Turchia. Dichiarazione congiunta di papa Leone XIV e il patriarca ecumenico Bartolomeo

Nel documento, i fratelli Pietro e Andrea, ribadiscono l’impegno per il cammino verso la piena unità dei cristiani e una data comune della Pasqua. E poi un appello affinché “la tragedia della guerra cessi immediatamente”.

Alla vigilia della Festa di Sant’Andrea, il primo chiamato tra gli Apostoli, fratello dell’Apostolo Pietro e Patrono del Patriarcato Ecumenico, noi, Papa Leone XIV e il Patriarca Ecumenico Bartolomeo, di cuore rendiamo grazie a Dio, nostro Padre misericordioso, per il dono di questo incontro fraterno. Seguendo l’esempio dei nostri Venerabili Predecessori e in ascolto della volontà di nostro Signore Gesù Cristo, continuiamo a camminare con ferma determinazione sulla via del dialogo, nell’amore e nella verità (cfr Ef 4,15), verso l’auspicato ripristino della piena comunione tra le nostre Chiese sorelle. Consapevoli che l’unità dei cristiani non è semplicemente risultato di sforzi umani, ma un dono che viene dall’alto, invitiamo tutti i membri delle nostre Chiese – clero, monaci, persone consacrate e fedeli laici – a cercare con fervore il compimento della preghiera che Gesù Cristo ha rivolto al Padre: «perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda».

La commemorazione del 1700° anniversario del Primo Concilio Ecumenico di Nicea, celebrata alla vigilia del nostro incontro, è stata uno straordinario momento di grazia. Il Concilio di Nicea, tenutosi nel 325 d.C., fu un evento provvidenziale di unità. Lo scopo di commemorare questo evento, tuttavia, non è semplicemente quello di ricordare l’importanza storica del Concilio, ma di spronarci ad essere costantemente aperti allo stesso Spirito Santo che parlò attraverso Nicea, mentre affrontiamo le numerose sfide del nostro tempo. Siamo profondamente grati a tutti i leader e i delegati di altre Chiese e Comunità ecclesiali che hanno voluto partecipare a questo evento. Oltre a riconoscere gli ostacoli che impediscono il ripristino della piena comunione tra tutti i cristiani – ostacoli che cerchiamo di affrontare attraverso la via del dialogo teologico – dobbiamo anche riconoscere che ciò che ci unisce è la fede espressa nel Credo di Nicea. Questa è la fede che salva nella persona del Figlio di Dio, vero Dio da vero Dio, homoousios con il Padre, che per noi e per la nostra salvezza si è incarnato e ha abitato in mezzo a noi, è stato crocifisso, è morto ed è stato sepolto, è risorto il terzo giorno, è asceso al cielo e verrà di nuovo a giudicare i vivi e i morti. Attraverso la venuta del Figlio di Dio, noi siamo iniziati al mistero della Santissima Trinità – Padre, Figlio e Spirito Santo – e siamo invitati a diventare, nella persona di Cristo e attraverso di Lui, figli del Padre e coeredi con Cristo per la grazia dello Spirito Santo. Dotati di questa comune confessione, possiamo affrontare le sfide che condividiamo nel testimoniare la fede espressa a Nicea con rispetto reciproco, e possiamo lavorare insieme verso soluzioni concrete con sincera speranza. Siamo convinti che la commemorazione di questo significativo anniversario possa ispirare nuovi e coraggiosi passi nel cammino verso l’unità. Tra le sue decisioni, il Primo Concilio di Nicea fornì anche i criteri per determinare la data della Pasqua, comune a tutti i cristiani. Siamo grati alla divina Provvidenza che quest’anno l’intero mondo cristiano abbia celebrato la Pasqua nello stesso giorno. È nostro comune desiderio proseguire il processo di esplorazione di una possibile soluzione per celebrare insieme la Festa delle Feste ogni anno. Speriamo e preghiamo che tutti i cristiani, «con ogni sapienza e intelligenza spirituale» (Col 1,9), si impegnino nel processo volto a giungere a una celebrazione comune della gloriosa Risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo. Quest’anno commemoriamo anche il 60° anniversario della storica Dichiarazione congiunta dei nostri Venerabili Predecessori, Papa Paolo VI e il Patriarca ecumenico Atenagora, che estinse lo scambio di scomuniche del 1054. Rendiamo grazie a Dio perché questo gesto profetico ha spinto le nostre Chiese a perseguire «in uno spirito di fiducia, di stima e di carità reciproche, il dialogo che le condurrà, con l’aiuto di Dio, a vivere nuovamente, per il maggior bene delle anime e la venuta del Regno di Dio, nella piena comunione di fede, di concordia fraterna e di vita sacramentale che esisteva tra loro nel corso del primo millennio della vita della Chiesa» (Dichiarazione comune di Papa Paolo VI e del Patriarca ecumenico Athenagoras I, per togliere dalla memoria e nel mezzo della Chiesa le sentenze di scomunica dell’anno 1054, 7 dicembre 1965). Nello stesso tempo, esortiamo quanti sono ancora titubanti verso qualsiasi forma di dialogo, ad ascoltare ciò che lo Spirito dice alle Chiese (cfr Ap 2,29), spingendoci, nelle attuali circostanze della storia, a presentare al mondo una rinnovata testimonianza di pace, riconciliazione e unità. Convinti dell’importanza del dialogo, esprimiamo il nostro continuo sostegno al lavoro della Commissione mista internazionale per il Dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, che nella fase attuale sta esaminando questioni storicamente considerate fonte di divisione. Oltre al ruolo insostituibile che il dialogo teologico svolge nel processo di riavvicinamento tra le nostre Chiese, raccomandiamo anche gli altri elementi necessari di questo processo, tra cui i contatti fraterni, la preghiera e il lavoro congiunto in tutti quei settori in cui la cooperazione è già possibile. Esortiamo vivamente tutti i fedeli delle nostre Chiese, e in particolare il clero e i teologi, ad accogliere con gioia i frutti finora conseguiti e a impegnarsi per il loro continuo incremento. L’obiettivo dell’unità dei cristiani include il fine di contribuire in modo fondamentale e vivificante alla pace tra tutti i popoli. Insieme alziamo fervidamente le nostre voci invocando il dono divino della pace sul nostro mondo. Tragicamente, in molte sue regioni, conflitti e violenza continuano a distruggere la vita di tante persone. Ci appelliamo a coloro che hanno responsabilità civili e politiche affinché facciano tutto il possibile per garantire che la tragedia della guerra cessi immediatamente, e chiediamo a tutte le persone di buona volontà di sostenere la nostra supplica. In particolare, rifiutiamo qualsiasi uso della religione e del Nome di Dio per giustificare la violenza. Crediamo che un autentico dialogo interreligioso, lungi dall’essere causa di sincretismo e confusione, sia essenziale per la convivenza di popoli appartenenti a tradizioni e culture diverse. Memori del 60° anniversario della dichiarazione Nostra Aetate, esortiamo tutti gli uomini e le donne di buona volontà a lavorare insieme per costruire un mondo più giusto e solidale e a prendersi cura del creato, che Dio ci ha affidato. Solo così la famiglia umana potrà superare l’indifferenza, il desiderio di dominio, l’avidità di profitto e la xenofobia. Pur essendo profondamente allarmati dall’attuale situazione internazionale, noi non perdiamo la speranza. Dio non abbandonerà l’umanità. Il Padre ha mandato il suo Figlio Unigenito per salvarci, e il Figlio di Dio, nostro Signore Gesù Cristo, ci ha donato lo Spirito Santo, per renderci partecipi della sua vita divina, preservando e proteggendo la sacralità della persona umana. Per mezzo dello Spirito Santo sappiamo e sperimentiamo che Dio è con noi. Per questo motivo, nella nostra preghiera, affidiamo a Dio ogni essere umano, specialmente coloro che sono nel bisogno, coloro che soffrono la fame, la solitudine o la malattia. Invochiamo su ogni membro della famiglia umana ogni grazia e benedizione affinché «i loro cuori vengano consolati. E così, intimamente uniti nell’amore, essi siano arricchiti di una piena intelligenza per conoscere il mistero di Dio» (Col 2,2), che è il nostro Signore Gesù Cristo.

Dal Phanar, 29 novembre 2025.