Ucraina, il battesimo di un soldato liberato

Un soldato ucraino, ex prigioniero nelle carceri russe, riceve il battesimo a Zaporizhzhia. Mons. Ryabukha racconta una storia di sofferenza, fede e redenzione. “Questo battesimo – dice – è un segno di speranza: il male che cerca di avvolgere la nostra vita e di spegnere nei nostri cuori la luce dell’amore di Dio, in realtà, è impotente”

“Questo battesimo ha un significato importante non solo per la vita personale della persona che lo ha ricevuto, ma per tutta la comunità di Zaporizhzhia. È un segno di speranza: il male che cerca di avvolgere la nostra vita e di spegnere nei nostri cuori la luce dell’amore di Dio, in realtà, è impotente. Qualunque male possiamo incontrare non è mai più forte dell’amore di Dio, che attira, accompagna e guida l’uomo”. Con queste parole, mons. Maksym Ryabukha, vescovo dell’esarcato greco-cattolico di Donetsk, racconta al Sir il battesimo che alcuni giorni fa, lui stesso ha celebrato a Zaporizhzhia e a riceverlo è stato un soldato ucraino, ex prigioniere nelle carceri russe e ora liberato. Il vescovo, salesiano, racconta al Sir questa storia in vista di domenica 11 gennaio, giorno liturgico in cui si fa memoria del Battesimo di Gesù.

La “storia” ha per protagonista un militare che difendeva la propria patria e che, a un certo punto, è diventato prigioniero di guerra. “Dopo mesi di torture e dopo aver vissuto tutto il dramma che questa esperienza comporta – dice il vescovo Ryabukha, è inevitabile che una persona inizi a riflettere sul senso della vita, sul significato del sacrificio e della sofferenza. Tutto questo porta spesso a cercare una forza superiore, a cercare Dio, qualcuno che stia al di là e al di sopra del dramma umano dell’esistenza”. La ricerca di Dio diventa particolarmente intensa quando ci si trova a vivere una grande sofferenza. “Credo – osserva ancora mons. Ryabukha – che il suo interesse per Dio sia nato proprio nel periodo della prigionia”.

“Dopo la grazia di essere stato liberato a seguito di uno scambio di prigionieri tra Russia e Ucraina, è tornato a casa, ma quella ricerca profonda di Dio è rimasta nel suo cuore”.

Da quel momento qualcosa nella sua vita è cambiato. Ha iniziato a cercare altre persone che avevano vissuto la prigionia, chi avesse il coraggio di parlare di quel dramma e la forza di farsi promotore di una riscoperta di Dio. La sua ricerca si intreccia con un’altra storia, quella di padre Bohdan Heleta, il religioso redentorista che insieme ad un altro confratello, p. Ivan Levytskyi, è stato imprigionato nelle carceri russe un anno e otto mesi, condividendo quel dramma insieme a tanti altri militari e non. Insomma, “un carcerato tra carcerati”. Dopo quell’esperienza padre Heleta si fa promotore di un’iniziativa: un percorso di aiuto e sostegno anche spirituale a quanti hanno vissuto la stessa esperienza.

Il giorno della liberazione dei due sacerdoti greco-cattolici catturati dai russi (Foto Ugcc)

Il militare trova l’annuncio e decide di partecipare. E tornato a casa, si mette in contatto con il parroco di una delle chiese greco-cattoliche di Zaporizhzhia e chiede di poter ricevere il battesimo, poiché non era mai stato battezzato. Era cresciuto in una famiglia atea di tradizione sovietica e non si era mai posto la domanda sulla ricerca di Dio. Per due mesi, don Oleksandr Bohomaz, lo ha preparato a ricevere il sacramento. E’ un percorso di luce e liberazione interiore. “Attraverso la lettura della Sacra Scrittura – racconta il vescovo – scopre il disegno meraviglioso che Dio ha per l’umanità e l’amore paterno con cui accompagna ogni passo dell’uomo lungo la storia millenaria. Tutto questo lo ha fatto innamorare ancora di più di Dio e gli ha dato il coraggio di dire “sì” a diventare cristiano, a riconoscersi figlio di Dio e al desiderio di seguire, da ora in poi, le orme di Gesù”.

Il suo battesimo diventa un messaggio di speranza per tutta la comunità. Il vescovo Ryabukha lo definisce “un piccolo segno di vittoria: la vittoria di Dio sul male che viviamo nella quotidianità. Una vittoria che porta una speranza forte, che dà senso alla vita e anche alla sofferenza. Io credo che Gesù non abbia mai abbandonato nessuno di noi. Ciò che abbiamo cantato e vissuto pochi giorni fa a Natale, proclamando che Dio è con noi, l’Emmanuele, si è reso vivo e presente proprio nella vita di quest’uomo. E per tutti noi questo è anche un motivo in più per provare ed esprimere gratitudine a Dio”.

Agensir