Cultura
Gesù reale e Gesù testuale
L’auralità è la prassi secondo cui la parola proclamata nasce dalla lettura pubblica dei testi scritti
Una nuova prospettiva di studio intende approfondire la figura del Gesù storico e le radici ebraiche del cristianesimo, focalizzando l’attenzione sul contesto redazionale dei vangeli, sulla loro interpretazione e sul rapporto tra oralità e scrittura. La ricerca è a cura del sacerdote e biblista, don Silvio Barbaglia, che ha dato alle stampe il volume intitolato Dal Gesù reale al Gesù testualizzato: Gerusalemme e i testi fondatori delle prime comunità gesuane – Vol. 1 (Phronesis), prima tappa di un lungo lavoro di analisi delle fonti bibliche. L’esperto ribalta la prassi consolidata da secoli, secondo cui i testi evangelici sarebbero stati scritti dopo una lunga fase di trasmissione orale, ponendo invece l’accento su un’elaborazione precoce all’interno di un’antica scuola scribale gerosolomitana, operativa fin dai primi decenni del I secolo, modellata sulle usanze del Tempio e simile alle comunità di Qumran. La scuola avrebbe stabilito un nucleo di tradizioni su Gesù, identificabile con il “vangelo secondo gli Ebrei” o “dei dodici”. Figure come Stefano e Filippo, negli Atti degli Apostoli, sarebbero esempi di competenze scritturistiche, dentro la prima comunità. L’esistenza della scuola, tuttavia, è plausibile ma da verificare, non essendoci prove dirette. Barbaglia ricolloca i vangeli dentro il contesto giudaico originale nel quale furono prodotti, superando quella distanza spazio-temporale che si è imposta nel tempo, e immaginando che gli evangelisti avessero fonti comuni. La sua tesi secondo cui Luca viene prima di Marco e di Matteo trova l’opposizione degli accademici, per via dell’assenza di un’analisi comparativa appropriata dei versetti. L’esperto offre, tuttavia, spunti degni di considerazione in merito alle origini cristiane che, si spera, verranno approfonditi con ulteriori indagini testuali e archeologiche. Lo studioso si è concentrato sulle prime “testualizzazioni”, vale a dire sulle prime modalità di fissazione scritta della memoria di Gesù, a partire dai fatti storici che l’hanno riguardato da vicino. A suo avviso, non si tratta solo di capire la figura reale del Messia, ma di far luce sul processo attraverso cui il ricordo del Signore sia stato mutato in testo, dentro le prime comunità gesuane che possedevano codici narrativi e teologici precisi. I livelli di scrittura e di oralità, quindi, dovevano necessariamente coesistere tra di loro, all’interno del costume ebraico. Facendo un salto all’indietro dal 70 d.C., data condivisa ampiamente dalla comunità scientifica per le elaborazioni testuali, al I secolo, e spostando l’attenzione sulle tecniche di comunicazione pragmatica presenti nelle sinagoghe all’epoca di Cristo, o negli anni immediatamente successivi alla sua morte, ci accorgiamo che il modello formativo impiegato dagli ebrei non era l’oralità ma l’ “auralità”, cioè la prassi secondo cui la parola proclamata nasceva dalla lettura pubblica dei testi scritti. Tutto ciò mostra che il messaggio orale e quello scritto erano compenetrati fra di loro, sin dagli albori dell’esperienza cristiana. Incrociando discipline come esegesi biblica, storia del giudaismo e del Secondo Tempio, studi sulla trasmissione della tradizione e teoria della testualità, Barbaglia ha cercato di comprendere il processo di formazione delle scritture, senza modificarle minimamente, dando spazio ad un atto interpretativo affidabile sul piano storico e teologico. La sua indagine vuole restituire l’idea del Gesù reale, vissuto in Palestina nel I secolo, in un periodo nevralgico per via delle tensioni politiche e religiose, e di come la sua immagine sia stata, a lungo andare, rappresentata nei vangeli come risultato di un’elaborazione e selezione narrativa, quindi storicizzata e avvicinata, per quanto possibile, a quella davvero esistita. L’esperto non disgiunge una prospettiva di ricerca storica da una teologica, due punti di vista necessari per illuminare sia la figura del Cristo della storia che quella del Cristo della fede. La prima nasce dal rapporto che si instaura tra la memoria autentica del Messia e la sua interpretazione, la seconda considera il dato storico alla luce dell’evento della Resurrezione. Nella prefazione del libro di Barbaglia, Augusto Cosentino elogia il lavoro del collega che ha messo in discussione assunti consolidati nella ricerca accademica, sottolineando la rilevanza della scrittura e il ruolo svolto dalla comunità di Gerusalemme, nell’ambito della quale nacque la prima elaborazione dei testi sacri.
