Attualità
Sfruttamento minorile in Congo: bambini nelle miniere per smartphone e auto elettriche
Lo sfruttamento dei minori nelle miniere di cobalto e coltan nella Repubblica Democratica del Congo alimenta il progresso tecnologico globale. Still I Rise contrasta il lavoro minorile con scuole di qualità e tutela legale, offrendo un’alternativa educativa e difendendo i diritti delle comunità locali colpite da sfratti e occupazioni aziendali
Il progresso tecnologico, anche quello più avanzato, invocato perché green, poggia sulle spalle di decine di migliaia di bambini. Il paradosso è crudele e sintetizza un processo sotto gli occhi di tutti: mentre il mondo occidentale accelera verso la transizione energetica, i piccoli lavoratori della Repubblica Democratica del Congo estraggono cobalto e coltan, scavano la roccia a mani nude e trasportano carichi estenuanti in tunnel angusti e pericolosi. Immersi in un’atmosfera saturata da polveri tossiche, i bambini trascorrono le giornate a scavare e a lavare minerali per un compenso di un dollaro, mettendo a rischio la salute per alimentare la produzione di smartphone e veicoli elettrici. A questo scenario drammatico è stato dedicato l’incontro a Roma, “L’Oro Blu del Congo: il prezzo umano del nostro progresso”, promosso dall’associazione Still I Rise, nata nel 2017 a Samos per rispondere all’emergenza profughi in Grecia.
Un modello educativo per sottrarre i bambini alle miniere
Negli anni, l’associazione ha sviluppato un modello educativo d’eccellenza che, attraverso l’istruzione, offre un percorso a oltre 520 studenti nel mondo. Il progetto si basa sull’idea che l’accesso a un curriculum di alto livello, come l’International Baccalaureate (IB), non debba essere un privilegio riservato alle élite, ma uno strumento di emancipazione per i bambini più vulnerabili, in contesti come Kenya, Colombia e prossimamente India. A differenza delle scuole di emergenza tradizionali, che spesso si limitano a fornire un’alfabetizzazione di base in strutture precarie, questo modello punta sulla qualità e sullo sviluppo di competenze trasversali, fondamentali per competere in un mondo dominato dall’intelligenza artificiale. “Il metodo pedagogico trasforma la scuola in un luogo di appartenenza dove lo studente è il protagonista attivo del proprio apprendimento, mentre l’insegnante funge da mentore e facilitatore del senso critico. La didattica non si limita alla trasmissione di contenuti mnemonici, ma si organizza attorno a concetti globali applicati alla realtà locale, permettendo ai ragazzi di comprendere i meccanismi del mondo partendo dalla propria storia”, spiega Giulia Cicoli, cofondatrice di Still I Rise.
L’azione dell’associazione si estende inoltre alla tutela legale dei diritti delle comunità locali, minacciate da espropri violenti e occupazioni di terre da parte delle grandi aziende minerarie.
“Il lavoro sul campo – sottolinea Cicoli – è estremamente rischioso e documenta una realtà sanitaria drammatica, dove l’inalazione di polveri tossiche e i crolli nelle miniere artigianali causano decessi costanti tra i lavoratori e i bambini”. Anche nella regione mineraria di Kolwezi, in Congo, Still I Rise ha aperto una scuola per strappare i bambini al destino in miniera di cobalto, minerale cardine per la transizione energetica globale e la produzione di batterie. In questo territorio, segnato da un nuovo colonialismo economico che vede contrapposti interessi cinesi e statunitensi, l’organizzazione combatte lo sfruttamento minorile fornendo alle famiglie un sostegno alimentare che compensi il salario del bambino.

(Foto SIR)
Sfratti, report e testimonianze
Altro tema collegato all’estrazione del cosiddetto “oro blu” in questi territori è quello degli sfratti, sul quale l’organizzazione ha realizzato un report. “La stabilità di gran parte degli studenti in Congo è minacciata dal fatto che 72 famiglie risiedono in territori già concessi ad aziende internazionali. Tra queste, 64 famiglie risultano proprietarie dei terreni, mentre le restanti sono affittuarie. Questa distinzione è di fondamentale importanza poiché, secondo l’attuale normativa, solo i proprietari hanno legalmente diritto a ricevere compensazioni in caso di sfollamento forzato, lasciando gli affittuari in una condizione di totale vulnerabilità”, spiega Fatima Burhan Mohamed, advocacy officer di Still I Rise, che ha presentato in anteprima i contenuti della mappatura.
Nel Paese, le terre vengono spesso appaltate dallo Stato ad aziende internazionali tramite concessioni pluridecennali che ignorano i diritti delle comunità preesistenti, le quali si trovano improvvisamente private della propria casa e della propria storia.
“Gli sgomberi – commenta Burhan Mohamed – avvengono frequentemente attraverso l’uso della forza, con l’intervento di bulldozer e agenti che radono al suolo i villaggi senza preavviso, causando feriti e vittime nel silenzio della comunità internazionale”. Un momento intenso dell’incontro è stato dedicato al servizio Rai “A Mani nude”, vincitore del Premio Luchetta 2025 – sezione TV News, realizzato da Marina Sapia e Badreddine Naceur, in collaborazione con Vital Kamungu, program manager a Kolwezi dell’organizzazione, scomparso di recente e ricordato con emozione. “Un giorno ho visto una foto – ricorda la giornalista –. Per un istante mi era sembrato un formicaio sulla terra rossa, poi capisci che quelli che vedi sono migliaia di esseri umani che scavano a mani nude. Volevo scendere in quel buco della terra – commenta – per dare un volto a quegli uomini e invece mi sono ritrovata di fronte a un esercito di bambini minatori. Non immaginavo di incontrare bambini così piccoli e fragili, con i sacchi sulle spalle, immersi nel materiale tossico. Bambini lucidi che mi guardavano con l’imbarazzo negli occhi, consapevoli di subire una profonda ingiustizia ma anche con un mezzo sorriso, come per dire: “Non preoccuparti… io ce la faccio”.
- Agensir
