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Chernobyl, quarant’anni dopo. Pontecorvi: “Da quelle mutazioni sono nati i farmaci contro il tumore alla tiroide”
A quarant’anni dal più grande disastro nucleare della storia, l’endocrinologo Alfredo Pontecorvi (Università Cattolica-Policlinico Gemelli) ripercorre l’impatto sanitario dell’esplosione del reattore numero 4. Lo Iodio 131 provocò mutazioni dell’oncogene Ret, causa del tumore alla tiroide. “Oggi farmaci target colpiscono quella proteina e salvano vite”. A pagare il prezzo più alto furono i bambini dell’Est Europa
È stato il più grande disastro nucleare della storia. La notte tra il 25 e il 26 aprile 1986 è, per tutti, la notte di Chernobyl. La notte in cui una località dell’allora Unione Sovietica, lontana e sconosciuta, diventa il simbolo della catastrofe. All’1.23, durante un test di sicurezza al reattore numero 4, una serie di errori portò a un improvviso aumento di potenza. Due esplosioni ravvicinate e la storia cambia il suo corso. Le vittime stimate dall’Onu sono state circa quattromila, oltre centodiecimila gli sfollati. Una scia radioattiva che il vento ha portato nei cieli di tutta Europa. Si stima che la quantità di radiazioni rilasciate sia stata 100 volte superiore a quella delle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki. A quarant’anni di distanza dall’incidente che cambiò la storia del nucleare, Alfredo Pontecorvi, endocrinologo dell’Università Cattolica e del Policlinico Gemelli, ripercorre quei giorni e ne analizza le conseguenze sanitarie.
Che cosa ricorda di quei giorni?
Io in quel periodo mi trovavo negli Stati Uniti per lavoro e la cosa che mi colpì fu il ritardo con cui venne data la notizia. Furono gli svedesi a dare l’allarme dopo alcuni giorni, perché si accorsero dell’aumento della radioattività nell’aria. I venti che spiravano verso nord avevano portato le scorie radioattive, mentre l’Unione Sovietica aveva tenuto tutto nascosto, soprattutto alla popolazione. Nell’Est Europa, dove l’economia era soprattutto agricola, erano giorni di festa, in cui i bambini dormivano addirittura all’aperto, nei prati, e per questo sono stati tra i più contaminati.
Da medico, cosa la colpì di più di questo disastro?
Questa tragedia può essere vista da diversi punti di vista. Sicuramente dal lato umano è stata una catastrofe, ma dal punto di vista scientifico è stato un evento molto importante, una sorta di esperimento senza precedenti.
Chernobyl ci ha consentito di individuare una serie di alterazioni genetiche contro le quali oggi sono stati disegnati farmaci specifici,
i cosiddetti farmaci target, che consentono di bersagliare in maniera superselettiva questi tumori della tiroide quando sono avanzati e quindi di permettere al paziente di vivere nettamente più a lungo rispetto a quanto si facesse prima.
Come è stato possibile?
In pratica l’esposizione agli isotopi radioattivi dispersi dall’esplosione della centrale ha provocato mutazioni specifiche di un oncogene, il cosiddetto Ret, che è una delle cause del tumore della tiroide. E proprio contro il gene Ret, da alcuni anni, sono disponibili farmaci che si legano specificamente a questa proteina mutata e modificano il comportamento biologico del tumore, stabilizzandolo e, quindi, salvando la vita a tante persone.
Con Chernobyl si parla di tumore alla tiroide. Quali altre patologie ha scatenato?
Per un certo periodo di tempo si pensò che questo evento avesse provocato, nelle persone meno esposte alla contaminazione, un aumento delle tiroiditi croniche autoimmuni. Si è parlato anche di un aumento del diabete di tipo 1, quello insulino-dipendente. Invece, per quanto riguarda altri tipi di tumore, non si è osservato, come è successo, per esempio, dopo le bombe di Hiroshima e Nagasaki, un aumento delle leucemie.
In quei casi i danni alla tiroide furono rilevati nel breve periodo, mentre a Chernobyl è successo l’esatto contrario: soltanto pochi casi di tumori della tiroide all’inizio, mentre non si sono osservate variazioni nella prevalenza delle leucemie.
Come si può spiegare questo fenomeno?
Si spiega con il tipo di isotopo radioattivo che è stato emesso nell’aria. Dalla centrale di Chernobyl quello che è venuto fuori è stato soprattutto lo Iodio 131. Poi ci sono stati anche altri isotopi radioattivi come il Cesio e lo Stronzio, che possono essere pericolosi perché si possono fissare nelle ossa e quindi irradiare il midollo e dare tumori ematologici, come invece è successo dopo l’esplosione delle bombe atomiche.
Maria Sara Farci
