglierebbe il settore privato (impresa o commercio), mentre il 21% preferirebbe il settore pubblico. Seguono l’imprenditoria autonoma (18%), il lavoro come libero professionista o freelance (11%) e l’economia digitale, tecnologica o delle start-up (8%). Percentuali più basse riguardano il lavoro nelle ONG (4%), il lavoro su piattaforme digitali o nell’economia collaborativa (2%) e altre opzioni (1%).
8. Competenze e mercato del lavoro – Per il successo professionale, i giovani attribuiscono maggiore importanza alle competenze trasversali rispetto a quelle tecniche. Le priorità indicate sono: lavoro di squadra (27%), comunicazione (24%), competenze digitali (11%) e conoscenza delle lingue (10%).
La famiglia rappresenta il principale fattore di influenza nella costruzione della visione del lavoro (62%), seguita da università (41%) e amici (33%).
9. Lavoro da remoto e condizioni lavorative – Il 71% dei giovani ha esperienza di lavoro o studio da remoto. Tra i principali vantaggi vengono segnalati la flessibilità oraria (60%), mentre il 40% evidenzia criticità legate all’isolamento sociale. Tale percentuale risulta più elevata in Kenya (51%) e nel Regno Unito (50%). Il 39% degli intervistati rileva inoltre un peggioramento nella comunicazione all’interno dei team in modalità remota.

10. Prospettive occupazionali e criticità – Sei giovani su dieci dichiarano ottimismo rispetto alle proprie prospettive lavorative future. Tuttavia, i livelli di fiducia risultano più elevati tra i credenti (47%) rispetto ai non credenti (27%). La principale difficoltà percepita nell’accesso al lavoro è la mancanza di opportunità (56%), con valori più alti in Argentina e Kenya (67%).
11. Informazione e media digitali – Il rapporto conferma il ruolo centrale dei social media come principale fonte di informazione per il 59% dei giovani tra i 18 e i 29 anni. Tuttavia, la televisione mantiene un peso significativo in alcuni contesti nazionali, tra cui Spagna (25%) e Argentina (24%). In caso di necessità emotiva o di supporto, il 37% dei giovani dichiara di rivolgersi a internet, superando il ricorso ai canali istituzionali.
12. Equilibrio tra lavoro e riposo – Sebbene il 90% degli intervistati consideri il riposo essenziale per una vita lavorativa equilibrata, oltre il 60% afferma di percepire una pressione costante a rimanere produttivo anche in condizioni di affaticamento.
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Il rapporto del 2026 del progetto di ricerca Footprints: Young people’s values, hopes and expectations restituisce così l’immagine di una generazione che, pur attraversata da fragilità e incertezze, continua a interrogarsi con lucidità sul proprio futuro. Il lavoro non è più letto soltanto come fonte di reddito, ma come spazio di senso, relazione e realizzazione personale; allo stesso tempo, emergono con forza il bisogno di ambienti sostenibili, il valore del benessere psicologico e la ricerca di un equilibrio tra vita professionale e vita personale. In questo scenario, la fede, dove presente, si configura per molti giovani come una risorsa capace di orientare e contribuire al benessere complessivo, mentre la partecipazione sociale e la dimensione comunitaria restano elementi centrali nella costruzione dell’identità e dell’impegno civico.
Nel complesso, i risultati dell’indagine indicano una trasformazione profonda delle aspettative delle nuove generazioni, che chiedono al mondo del lavoro e alle istituzioni non solo opportunità, ma anche riconoscimento, ascolto e significato.
