Attualità
1 maggio, un dovere morale che non possiamo delegare
Il Primo Maggio è il giorno in cui la verità torna a farsi strada. Non quella comoda, non quella che scegliamo, ma quella che — come insegna la tragedia greca — arriva quando fa più male: quando ci costringe a guardare ciò che avremmo preferito ignorare. È il giorno in cui il Paese si misura con i suoi ritardi, le sue disuguaglianze, le sue responsabilità mancate, le sue scelte rinviate.Eppure è anche il giorno in cui la memoria delle lotte si intreccia con la possibilità del futuro.Il lavoro, nella sua storia lunga e complessa, è sempre stato più di un’attività produttiva: è stato identità, emancipazione, dignità. È stato il luogo in cui l’uomo ha cercato di dare forma al mondo e a se stesso, trasformando la fatica in progetto, la necessità in libertà.In questa direzione si colloca anche il richiamo del Capo dello Stato, che invita a guardare due verità che non possiamo più eludere: il divario di genere che ancora pesa sulle carriere e l’età troppo alta con cui i giovani riescono a entrare stabilmente nel mondo del lavoro. Ritardi che non sono semplici numeri, ma costi reali, perché molte politiche dipendono da finanziamenti specifici che, se non utilizzati in tempo, si perdono. E quando si perdono, non perdiamo solo risorse: perdiamo futuro.Ma il Primo Maggio ci chiede di guardare anche oltre il presente, verso le promesse mancate della scienza, quando il connubio con la tecnica avrebbe dovuto garantire condizioni di vita migliori e invece ha prodotto nuove forme di vulnerabilità. La storia recente lo dimostra: ricerche nate per debellare la fame nel mondo hanno generato soluzioni tecniche — ibridi, Ogm — che, nella pratica, hanno impoverito i piccoli produttori, costretti ad acquistare semi a prezzi elevati, ampliando il divario tra ricchi e poveri e assoggettando i Paesi fragili a logiche esterne.È qui che emerge la verità più scomoda: la tecnica non è neutrale.I transistor ragionano in logica formale, il machine learning crea nuove soluzioni, il deep learning impara attraverso la retropropagazione; ma nessuna di queste operazioni contiene intenzionalità. Lo ricorda Evandro Agazzi, lo ribadisce Maurizio Ferraris quando paragona Odradek, il web e il coronavirus a forme di animismo privo di intenzioni. La macchina può calcolare, prevedere, ottimizzare.Ma non può decidere ciò che è giusto.Per questo Kant resta attuale: la condotta morale non può essere delegata, né a un altro uomo, né — tanto meno — a una macchina.La crisi ecologica, come ci ricordava Papa Francesco, nasce proprio dall’illusione di una onnipotenza tecnica che ha fatto perdere all’uomo la misura del suo ruolo nel mondo.Ed è qui che la tragedia greca ci parla ancora:la verità arriva sempre quando fa più male, quando ci obbliga a riconoscere che nessuna tecnica, nessun algoritmo, nessuna innovazione può sostituire la responsabilità umana.Il lavoro, allora, non è solo produzione: è responsabilità, è scelta, è intenzione.È ciò che distingue l’umano dal calcolo, ciò che dà senso alla cittadinanza, ciò che costruisce la comunità.E in questo orizzonte di responsabilità, di verità e di futuro, il Primo Maggio trova il suo sigillo nella figura di San Giuseppe Lavoratore.Non un eroe, non un potente, non un uomo di parola pubblica: un uomo di mani, di silenzio, di dedizione.Un uomo che ha costruito il futuro non con la forza, ma con la cura; non con il clamore, ma con la fedeltà quotidiana al proprio compito.San Giuseppe ricorda che il lavoro non è solo produzione:è custodia, è responsabilità, è promessa mantenuta.È la capacità di tenere insieme tecnica e umanità, fatica e senso, presente e futuro.È l’atto con cui l’uomo si prende carico del mondo, senza delegare ad altri — né a un potere, né a una macchina — ciò che solo la coscienza può fare.Nel suo silenzio operoso c’è la misura dell’umano che non cede all’illusione dell’onnipotenza, ma riconosce che ogni gesto, anche il più semplice, è parte di un’opera più grande.E ci ricorda che il lavoro, quando è vissuto con intenzione e responsabilità, diventa davvero luogo di dignità, di libertà e di futuro.Per questo il Primo Maggio non è solo memoria: è un impegno.È la scelta di continuare a costruire, come Giuseppe, con le mani e con il cuore, un mondo in cui la tecnica non sostituisce l’uomo, ma lo serve; un mondo in cui la verità non spaventa, ma orienta; un mondo in cui il lavoro resta, per tutti, la forma più alta di umanità.
Ada Giorno – docente di filosofia liceo Gioacchino da Fiore di Rende
