Attacco Usa-Israele a Iran. Mons. Martinelli: “Nel Golfo paura e preoccupazione, la via resta il dialogo”. Chiese in preghiera

Dopo l’attacco congiunto Usa-Israele contro l’Iran e la risposta di Teheran che ha colpito anche alcuni Paesi del Golfo, mons. Paolo Martinelli, vicario apostolico dell’Arabia meridionale (Emirati arabi uniti, Oman e Yemen) invita alla calma, alla preghiera e al dialogo, richiamando l’urgenza della diplomazia e il valore del dialogo interreligioso come strada per la pace

Nel clima di forte tensione seguito all’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e alla risposta di Teheran — che ha lanciato missili anche verso Paesi del Golfo come gli Emirati Arabi Uniti e l’Oman, provocando paura e danni, mons. Paolo Martinelli, vicario apostolico dell’Arabia Meridionale, offre al Sir una riflessione sul momento che stanno vivendo le comunità cristiane della regione.

(Foto Siciliani – Gennari/SIR)

“Condividiamo le preoccupazioni di tutti. I nostri fedeli — afferma — condividono le stesse preoccupazioni di tutte le persone che vivono oggi nel Golfo, in questo tempo di conflitto. L’attacco da parte degli americani e degli israeliani, e dall’altra parte la risposta dell’Iran, hanno generato un clima di forte apprensione. Siamo preoccupati, come lo sono tutti”. Di fronte a quanto sta accadendo, il presule richiama con forza le parole pronunciate ieri mattina da Papa Leone XIV al termine dell’Angelus: “Seguo con profonda preoccupazione quanto sta accadendo in Medio Oriente e in Iran. La stabilità e la pace – sono state le parole di Papa Leone XIV – non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile. Dinanzi alla possibilità di una tragedia di proporzioni enormi, – è stato l’appello del Pontefice – rivolgo alle parti coinvolte l’accorato appello ad assumere la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile! Che la diplomazia ritrovi il suo ruolo e sia promosso il bene dei popoli, che anelano a una convivenza pacifica, fondata sulla giustizia. E continuiamo a pregare per la pace”.

Per il bene dei popoli. “Parole importanti che sentiamo profondamente nostre. Il Santo Padre ha rivolto un invito deciso al dialogo tra le parti, per giungere a una situazione di stabilità. Le minacce reciproche non portano mai a soluzioni durature”. Per mons. Martinelli è indispensabile che “la diplomazia riprenda il suo lavoro, con piccoli o grandi passi, ma senza rinunciare al confronto”.

“Occorre sedersi a un tavolo e discutere per trovare una soluzione stabile, tenendo sempre davanti agli occhi il bene dei popoli, il bene di chi deve affrontare la vita quotidiana, il lavoro, il sostentamento, l’educazione dei figli, il futuro. È questo che non possiamo dimenticare”.

(Foto: ANSA/SIR)

Il fronte dello Yemen. Mons. Martinelli non dimentica un altro fronte di guerra aperto nel suo Vicariato, nello Yemen devastato da un conflitto dal 2015 di cui non si parla abbastanza e che resta una ferita aperta anche a causa di una crisi umanitaria gravissima. “La povertà è diffusa – ricorda – le sofferenze colpiscono soprattutto anziani e bambini. Il Paese è diviso, mancano risorse per rilanciare l’educazione e la ricostruzione. Quanto sta accadendo in queste ore riaccende la preoccupazione per questa popolazione già così provata”. Anche in questo caso, insiste il vicario, occorre uno sguardo lungimirante:

“Non dobbiamo dimenticare ciò che accade nello Yemen. Dobbiamo desiderare sopra ogni cosa il bene dei popoli e una convivenza pacifica”.

Invito alla calma e alla preghiera. Mons. Martinelli ha scritto una lettera ai fedeli del Vicariato per accompagnarli in questo momento delicato: “Il primo sentimento che può sorgere è lo smarrimento, la solitudine. Per questo ho voluto rivolgere un invito alla calma e alla serenità”, spiega il vicario che ricorda che i Paesi in cui vivono le comunità cattoliche del Golfo “hanno mostrato di saper reagire e proteggere la popolazione, ma soprattutto invita a vivere questo tempo nella fede. Siamo credenti, abbiamo fiducia nella Provvidenza”. L’invito è a pregare insieme, nelle famiglie e nelle parrocchie, “in particolare con il Rosario, chiedendo il dono della pace e della sapienza per quanti hanno responsabilità politiche e militari. È necessaria una presa di responsabilità morale per cercare il bene dei popoli e la convivenza pacifica”. E aggiunge: “La solitudine è una tentazione da combattere. Rimaniamo uniti nella preghiera, chiediamo l’intercessione dei santi, in particolare di San Francesco, uomo di pace e di fraternità. Non lasciamoci dominare dalla reazione emotiva immediata, ma restiamo radicati nella speranza”.

(Foto SIR)

Il dialogo interreligioso, punto di non ritorno. In questo tempo segnato da enormi tensioni il vicario apostolico richiama il valore del Documento sulla Fratellanza Umana firmato il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi da Papa Francesco e dal Grande Imam di al-Azhar. “È un passo decisivo, un punto di non ritorno.

Le religioni devono evitare ogni strumentalizzazione nazionalistica.

L’autentica esperienza religiosa è rapporto con Dio e grido dell’umanità verso di Lui”. Le religioni, sottolinea, “sono chiamate a mostrarsi capaci di dialogo e di cammino comune nella ricerca della pace, nella promozione di una società più giusta e fraterna. In questi giorni, cristiani e musulmani stanno vivendo contemporaneamente tempi forti dell’anno liturgico: la Quaresima per i cristiani e il Ramadan per i musulmani. In diverse occasioni ci siamo scambiati gli auguri. È un segno bello, che può diventare occasione concreta per costruire rapporti di fraternità e collaborazione”.

Sobrietà e preghiera per la pace. Quanto alle iniziative concrete, mons. Martinelli invita alla discrezione: “Non è il momento di gesti eclatanti. È importante vivere questo tempo con sobrietà, utilizzando i canali ordinari della vita ecclesiale”. Per questo, rivela, “in ogni parrocchia del Vicariato sarà celebrata quotidianamente una Messa per la pace. È un gesto semplice ma significativo. La vita ordinaria della Chiesa diventa così luogo di intercessione e di speranza. La Chiesa nel Golfo è composta in gran parte da migranti provenienti da molti Paesi, lingue, tradizioni e riti diversi. Siamo un’unica Chiesa, con la stessa fede e lo stesso Battesimo. Le nostre comunità sono come un laboratorio interculturale: un’unità nella differenza, una gioiosa polifonia della fede”. In Paesi a maggioranza islamica, “dove gli spazi sono limitati, la condivisione – sottolinea mons. Martinelli – diventa occasione di conoscenza reciproca e di apertura. Questa esperienza ci impedisce di chiuderci nei nostri gruppi. La mancanza diventa occasione di comunione”. E conclude: “È un dono che possiamo offrire alla Chiesa universale: mostrare che è possibile vivere l’unità nella diversità e che proprio in questo si manifesta un tratto fondamentale della gloria di Dio”.