Medio Oriente: Deek (Amb. Israele), “Il futuro dei cristiani e di Israele sono legati insieme”

“Costruire fiducia, rafforzare il dialogo, proteggere la diversità”. Così George Deek spiega in che modo intende svolgere la sua missione di Inviato speciale di Israele per il mondo cristiano. Al Sir parla dei nodi più sensibili da affrontare: la sicurezza delle comunità cristiane in Medio Oriente, gli episodi di violenza e vandalismo, il dialogo con le Chiese locali e con la Santa Sede, la lotta contro antisemitismo e antisionismo. Sullo sfondo, a 60 anni dalla Nostra Aetate, la convinzione che “il futuro dei cristiani e di Israele sono legati insieme”

“Il mio ruolo è quello di rafforzare le relazioni tra Israele e le Chiese, le comunità e i leader cristiani in tutto il mondo. È un ruolo di dialogo, costruzione della fiducia e collaborazione concreta. Il cristianesimo, come l’ebraismo, è nato in questa terra. Il legame tra il mondo cristiano e la Terra Santa è profondo”.

George Deek

Si presenta così George Deek, da poco nominato Inviato speciale di Israele per il mondo cristiano. Il diplomatico, che è anche designato alla guida della Divisione Affari Religiosi del Ministero degli Affari Esteri, proviene da una famiglia arabo-cristiana che, afferma al Sir con orgoglio, “vive in questa terra da secoli. So cosa significa custodire la fede, la tradizione e l’identità, credendo al tempo stesso in un futuro condiviso. Ho accettato questa missione per contribuire a costruire comprensione, rafforzare la fiducia e affermare che, nella nostra regione, la diversità non deve mai essere temuta, ma protetta”.

Ambasciatore, partiamo da un recentissimo fatto di cronaca: la distruzione di una croce a Debel (Libano) da parte di un soldato dell’Idf. Come interpretare episodi del genere? Sono casi isolati o riflettono un clima più ampio di pressione sulle comunità cristiane?
I cristiani in gran parte del Medio Oriente vivono sotto pressione. Lo vediamo in molti luoghi: comunità antiche che si riducono, chiese attaccate, libertà religiose limitate e paura che spinge all’emigrazione. Questa è una realtà tragica della nostra regione. Ma esiste un’eccezione significativa: Israele. Da Istanbul all’Iran, Israele è l’unico Paese in cui la comunità cristiana non sta scomparendo: cresce, partecipa e prospera. Dal 1948, la popolazione cristiana è aumentata passando da circa 34.000 nel 1950 a circa 188.000 oggi. I cittadini cristiani sono tra le comunità più istruite del Paese e svolgono ruoli di primo piano nella medicina, nel diritto, nel mondo accademico, negli affari e nel servizio pubblico. Proprio per questo

l’episodio in Libano è stato doloroso e inaccettabile. La croce è sacra per i cristiani di tutto il mondo.

La sua profanazione offende non solo i cristiani, ma anche i principi di dignità e rispetto reciproco che Israele rappresenta. È stata inoltre offensiva per i molti cittadini cristiani che servono e rafforzano questo Paese. Ciò che conta è come una nazione reagisce. La leadership israeliana ha condannato immediatamente l’atto. Il soldato è stato punito. Il danno è stato riparato. Nessuna società è giudicata solo per il verificarsi di un episodio, ma per il modo in cui reagisce: se giustifica il torto oppure lo affronta con onestà, lo corregge e ne trae insegnamento. In questo, Israele ha agito come dovrebbe fare una democrazia.

Mezzi di comunicazione, organizzazioni internazionali, Ong e le stesse Chiese locali hanno segnalato un aumento di atti di violenza o vandalismo da parte di coloni contro villaggi, residenti e proprietà cristiane — ad esempio a Taybeh e nei terreni del Patriarcato Latino di Gerusalemme a Tayasir/Hamam al-Maleh (Governatorato di Tubas). Quali misure ritiene necessarie per preservare la presenza cristiana nella regione e garantire piena libertà di culto e religione?
Israele si impegna a essere uno Stato fondato sul diritto e sull’applicazione della legge. Violenza, intimidazione o vandalismo da parte di estremisti contro qualsiasi persona, comunità o proprietà religiosa sono sbagliati e inaccettabili. Questo vale indipendentemente dal fatto che le vittime siano cristiane, musulmane o ebree. Tutte le persone in Israele e in Giudea e Samaria meritano di vivere con dignità e senza paura. Quando emergono accuse, devono essere esaminate con serietà e la legge deve essere applicata con fermezza e coerenza. Come ha osservato lo stesso Patriarcato Latino di Gerusalemme nella sua recente dichiarazione sull’episodio nel Governatorato di Tubas, rappresentanti israeliani si sono recati sul posto, hanno dialogato direttamente e hanno preso la questione sul serio. Dobbiamo anche essere onesti: le aree segnate da lunghi conflitti affrontano sfide reali. Tensioni, insicurezza, difficoltà economiche e instabilità politica danneggiano la vita quotidiana di tutti — cristiani, musulmani ed ebrei. Come Inviato speciale di Israele per il mondo cristiano, lavorerò instancabilmente per costruire partenariati con le Chiese, i leader comunitari e tutti gli attori rilevanti, affinché i cristiani, insieme agli altri, possano prosperare, restare radicati nelle loro comunità e vivere con maggiore sicurezza e speranza. L’obiettivo non deve essere un risentimento senza fine, ma un futuro in cui tutte le comunità possano fiorire.

Qual è il livello attuale di dialogo tra le istituzioni israeliane e le Chiese locali (Patriarcati, Custodia di Terra Santa, Capi delle Chiese a Gerusalemme)?
Manteniamo un dialogo aperto, diretto e continuo con le Chiese locali. Si tratta di relazioni importanti, che devono essere sempre affrontate con serietà e rispetto. Israele garantisce un’ampia libertà di culto e di vita religiosa. Le Chiese amministrano i propri affari interni e accordi consolidati consentono a ciascuna comunità riconosciuta di regolare questioni come matrimonio, divorzio e stato personale secondo le proprie tradizioni.

Credo che qualsiasi relazione seria tra Israele e il mondo cristiano debba includere un dialogo attento e rispettoso con i leader ecclesiali e le comunità cristiane.

In questo senso, vedo il mio ruolo anzitutto come un impegno nel costruire relazioni. La fiducia non nasce da dichiarazioni, ma da contatti regolari, onestà e sincerità.

Come valuta, invece, lo stato delle relazioni tra Israele e Santa Sede?
Le relazioni tra Israele e la Santa Sede sono importanti e di lunga data. Si fondano non solo sulla diplomazia, ma anche sul significato unico della Terra Santa per i cristiani di tutto il mondo. Israele mantiene un’ambasciata presso la Santa Sede, guidata dall’Ambasciatore Yaron Sideman, e un dialogo costante attraverso le istituzioni competenti e la rappresentanza apostolica in Israele. Esiste un confronto regolare e sostanziale su questioni riguardanti le comunità cristiane, i luoghi santi, i pellegrinaggi e altri temi che emergono di volta in volta. Come in ogni relazione stretta, possono esserci divergenze o difficoltà pratiche. Ciò che conta è che esistano canali aperti, rispetto reciproco e un impegno condiviso ad affrontare seriamente le questioni. Israele comprende la profonda importanza di proteggere i luoghi santi cristiani e garantire la libertà di culto per tutte le fedi. Questi luoghi sono un patrimonio non solo dei credenti, ma dell’intera umanità.

Ambasciatore, Israele e Santa Sede condividono la chiara condanna dell’antisemitismo, ribadita anche nell’Accordo fondamentale del 1993. In che modo il dialogo con la Chiesa cattolica e le comunità cristiane può contribuire a combattere il crescente antisemitismo?
Siamo molto preoccupati per la ricomparsa dell’antisemitismo classico nel nostro tempo. Quando gli ebrei vengono molestati, esclusi o minacciati nella vita pubblica, la società deve reagire con una sola voce e con chiarezza morale. Abbiamo visto un esempio doloroso recentemente a Milano, dove, durante il Giorno della Liberazione, partecipanti ebrei sono stati presi di mira ed esclusi da estremisti violenti. L’ironia è sconvolgente: ebrei messi da parte proprio nel giorno che celebra la liberazione dal fascismo, e proprio in Italia. Quando ciò accade, non vengono offesi solo gli ebrei, ma anche la memoria e la coscienza dell’Europa. Per questo il dialogo con la Santa Sede e con le comunità cristiane è così importante. La Chiesa cattolica ha una voce morale unica. Quando leader ebrei e cristiani parlano insieme contro odio, intimidazione ed esclusione, il messaggio va ben oltre il singolo episodio. Ma esiste anche un altro pericolo…

Quale?
La trasformazione dell’antisemitismo in antisionismo. Come ha avvertito più volte il rabbino Jonathan Sacks (1948-2020), l’odio antico si adatta al linguaggio di ogni epoca. Oggi spesso si manifesta nella demonizzazione dello Stato ebraico. La critica a Israele è legittima, come per qualsiasi democrazia. Ma quando Israele viene isolato, demonizzato e delegittimato, quando gli si applicano doppi standard ossessivi o gli si nega il diritto di esistere, allora è all’opera qualcosa di più oscuro. Non si tratta solo di ebrei o di Israele: si tratta della capacità morale di distinguere tra critica e pregiudizio, tra giustizia e capro espiatorio, tra pace e fanatismo.

A 60 anni dalla Dichiarazione conciliare, “Nostra Aetate”, quale ruolo possono ancora svolgere il dialogo e il rispetto reciproco tra ebrei e cristiani nella società israeliana, anche alla luce delle tensioni post 7 ottobre?
Per secoli, le relazioni tra ebrei e cristiani sono state segnate da sospetto e distanza. Nostra Aetate ha aperto una nuova fase basata sul rispetto e su un patrimonio morale condiviso. È stato un risultato storico. Dopo il trauma del 7 ottobre, il suo messaggio è ancora più necessario.

In Israele, il dialogo tra ebrei e cristiani ricorda che l’identità non deve generare ostilità e che la diversità non deve trasformarsi in divisione.

Pur nelle differenze teologiche, condividiamo valori fondamentali: dignità umana, responsabilità morale, sacralità della vita, famiglia, comunità. In una società polarizzata, questo è essenziale. La forza di Israele non sta nell’uniformità, ma nella capacità di costruire un futuro comune nella diversità.

In seno al Patriarcato latino di Gerusalemme opera il Vicariato di San Giacomo, che riunisce fedeli cristiani di espressione ebraica, spesso lavoratori migranti integrati nella società israeliana. Quali riconoscimenti e tutele sono garantiti a queste comunità?
Il Vicariato di San Giacomo celebrerà i 70 anni dalla sua fondazione questo maggio. Colgo l’occasione per congratularmi e augurare loro ogni successo. Sono parte integrante della società israeliana e contribuiscono in modo significativo. La libertà religiosa è garantita a tutte le fedi, inclusi i cristiani di lingua ebraica e le comunità di lavoratori migranti. Il mio principio è semplice: ognuno deve poter pregare liberamente, educare i figli nella propria fede e partecipare pienamente alla società senza rinunciare alla propria identità. Vivo a Giaffa, e ogni domenica vedo centinaia di lavoratori migranti andare in chiesa: è un’immagine concreta di libertà religiosa vissuta.

C’è un messaggio che desidera rivolgere alle Chiese cristiane riguardo alla loro sicurezza e al loro futuro in Medio Oriente?
Il mio messaggio è questo: la difesa dei cristiani e delle altre minoranze in Medio Oriente non sarà mai completa se non si difende anche Israele come Stato ebraico. Un Medio Oriente che non accetta uno Stato ebraico è un Medio Oriente che non accetta la diversità. Quando l’odio colpisce gli ebrei, non si ferma lì: colpisce anche cristiani, drusi, yazidi e altre minoranze. La vera questione è se la regione saprà diventare un luogo dove la diversità è protetta, non perseguitata. Il futuro dei cristiani e quello di Israele non sono in opposizione: sono legati tra loro.