Un inno all’Italia

Il discorso di fine anno del presidente ha ricevuto i consueti consensi bipartisan. Ma tra le righe va colto prima di tutto il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Mattarella ha aperto il suo saluto agli italiani e italiane parlando delle atrocità della guerra, del terrorismo e dell’aggressione. Non ci può essere pace se non c’è giustizia e verità, sono due dei quattro pilastri che la sostengono, dice la Pacem in terris.

“Di fronte alle case, alle abitazioni devastate dai bombardamenti nelle città ucraine, di fronte alla distruzione delle centrali di energia per lasciare bambini, anziani, donne, uomini al freddo del gelido inverno di quei territori, di fronte alla devastazione di Gaza, dove neonati al freddo muoiono assiderati, il desiderio di pace è sempre più alto e diviene sempre più incomprensibile e ripugnante il rifiuto di chi la nega perché si sente più forte” ha detto con diplomatica chiarezza. Il riferimento a quanti continuano a fare guerra pensando di raggiungere così la tranquillità e la pace. Qualche ora dopo lo stesso papa Leone, consegnando il messaggio per la Giornata mondiale della pace del primo gennaio ha ribadito che “che il mondo non si salva affilando le spade, giudicando, opprimendo, o eliminando i fratelli, ma piuttosto sforzandosi instancabilmente di comprendere, perdonare, liberare e accogliere tutti, senza calcoli e senza paura”.

La pace è un tesoro da custodire e un percorso da costruire giorno per giorno, ecco perché il presidente ha voluto aggiungere: “è un modo di pensare: quello di vivere insieme agli altri, rispettandoli, senza pretendere di imporre loro la propria volontà, i propri interessi, il proprio dominio. Il modo di pensare, la mentalità, iniziano dalla vita quotidiana. Riguardano qualunque ambito: quello internazionale, quello interno ai singoli Stati, a ogni comunità, piccola o grande. Per ogni popolo inizia dalla sua dimensione nazionale”.

È stato tutto un inno all’Italia, alla sua storia, alla sua tradizione e al patrimonio costituzionale e di valori rappresentati dall’ideale repubblicano. La democrazia, alta forma di governo del popolo, raggiunta e riletta attraverso fotogrammi di una storia meravigliosa fatta di nomi, di storie, anche di conquiste (primo fra tutti il voto alle donne) e di accadimenti.

Come in un film il presidente ha scelto i fotogrammi più importanti di questi ottant’anni per celebrare, il prossimo due giugno, con maggior coscienza, l’anniversario tondo della Repubblica. Entrando nelle case ha sfogliato le pagine dell’album di famiglia mettendo in evidenza anche le grandi conquiste sociali: dal sistema sanitario nazionale alla previdenza sociale, per richiamare oggi ancora di più di allora quanti sono chiamati ad amministrare la cosa (res)pubblica a non dimenticare questi grandi passi della nostra nazione e dei padri costituenti.

Ha indicato anche uno stile di incontro, di dialogo, di ricerca dei tasselli per scrivere insieme la carta costituzionale. Se di mattina c’era il fervore della dialettica polita, nel pomeriggio l’atto di responsabilità per un bene superiore a schieramenti, idee e personali visioni.

Ancora una volta un discorso pensato, parole ponderate, non aggressive o toni accusatori. La politica ha bisogno di questi linguaggi equilibrati, che sfidano e incoraggiano le nuove generazioni, come il presidente ha fatto con i giovani. Non abbiamo bisogno di minacce di dazi e di guerre commerciali, tanto meno di prove di forza di chi mostra più di avere i muscoli che di avere un cervello e un cuore. Grazie presidente.