25 aprile, festa della libertà e della pace da ritrovare oggi

Il 25 aprile torna a interrogare il presente segnato dalla guerra e dalla crisi degli equilibri internazionali. Libertà, pace, democrazia e giustizia sociale restano i riferimenti decisivi per una responsabilità condivisa

È forse la più politica delle feste nazionali, il 25 aprile. Pur istituita da Alcide De Gasperi, è stata, nei lunghi anni della cosiddetta Prima Repubblica, progressivamente sempre più rivendicata dal Partito comunista in nome dell’antifascismo cosiddetto “militante”. Ed è stata tanto più politica nel corso della cosiddetta Seconda, fino al discorso unitario di Berlusconi a Onna nel 2009, poi, peraltro, rapidamente superato, con il riacutizzarsi delle tensioni. Quest’anno è diverso. Perché la guerra è ritornata sfrontatamente nella nostra quotidianità. In Ucraina già da anni, ma ora in modo ancora più, se possibile, vicino, con le iniziative, del tutto inaccettabili, prima di Netanyahu, poi di Trump e infine di entrambi. Iniziative che hanno messo in discussione, unilateralmente, l’architettura, la struttura profonda della comunità atlantica. Architettura che si basava sulla difesa e sulla promozione della pace e della cooperazione, anche come condizioni necessarie per lo sviluppo economico e la democrazia politica.

Così ritorniamo al senso profondo della festa, così come l’aveva intesa il governo De Gasperi: il decreto istitutivo reca le firme, oltre che del presidente del Consiglio democristiano, del guardasigilli comunista Togliatti e del luogotenente del Regno Umberto di Savoia. Decisione poi ribadita dal nuovo governo De Gasperi all’indomani della storica vittoria elettorale del 18 aprile 1948. La festa della pace e della libertà, due valori, due politiche strettamente legati, un binomio che richiama un terzo termine: la giustizia sociale. È stata la base della nostra ricostruzione, della nostra democrazia, di questi decenni di storia. Libertà, pace, democrazia, sviluppo e giustizia come esito di un processo di Liberazione, cioè di uno sforzo attivo e collettivo. Che ha permesso di vincere il totalitarismo nazista e fascista e, nello stesso tempo, di non ricadere in quello comunista che si stava appropriando, per lunghi decenni, dell’Europa centrale e orientale.

Allora ricominciamo da qui. Tutti, tutti insieme. Seguendo, in questo senso, l’indicazione preziosa di Papa Leone. E non è un riferimento gratuito. Nel grande discorso in San Pietro per la veglia per la pace che ha preceduto il viaggio in Africa, e forse anche determinato l’inaccettabile e ancora inspiegabile, immotivato attacco del presidente degli Stati Uniti, Papa Leone ha citato tutti i suoi immediati predecessori, a partire da Pio XII. Come allora, il Papa ha parlato chiaro, per la pace e per la ricostruzione. Senza paura. Una festa antica, ormai, ben consolidata nella nostra memoria collettiva, ma anche una festa nuova, da vivere in modo nuovo, per questi tempi nuovi, pieni di violenza e di contrattazioni. In cui tuttavia brillano, come attesa, ma anche come pista concreta di impegno, quei principi, quei valori, quelle testimonianze di liberazione che ci hanno guidato fuori dal fascismo e dalla guerra e hanno, per tutti questi anni, garantito una democrazia italiana ed europea, affidata oggi più che mai alla nostra responsabilità.

Agensir