Tesori d’arte restaurati in mostra

La rassegna “Restituzioni” è parte di un programma finalizzato alla pulitura di vari capolavori italiani

Intesa Sanpaolo, in collaborazione con il Ministero della Cultura, porta avanti da trentasei anni il programma “Restituzioni”, finalizzato alla salvaguardia e alla valorizzazione del patrimonio artistico italiano. Quest’anno il gruppo bancario ha organizzato, insieme all’Azienda Speciale Palaexpo, all’assessorato alla Cultura di Roma Capitale e all’alto Patronato del Presidente della Repubblica, la mostra Restituzioni 2025, inaugurando così la XX edizione del suo progetto pluritrentennale. La direzione scientifica della rassegna, visitabile fino al 18 gennaio 2026 presso il palazzo delle Esposizioni a Roma, è a cura di Giorgio Bonsanti, di Carla Di Francesco e di Carlo Bertelli. I visitatori potranno vedere e apprezzare ben 117 capolavori provenienti da tutto lo Stivale e afferenti ad epoche diverse, conservati presso 67 enti tra musei pubblici diocesani, chiese e siti archeologici che la Sanpaolo ha scelto, di comune accordo, con 51 enti di tutela (Soprintendenze, Direzioni Regionali Musei nazionali e Musei autonomi). Queste opere sono state sottoposte ad un accurato lavoro di restauro, condotto in alcuni casi con il contributo di altri paesi, che ha svelato pigmenti, stratificazioni e dettagli sconosciuti fino a poco tempo fa. Nella mostra troviamo opere di artisti molto noti tra cui Giovanni Bellini, Bartolomeo Vivarini, Giulio Romano, Battistello Caracciolo, Luca Giordano, Mario Sironi, Pino Pascali, ma anche strumenti scientifici come la macchina planetaria, data in prestito dal Museo della Scienza e della Tecnica di Milano, e manufatti analizzati ma non esposti per questioni legate alla loro dimensione. Anche la Calabria è presente con tre capolavori di assoluta bellezza: Il ritorno del figliol prodigo di Mattia Preti, la Croce d’altare della chiesa di San Giuseppe a Vibo Valentia e il Reliquiario a tabella di San Biagio di Serra San Bruno. Il “Cavaliere Calabrese” Mattia Preti, originario della provincia di Catanzaro, realizzò “Il ritorno del figliol prodigo”, oggi appartenente alla Pinacoteca Civica di Reggio Calabria, tra il 1653 e il 1661 durante il suo soggiorno napoletano. Proveniente dalla collezione dello scultore Francesco Jerace e comprata dallo Stato nel 1972, la tela mostra la scena evangelica del perdono paterno, ambientata dentro un portico alla presenza di tanti personaggi. Più che puntare sulla monumentalità delle figure, l’artista si concentra sulla narrazione dell’episodio scelto in accordo con la cultura controriformista, che privilegia il pentimento e il perdono ma anche l’obbedienza e la metamorfosi del peccato. Evidenti gli influssi su Preti della pittura di Caravaggio (uso del chiaroscuro), di quella di Guercino (raffigurazione dei personaggi) e dello stile veneziano con le pennellate rapide, l’uso delle architetture e di elementi sfumati sullo sfondo e nel cielo. L’elemento principale è l’abbraccio tra il padre e il figlio, che simboleggia la riconciliazione e la pace. Quest’olio su tela è caratterizzato dal marcato contrasto tra le zone in piena luce e quelle in ombra, che accentua il senso di drammaticità e di spiritualità. L’intervento ha ripristinato molte tonalità cromatiche sbiadite e ha evidenziato i contrasti e la brillantezza dei colori caldi. Molto importante la scoperta fatta mediante le analisi radiografiche, che hanno svelato la presenza di due bambini dipinti sul margine inferiore, e di un terzo volto nascosto nella versione finale. Questo denota il continuo ritorno di Preti sulle sue opere per apportare modifiche e aggiustamenti. Il restauro è stato curato da Giuseppe Mantella e da Daniela Vinci della Soprintendenza Abap per la città di Reggio Calabria e Vibo Valentia. La “Croce d’altare” di Vibo Valentia è un esemplare del barocco seicentesco calabrese in legno e bronzo dorato, realizzato con l’antica tecnica della fusione a cera persa. Di provenienza ignota, sembra che sia stata fabbricata da un argentiere dell’Italia del Sud. Le superfici del manufatto sono state appositamente ripulite, ripristinando la lucentezza del bronzo, ed è stato fortificato il supporto ligneo. Il Cristo in croce si presenta come una figura delicata, avvolta in drappeggi fini. È possibile che sulla sua realizzazione abbiano influito le scuole della Certosa di Serra San Bruno e quella di Cosimo Fanzago. Il restauro è stato curato da Adduci Restauri, sotto la direzione di Daniela Vinci. Il “Reliquiario a tabella” della Chiesa di San Biagio a Serra San Bruno è stato restaurato da Antoni Adduci, che ha riportato agli antichi fasti le tantissime reliquie di questo capolavoro serrese, alcune delle quali date in dono a san Bruno da Adelasia del Vasto, la moglie del Conte Ruggiero. L’intervento su quest’opera del XVIII secolo ha richiesto una ricognizione delle sacre reliquie, con la successiva disinfestazione e il conseguente consolidamento della struttura, la custodia delle reliquie, la pulitura chimica, il ripristino dei materiali e della lucentezza dei colori originali. Adduci ha scoperto, nella fase di pulitura, dettagli decorativi di piccoli reliquiari nel vano interno, tra cui una porzione di scultura in argento, una piccola icona su lastra argentea e una medaglia d’oro con una preghiera a san Demetrio, con caratteri greco-cirillici e cartigli occultati da depositi di sporcizia. Sono emersi anche elementi di straordinario interesse, come l’ampolla con il sangue di santa Tecla e i frammenti di san Maiolo, abate di Cluny. Questi elementi denotano la ricca devozione calabrese per i santi e per la tradizione certosina. Il reliquiario indica, inoltre, il passaggio delle opere dalla Certosa alla chiesa matrice dopo il terremoto del 1783. I capolavori torneranno nelle loro sedi a conclusione della mostra.