Suor Clarice, la religiosa e poetessa calabrese amante della poesia

La religiosa approfondì lo studio delle lingue classiche e analizzò la condizione della sua anima scrivendo versi

Chi è costei che apparisce simile all’alba, bella come la luna, pura come il sole? Ella è la colomba di San Marco Argentano; discesa dai giardini del cielo nella valle irrigata dal Malosa e dal Fullone”. Con queste parole, tratte dal Cantico dei Cantici, lo storico, politico e letterato, Davide Andreotti Loria, definì una giovane fanciulla calabrese dimenticata dalla storia, Maria Beatrice Teresa Selvaggi, sul numero del “Calabrese” del 1881. Nata a San Marco Argentano, in provincia di Cosenza, il 21 ottobre 1820, era figlia del barone Giovanni e di N.D. Rosina Vercillo. Piccola, umile, riservata, modesta e caritatevole, Maria Teresa non amava mettersi in mostra. Provenendo da una famiglia nobile e ricevendo una buona istruzione da ben due istitutrici, manifestò una grande sete di conoscenza che la portò ad approfondire lo studio del latino e del greco. Da bambina sentì subito la chiamata alla vocazione religiosa, chiedendo addirittura di poter vestire l’abito della Madonna Immacolata a soli 10 anni, secondo un antico culto introdotto nel 1590 dal suo antenato, il barone Francesco Selvaggi, nella Congrega di San Giovanni Battista. La ragazza coltivò l’amore per la poesia, che considerava un mezzo efficace per distaccarsi dal materialismo e per elevare lo spirito, dando voce alla fantasia e alla passione. Tra le sue prime poesie, che le valsero il rispetto dei familiari, vi sono quelle che confluirono nella raccolta La Ghirlandella di odicine sacre, composta da quindici sezioni fra cui: Cinque giorni; Fiori; Poesie funebri; Poesie politiche e religiose; La vita claustrale; La creazione; A Maria; Leggende; Cantiche; Sonetti. L’autrice era convinta che, partendo dalle proprie esperienze adolescenziali e religiose, avrebbe potuto indagare la condizione della sua anima che, inevitabilmente, si svela nei suoi versi. Scrisse componimenti lirici per onorare la memoria dei suoi familiari defunti, in particolare del fratello maggiore, Baldassare, deceduto a soli 19 anni, della madre e del padre. Queste grandi perdite, che le procurarono un dolore immenso, la indussero a scrivere che “Quante volte mesta e tacita, rimirando il mio Sammarco – muta e immobile rimango – e di duol il cuore é carco. Penso ai morti, e volgo il guardo anelo – per rivederli in Cielo”. Nel 1837 mise mano alla poesia politica, dimostrando una certa sensibilità per le questioni riguardanti la patria. La chiamata religiosa arrivò e lei si confidò col fratello Vincenzo, dicendogli che voleva farsi suora, entrando nell’Ordine di santa Chiara, di cui esisteva un convento a S. Marco Argentano. Ritiratasi nel monastero, la giovane si dedicò agli studi classici e religiosi, alla preghiera, al lavoro e alla stesura di sonetti. Nel 1838 vestì l’abito di santa Chiara e, nel 1841, prese i voti perpetui, venendo consacrata dal vescovo, mons. Felice Greco, con il nome di suor Clarice. Compose tre poesie per celebrare la sua nuova vita: La suora, Il Velamento e Il mio stato. Al Signore chiese consolazione, scrivendo: “come il fior che abbassa il capo – chiede aita ai rai del sol – tale l’alma oppressa e lassa – va cercando a Dio consuol“. Si diffuse presto, in tutta la Calabria, la fama di santità legata alla figura di suor Clarice. L’abate Vercillo, conoscendola, disse di lei: “Ora che ho ammirato le eminenti di lei virtù morali ed intellettuali, convengo che impongano in chiunque l’ammirazione… “. Il lavoro letterario e la preghiera costante misero a dura prova il suo fragile fisico, per cui dovette lasciare il monastero e ritirarsi in campagna e al mare. Ammalatasi gravemente, si spense il 28 ottobre 1843, a 23 anni, mentre in estasi pregava l’Immacolata Concezione. La sua poesia è pura lode a Dio, fede, amore, speranza, confessione, ispirazione, semplicità e interiorità.