La fuga della Santa Famiglia in un’opera contemporanea

La scena è divisa per capitoli, con i personaggi che sono raggruppati in posizioni diverse ed esprimono emozioni

Nelle rare rappresentazioni della Santa Famiglia, in fuga verso l’Egitto per sottrarsi alla furia omicida di Erode, Gesù, Giuseppe e Maria sono solitamente ritratti in una situazione di riposo e di quiete. Il Giubileo della Speranza, che si è da poco concluso, ha ispirato la produzione di un’opera d’arte, che ripropone l’episodio biblico della fuga da una prospettiva nuova. Si chiama “La Famiglia esule” l’olio su tela di 200×120 cm, realizzato dal pittore e musicista Alessandro Fantera (classe 1997), nato in Russia ma residente a Bologna, in collaborazione con lo scrittore Francesco Lisbona, suo curatore, con la critica d’arte, Milena Naldi, e con l’architetto, Pierluigi Cervellati. Iniziato a Dicembre del 2024 e concluso ad Ottobre del 2025, il quadro è stato recentemente presentato presso il Palazzo di San Callisto a Roma, e donato al Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. L’opera propone una lettura del tutto diversa della fuga in Egitto della Santa Famiglia, accentuando non solo il lato emotivo della vicenda storica ma anche quello più drammatico, legato ai temi dell’esilio, del dolore, dello sradicamento dalla propria terra natia e della precarietà, tutte tematiche estremamente attuali. La scena ha un’ambientazione contemporanea, che richiama alla memoria la Striscia di Gaza e, di conseguenza, la situazione estremamente difficile che questa terra sta vivendo, per via del conflitto tra Israele e Hamas. La Santa Famiglia viene ritratta mentre attraversa un paesaggio arido e fratturato, segnato dalle ferite, dalle lotte, dalla violenza, solcato da un fiume che è sia un confine naturale che morale e umano, oltre a fungere da luogo mentale in cui convivono, in maniera contrastante, senso di distruzione e sacralità, sofferenza e attesa. L’immagine ha una composizione complessa e articolata, presenta un forte simbolismo, espresso per mezzo di un linguaggio vivo ed evocativo, ed è suddivisa in più sezioni nelle quali si esplicano le azioni dei personaggi. Divise fisicamente e concettualmente dal fiume, le figure danno luogo ad una narrazione corale, nella quale ogni singolo volto esprime un’emozione e ha una certa struttura anatomica. A sinistra sono visibili dei guerrieri che combattono per Erode, richiamando alla memoria la strage degli innocenti. Una madre offre il proprio figlio ad un angelo, mentre un panno rosso, che rievoca la colonna di fuoco dell’Esodo, blocca gli aguzzini. A destra, invece, Maria, Giuseppe e il bambino prendono le distanze dal combattimento in corso, incamminandosi lungo la Striscia di Gaza alla ricerca di un futuro incerto, spinti dalla speranza. Maria, raccolta e dolente, mantiene una certa compostezza ed è divisa tra coinvolgimento emotivo e formalità, mentre Giuseppe protegge il piccolo. I personaggi posti più in alto salutano un altro angelo che indica loro la strada, mentre in basso è visibile il corpo senza vita di un uomo dentro le acque inquinate, un chiaro rimando alle migrazioni contemporanee. Nella tela la luce è calibrata con cura, è selettiva e diffusa, separa i piani narrativi e accentua i nodi teologici e simbolici della scena. La tavolozza alterna i toni caldi e terrosi del suolo ai blu profondi e drammatici del cielo, generando un contrasto sentimentale e spirituale. L’opera induce a riflettere sul tema dell’esilio, sulla precarietà, sull’erranza e sulla condizione dei migranti, che abbandonano le loro terre. Il quadro vuole denunciare la perdita di vite umane che affogano nel mare dell’egoismo, invita alla responsabilità condivisa e a meditare sulla coscienza umana. La fede è l’asse portante che permette di incrociare il passato con il presente e la tradizione con la modernità. L’artista ha fatto sue le indicazione esposte nell’enciclica Laudato Si’ di Bergoglio e nel messaggio sulla pace di Leone XIV, per trattare i temi della spiritualità, dell’accoglienza e della speranza.