Primo Piano
L’uomo che difende le donne
Il Comandante della stazione dei Carabinieri di Alba ha seguito e salvato dai loro persecutori 230 vittime di violenza in otto anni: “Non posso accettare che un maschio alzi le mani sulla sua partner. Vuole dire che non l’ama”, spiega
Il presente articolo è proposto ai Settimanali Fisc. Nei mesi scorsi la delegazione interregionale Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta ha proposto al Consiglio nazionale un progetto editoriale sulla violenza di genere.
Una donna viene uccisa quasi ogni tre giorni nel nostro Paese, troppo spesso per mano della persona che ama o che ha amato. Nel 2025 i dati del Ministero dell’interno hanno registrato 286 omicidi in tutto – erano 315 nel 2024 -, con 97 vittime al femminile, in calo rispetto alle 111 dell’anno precedente, alle 120 del 2023 e alle 130 del 2022. Eppure, per 85 delle 97 donne uccise la morte è arrivata per mano di una persona legata all’ambito familiare-affettivo.
I femminicidi, pur registrando un trend in decrescita, non possono che sconcertare: significa che viviamo in una società in cui la violenza è insita anche all’interno della famiglia. E, se questa è la punta di un iceberg indecente, non sono meno dolorose le storie di ordinaria sopraffazione – fisica, sessuale o psicologica – che emergono dai più variegati contesti domestici, sociali e occupazionali. Secondo l’Istat, nel corso della vita, circa il 31,9 per cento delle donne italiane, quasi un terzo del totale, ha subito qualche forma di violenza.
Perché un uomo può pensare di essere violento con la sua partner, arrivando ancora in troppi casi a ucciderla piuttosto di perderla? Che cosa si può fare per evitarlo?
Il problema è enorme e ben presente nel nostro Paese, da Nord a Sud, attraversando le classi sociali, le culture, l’educazione e il mondo del lavoro. Proprio la pervasività della violenza sulle donne ha indotto la Federazione italiana dei giornali cattolici a lanciare per l’8 marzo una campagna informativa sui 190 media che ne fanno parte. Parlarne è fondamentale per creare una coscienza del rispetto, oltre che per rendere consapevoli le vittime e indirizzare la loro richiesta di aiuto.
Approfondiamo l’argomento con il comandante della Stazione dei Carabinieri di Alba, il luogotenente Claudio Grosso, 36 anni di esperienza nell’Arma, un punto di riferimento per quante hanno necessità di aiuto. Grosso ha salvato in otto anni, attraverso il suo impegno, 230 donne vittime degli uomini.
Perché ancora esiste la violenza maschile, comandante Grosso?
La donna ha lottato per avere un posto nella società, mentre all’uomo è sempre stato riconosciuto di diritto. Il maschio si sente superiore in quanto tale e talvolta non accetta che la sua compagna si muova in un contesto paritario, mentre il timore di essere dominato lo porta alla violenza, espressa in varie forme. Chi arriva a tanto ha una personalità disturbata, che per esempio lo induce a offendere e minacciare in caso di litigio. Spesso il maschio violento ha vissuto in famiglia una realtà non corretta dal punto di vista educativo o ha avuto un’infanzia in cui uno dei genitori subiva o era autore di soprusi.
I numeri della violenza di genere sono in incremento?
Le denunce sono in aumento, ma si tratta dell’emersione del fenomeno. Le vittime si ribellano con maggiore fiducia grazie a una rete di protezione forte, che comprende le Forze dell’ordine, la Procura, i consorzi socioassistenziali, gli ospedali e le varie associazioni che operano in questo ambito, diffondendo consapevolezza.
Perché molte donne sono ancora restie a venire allo scoperto?
Le donne che subiscono violenza hanno timore a parlarne. Sono annientate, sopraffatte dalla situazione, pensano di non farcela, di perdere la casa, i figli, il lavoro. Talvolta arrivano a subire maltrattamenti e soprusi per lungo tempo. Ma ho fiducia, perché le cose stanno cambiando. In otto anni ad Alba ho seguito oltre 230 casi, tutti risolti con arresto, divieto di avvicinamento, braccialetto elettronico o, talvolta, la riappacificazione. Dobbiamo ringraziare il coraggio delle persone che denunciano: con la loro forza tracciano la strada per le altre donne in difficoltà. Noi, Forze dell’ordine, dobbiamo imparare a metterci in loro rispettoso ascolto.
Che cosa bisogna fare se si è vittima di violenza?
Recandosi dai Carabinieri con fiducia la donna può raccontare la propria ansia, denunciando oppure no. Nella prima fase abbiamo comunque modo di iniziare con discrezione la sorveglianza a casa, al lavoro, durante le uscite. Io lascio sovente il mio cellulare: può servire per uno sfogo e crea empatia e fiducia. La vittima di violenza si sente paradossalmente colpevole e ha bisogno di qualcuno che l’ascolti, senza mai giudicarla.
Come si arriva alla violenza?
Le faccio un esempio. Una donna può vivere momenti difficili in seguito a una separazione, un lutto o una depressione. In quel periodo di fragilità può essere avvicinata da una persona violenta che dapprima cattura la sua fiducia per poi prendere il controllo della situazione e non mollare la presa. Il manipolatore è l’uomo che pare portare calore, comprendere, ma che gradualmente isola la sua “preda” dagli amici, dal lavoro, dai familiari per fare in modo che nessuno sospetti la sua perfidia. Quando la donna è sola, inizia la violenza psicologica, che si trasforma in maltrattamento fisico. C’è chi viene messa in ginocchio a lavare i pavimenti, chi è picchiata per un nonnulla, chi viene violentata, denigrata, limitata nella libertà e molto altro.
Si può chiedere aiuto senza denunciare?
Ho in mente il caso di una donna che subiva da due anni violenza sessuale, pestaggi, abbandoni, impedimento a uscire di casa. Non era pronta a denunciare, ma è venuta in caserma e ci siamo subito attivati, informando il Procuratore. Dopo qualche tempo è stato stato malmenato anche il fratello ed è stato possibile intervenire senza querela, in quanto si erano ravvisati reati d’ufficio. Abbiamo arrestato l’uomo per violenza privata, mentre la vittima ha infine deciso di querelare. Il processo di primo grado ha portato a una condanna di sei anni, il secondo a 12. Le donne non devono avere timore a raccontare: abbiamo una Magistratura attenta e leggi adeguate a tutelarle.
Dopo la denuncia, come si può evolvere la situazione?
Quando una donna decide di esporre la sua vicenda di vessazioni, viene inserita in un sistema di protezione, insieme ai figli se ne ha, e trasferita in un luogo segreto. Si inizia così un percorso che può includere il braccialetto elettronico, il dispositivo che avverte la vittima se il partner si avvicina, per permetterle di chiedere aiuto e mettersi al sicuro.
Non sarebbe più utile allontanare chi fa del male?
Forse sì. Il persecutore è in genere un maschio dominante con indole violenta, magari con problemi di gioco o di lavoro o con un’educazione sbagliata, che non gli permette di accettare il rispetto; ha necessità di essere seguito da uno specialista.
Come reagiscono i giovani alla violenza?
I giovani non percepiscono la violenza. Si tirano fuori dal problema, pensando di potere risolvere la situazione da soli. Le nuove coppie oggi si mettono assieme e si separano più facilmente e, se incontrano una crisi nel loro rapporto, combattono la loro “guerra” sui social, scatenando una violenza psicologica non meno grave di quella fisica. I nostri ragazzi sovente non si accorgono del pericolo: se qualcuno dà loro fastidio pensano di cavarsela, fino ad arrivare a situazioni drammatiche, come ci racconta la cronaca. Invece, le persone – giovani o meno – che subiscono comportamenti non adeguati e poco rispettosi devono allarmarsi e chiedere aiuto. La segnalazione, peraltro, può essere avviata da chiunque, familiari, amici o conoscenti, innescando una catena di azioni virtuose da parte degli organi preposti.
Che cos’è il letto rosa presente in molti ospedali?
Si tratta di uno spazio a disposizione della donna vittima di violenza che accede ai servizi del pronto soccorso: qui può essere ospitata per 48 ore con i figli, in attesa di verificare che cosa sta succedendo in quel contesto familiare.
Maria Grazia Olivero
