Cultura
Le strofe della soglia – Il cuore del Canticum
Il libro di Sorrentino sottolinea il rapporto tra il Poverello e il vescovado di Assisi
Monsignor Domenico Sorrentino, vescovo emerito di Assisi, propone una rilettura del “Cantico di frate sole” nel suo volume intitolato Il cuore nascosto del Cantico: Da sora Morte a frate Sole, San Francesco e le strofe del vescovado” (Mondadori editore). Per giungere al cuore di questa lauda – secondo il presule – è necessario fare delle operazioni di profondità, rovesciando il testo e partendo dalle ultime strofe, così da offrire un’interpretazione nuova che si discosti dagli studi canonici compiuti finora. “Partendo dalle ultime strofe – scrive – si può cogliere il valore autentico del Cantico, l’essenza vera del messaggio francescano”. Le stanze finali (Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare … / Beati quelli che trovarà ne le tue / santissime voluntati, ka la morte / secunda no ‘l farrà male) non parlano dell’ecologia, ma del dramma umano e di un mondo ferito e sofferente, a causa delle guerre e dell’odio fra le persone. Sono versi intrisi di perdono (Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore), di pena e di morte, scritti da Francesco per elevare le lodi a Dio, in un momento di estremo dolore personale e di prova fisica e spirituale, vissuto ad Assisi dopo l’esperienza a La Verna, negli ultimi anni della sua vita. In questo oscuro frangente, il Poverello chiede al Signore la grazia dell’illuminazione – spiega Sorrentino – e il Signore gli dona quella luce che è anticipazione del regno di amore, in cui finirà dopo la sua vicenda terrena, per la cui cosa il Serafico osanna le meraviglie dell’universo. “Quando c’è sofferenza c’è bisogno di consolazione, quando c’è morte c’è bisogno di porsi il problema del senso della vita e dare una risposta a questo nostro grande incubo”, le parole di Sorrentino. Le ultime stanze non nascono, come le prime, in un ambiente bello sul piano naturale come San Damiano, ma nell’ambiente del vescovado che viene offerto al santo nel momento del bisogno. Il vescovo Guido apre le porte dell’episcopio a Francesco, infermo, sia nel penultimo che nell’ultimo anno, diventando il suo grande accompagnatore, nella crisi che sta attraversando e che lo porta alla santità. La presunta limitata presenza dei vescovi, nella narrazione di Francesco, è stata alimentata da un fatto: papa Gregorio IX, nel 1223, decide di sottrarre al presule di Assisi la giurisdizione sulla basilica costruita da poco, dove staziona il corpo moribondo del santo, affidandola alla Santa Sede. Preso dalla profonda meditazione, mentre redige le ultime strofe in preda al dolore, Francesco racconta il retroscena di alcuni eventi storici, tra cui la riconciliazione tra Guido e il podestà di Assisi. Solo nel 2005 Ratzinger restituisce al vescovado la sua guida e la giurisdizione dell’attività pastorale della basilica papale di san Francesco, e di quella papale di santa Maria degli Angeli. L’insegnamento che il lettore trae dal Cantico e, in particolare, dalla fine del componimento, è che bisogna prendere sul serio la condizione umana, che è bella ma anche fragile. Proprio in questa fragilità, tuttavia, vibra la presenza di Dio. Nell’ottavo centenario del pio transito, dobbiamo cogliere questa concezione tutta francescana e cristiana della morte, che non è più il nemico per eccellenza. Essa è diventata sorella perché Cristo l’ha resa tale, affidandole il compito di prenderci per mano e di condurci alla luce della Risurrezione. Da “sora morte” a “frate sole”, il sottotitolo del libro, indica che “frate sole” non è da intendere solo nella sua connotazione materiale di astro, ma come simbolo che trascina verso qualcosa di più alto. Il Cantico ci aiuta a guardare la morte, dunque anche l’ottavo centenario deve essere visto e vissuto in termini di luce che sconfigge le tenebre.
