Premio Sila ’49, ecco la decina finalista

Sarà un viaggio attraverso le radici classiche e le inquietudini del presente, tra la violenza dell’adolescenza e la ricerca della grazia, tra padri e figli, tra desiderio e memoria. È quanto promette la Decina 2026 del Premio Sila ‘49, svelata questa mattina nella sede della Fondazione, nel cuore del centro storico di Cosenza, davanti a un pubblico di giornalisti, lettori e operatori culturali. Ad accogliere i presenti e a condurre i lavori sono stati il presidente della Fondazione, Enzo Paolini, la direttrice del Premio, Gemma Cestari, e, collegati via web, i giurati Valerio Magrelli, Emanuele Trevi e Nicola Lagioia, che hanno illustrato alcune delle peculiarità dei dieci titoli selezionati per la quattordicesima edizione.

I dieci titoli finalisti

La rosa dei libri scelti include opere di grande spessore narrativo che rappresentano un viaggio attraverso storie, idee e riflessioni sull’Italia contemporanea, con uno sguardo che si allarga fino a toccare le radici classiche e le frontiere del desiderio:

Roberto Andò, “Il coccodrillo di Palermo” (La nave di Teseo)

Nicola H. Cosentino, “C’è molta speranza” (Guanda)

Davide Enia, “Autoritratto: Istruzioni per sopravvivere a Palermo” (Sellerio)

Giulia Lombezzi, “L’estate che ho ucciso mio nonno” (Bollati Boringhieri)

Anna Mallamo, “Col buio me la vedo io” (Einaudi)

Rosa Matteucci, “Cartagloria” (Adelphi)

Matteo Nucci, “Platone una storia d’amore” (Feltrinelli)

Antonio Pascale, “Cose umane” (Einaudi)

Romana Petri, “La ragazza di Savannah” (Mondadori)

Claudio Piersanti, “La finestra sul porto” (Feltrinelli)

Le ragioni di una scelta

A presentare la Decina 2026 è stato il presidente Enzo Paolini, che ha voluto sottolineare il senso profondo del Premio e del lavoro della giuria: “Abbiamo cercato libri che non solo raccontassero storie, ma che restituissero il ritratto di un Paese in movimento, con le sue contraddizioni, le sue ferite e le sue bellezze. Questa decina ci sembra rappresenti bene l’Italia di oggi: frammentata, certo, ma piena di energie narrative straordinarie”. Paolini ha poi ringraziato i giurati per l’impegno profuso: “Valerio, Nicola, Emanuele e tutti i membri della Giuria hanno lavorato con passione e rigore, leggendo decine di volumi per arrivare a questa selezione. Il risultato è una rosa che mescola sapientemente voci note e scoperte sorprendenti”.

La direttrice Gemma Cestari è entrata nel merito dei criteri adottati: “Abbiamo privilegiato la qualità della scrittura e la capacità di ciascun autore di intercettare i grandi temi del nostro tempo. Che si parli di filosofia antica o di violenza familiare, di mafia o di desideri inconfessabili, ciò che conta è la profondità dello sguardo. E in questa decina gli sguardi sono molti e tutti originali”. Cestari ha poi aggiunto: “Colpisce, quest’anno, la presenza di opere che mettono al centro il Sud come laboratorio esistenziale e narrativo: dalla Calabria di Mallamo alla Sicilia di Andò ed Enia, fino alla Campania. Non è un’operazione identitaria, ma la conferma che certe storie trovano lì la loro necessità geografica”.

In memoria di Marta Petrusewicz

La giurata del Premio Sila, Marta Petrusewicz, recentemente scomparsa è stata ricordata dal presidente Paolini che ha annunciato anche un’iniziativa a lei dedicata. “Quest’anno, nel cammino di avvicinamento al Premio – ha detto Paolini – abbiamo voluto introdurre anche un segno particolarmente significativo. D’intesa con i fondatori del Premio, monsignor Salvatore Nunnari e Andrea Pisani Massamormile, e con il consenso unanime della Giuria, abbiamo deciso di dedicare la sezione Saggistica alla memoria di Marta Petrusewicz. È un modo per rendere omaggio a una figura straordinaria della cultura europea – ha chiosato il presidente della Fondazione – una studiosa che ha lasciato un segno profondo nella riflessione storica, sociale e politica sul Novecento. La sezione saggistica del Premio Sila è nata anche grazie al suo contributo e alla sua visione, e da quest’anno porterà il suo nome”.

Prossimi appuntamenti

Con l’annuncio dei dieci finalisti prende il via la fase più dinamica del Premio. Nelle prossime settimane, la Fondazione organizzerà un calendario di incontri pubblici in cui gli autori dialogheranno con i lettori, presentando le proprie opere in diverse location della città, e non solo. Sarà l’occasione per approfondire i temi emersi dai romanzi e per avvicinare il pubblico alle storie e ai personaggi che animano la Decina 2026. La Giuria proseguirà intanto il lavoro di lettura e valutazione per selezionare la cinquina finalista. Il verdetto intermedio sarà annunciato dopo la presentazione dei dieci libri. Seguirà poi la scelta del vincitore assoluto, che verrà proclamato e premiato nel corso di un weekend letterario in cui Cosenza diventerà palcoscenico della migliore letteratura italiana.

Il valore storico e culturale del Premio Sila ‘49

Nato nel 1949 come uno dei primi premi letterari italiani dedicati alla narrativa e alla saggistica impegnata socialmente e politicamente, il Premio Sila è tornato a nuova vita dal 2010 grazie al lavoro appassionato della Fondazione Premio Sila. Oggi rappresenta non solo un riconoscimento per gli autori ma anche un momento di incontro tra lettori e scrittori in una città come Cosenza che si propone come capitale culturale del Sud Italia. La scelta dei dieci finalisti è stata resa ancor più significativa dal contesto storico in cui il Premio opera: quello di un’Italia che cerca nella cultura risposte alle sfide contemporanee. I libri selezionati spaziano tra generi diversi ma condividono l’intento di interrogare la realtà con profondità e originalità.

Le opere della Decina 2026

La selezione del Premio Sila ‘49 offre uno spaccato variegato della letteratura italiana. Nel corso della conferenza stampa, Lagioia, Magrelli e Trevi ne hanno ricostruito i tratti distintivi, creando un ideale dialogo tra le opere. Si parte dalle radici, quelle classiche e profonde che Matteo Nucci esplora in “Platone una storia d’amore” (Feltrinelli). Come ha spiegato Emanuele Trevi, “non si tratta di un saggio romanzato, ma di un vero e proprio romanzo”, che restituisce la vita del filosofo attraverso “una prospettiva di prossimità, quasi quella di un amico”. Un viaggio alle origini del pensiero che idealmente si specchia in quello geografico e interiore di Anna Mallamo: in “Col buio me la vedo io” (Einaudi), l’autrice costruisce un universo magnetico ambientato nella Reggio Calabria degli anni Ottanta. Trevi ha sottolineato “l’uso della lingua, il dialetto adoperato con grande raffinatezza, capace di definire lo status sociale dei personaggi e rivelarne la dimensione psicologica”. Proseguendo questo percorso tra i protagonisti della Decina 2026, Claudio Piersanti con “La finestra sul porto” (Feltrinelli) firma una storia d’amore e di segreti che Nicola Lagioia ha definito “un romanzo da camera, psicologico e intimista, costruito attorno ai dettagli della vita quotidiana e alla profondità dell’indagine interiore”. Ed è ancora la terra e le trasformazioni di un’Italia che cambia a fare da sfondo a “Cose umane” (Einaudi) di Antonio Pascale, di cui Trevi ha evidenziato “una scrittura che tiene insieme sguardo commosso e profonda ironia”, nel raccontare il passaggio epocale dal paese di Pinocchio a quello di MasterChef attraverso le vicende di una famiglia casertana. Il tema della famiglia e dei suoi conflitti si fa esplicito e graffiante in “L’estate che ho ucciso mio nonno” (Bollati Boringhieri) di Giulia Lombezzi, esordio che Trevi ha definito “una geniale inversione delle aspettative”, capace di trasformare la figura del nonno in una presenza opposta a ogni stereotipo. E se Lombezzi affronta il tema dal chiuso di una casa, Roberto Andò lo allarga alle pieghe oscure della storia collettiva: in “Il coccodrillo di Palermo” (La nave di Teseo) costruisce, come ha osservato Valerio Magrelli, “un giallo dai tratti quasi metafisici”, intrecciando memoria familiare e mistero in una città stregata. Palermo, del resto, è protagonista assoluta anche nel libro di Davide Enia, “Autoritratto: Istruzioni per sopravvivere a Palermo” (Sellerio), opera che Magrelli ha descritto come “un libro breve, affilato, quasi tagliente”, dove la violenza attraversa ogni pagina e diventa sostanza del racconto autobiografico. Dalla Palermo ferita e resistente si passa poi alla cifra stilistica inconfondibile di Rosa Matteucci, che in “Cartagloria” (Adelphi) torna a esplorare quel crinale tra comico e tragico con quella che Magrelli ha ironicamente definito “la categoria del ‘romanzo di deformazione’“, una storia segnata da sofferenza continua e attraversata da un uso sistematico dell’anacronismo. Chiude il cerchio delle voci femminili Romana Petri, che in “La ragazza di Savannah” (Mondadori) entra nell’immaginario della scrittrice americana Flannery O’Connor: Lagioia ha parlato di “un romanzo che segue la protagonista quasi spiandola nella quotidianità, restituendole corpo, voce, pensieri, giornate e tormenti”. Infine, a gettare uno sguardo sul presente e sul futuro è Nicola H. Cosentino con “C’è molta speranza” (Guanda): un libro che Lagioia ha definito attraversato da “un’ironia sottile e da una lieve amarezza”, un’indagine sui desideri che parla di tutti noi e di quanto i nostri sogni siano la sola cosa capace di svelare chi siamo.