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Libano: mons. Rahmé (Baalbek), “cresce l’odio tra i libanesi, rischio escalation ma evitare guerra civile”
“C’è un grande problema che peggiora di giorno in giorno in Libano: il crescente odio tra i libanesi”. Lo afferma al Sir l’arcivescovo maronita di Baalbeck-Deir El-Ahmar, mons. Hanna Rahmé, descrivendo un Paese segnato da tensioni interne sempre più evidenti, anche se per ora limitate al piano verbale. “Non si è ancora arrivati agli scontri fisici, ma la tensione cresce progressivamente”, avverte. Il conflitto, spiega il presule, si è riacceso il 2 marzo scorso, dopo l’estensione della guerra in seguito al raid Usa-Israele in Iran del 28 febbraio e alla morte della guida iraniana Ali Khamenei. Hezbollah, alleato di Teheran, ha reagito con lanci di razzi verso Israele, che ha risposto con bombardamenti e ordini di evacuazione per decine di villaggi nel sud del Libano. Secondo stime attendibili, gli sfollati interni hanno superato il milione. “Stiamo assistendo a una vera emergenza umanitaria”, afferma mons. Rahmé. Centinaia di migliaia di persone hanno lasciato il sud, Beirut e la Bekaa, cercando rifugio in zone più sicure. Nella sua diocesi, che comprende 14 villaggi maroniti, sono state accolte circa 8.000 persone: solo una parte nei centri ufficiali, mentre la maggioranza è ospitata in abitazioni private, parrocchie e conventi. In alcune aree, come Qaras Baalbek, Feka e Jabboulé, si registrano numeri significativi di sfollati. La situazione resta fluida: alcune famiglie rientrano di giorno nelle proprie case per lavorare o recuperare beni, tornando poi la sera nei luoghi di accoglienza. “Non c’è stabilità nei numeri, ma restiamo attorno alle 8.000 presenze”, precisa il vescovo. Divisioni interne. All’interno della popolazione emergono anche divisioni: c’è chi, vicino a Hezbollah, sceglie di restare per “resistere” e chi invece rifiuta la guerra, alimentando tensioni tra i libanesi. Alla base della crisi, secondo mons. Rahmé, vi è la debolezza dello Stato. Hezbollah, fondato nel 1982, “ha costruito uno Stato nello Stato” con il sostegno iraniano, consolidando la propria influenza anche nelle istituzioni. “Non si accede agli apparati statali senza passare da Hezbollah o da Nabih Berri”, leader del movimento Amal e figura centrale della politica libanese, osserva. Tuttavia, sottolinea, non tutti gli sciiti sostengono l’islam politico, elemento ben noto al presidente della Repubblica, Joseph Aoun. Il rischio di uno scontro tra esercito e Hezbollah è reale e va evitato: “La situazione è molto delicata. Non si deve indebolire l’esercito, ma soprattutto va evitata una nuova guerra civile”. Disarmare Hezbollah, riconosce il presule, sarà difficile: il movimento dispone di armi sofisticate e infrastrutture militari nascoste, mentre l’esercito libanese non ha le stesse capacità. Un segnale politico significativo, tuttavia, arriva dalla recente decisione delle autorità libanesi di dichiarare “persona non grata” l’ambasciatore iraniano, intimandogli di lasciare il Paese. “È un atto coraggioso”, commenta mons. Rahmé. Diocesi in campo. Sul piano umanitario, il vescovo evidenzia la generosità della popolazione locale, nonostante una crisi economica durissima. Nella sua diocesi, per sostenere l’ospedale Al-Mahabba di Deir el-Ahmar, l’arcivescovo maronita ha contratto debiti personali per circa 165.000 dollari. Grazie agli aiuti internazionali, tra cui quelli di Aiuto alla Chiesa che Soffre, sono stati distribuiti 500 pacchi alimentari alle famiglie più vulnerabili. “Cristiani e musulmani si aiutano a vicenda: chi può ospita chi è in difficoltà”, racconta. Guardando al futuro, mons. Rahmé è netto: “Non ci sarà cambiamento in Libano senza un cambiamento in Iran”. E avverte: “Se continueranno i bombardamenti israeliani e Hezbollah manterrà le sue armi, la guerra continuerà”. Da qui l’appello finale: “Lo Stato deve essere rafforzato e avere il controllo totale. Non devono esserci armi al di fuori dall’esercito regolare. Il Libano ha bisogno di recuperare la propria sovranità”.
