Spettacoli
Sanremo 2026: giovani talenti e canti di pace. Filippucci vince le Nuove Proposte
La terza serata del Festival si apre con la finale delle Nuove Proposte tra Angelica Bove e Nicolò Filippucci. Al termine delle esibizioni, viene proclamato vincitore il cantautore umbro, 19 anni, con “Laguna” (“un piccolo viaggio senza filtri nei ricordi, fatto di nostalgia, sincerità, fragilità, in cui è facile riconoscersi” la descrive Filippucci). La 22enne romana Angelica Bove (coautrice del pezzo) si aggiudica sia il premio della critica “Mia Martini” assegnato dalla sala stampa Ariston Roof sia quello della sala stampa “Lucio Dalla” (al Palafiori) di radio, tv e web per “Mattone”, che racconta il peso della vita: causa di dolore, ma anche mezzo per crescere.
Fulcro della “puntata”, come la definisce il conduttore e direttore artistico Carlo Conti, è la pace. Per portare il messaggio prende posto sul palco il Piccolo coro dell’Antoniano di Bologna (Conti è direttore artistico anche dello Zecchino d’oro) con una rappresentanza del Piccolo coro di Caivano (progetto del Ministero della Cultura in collaborazione con Antoniano-Opere Francescane). “Il mondo oggi è malato, sofferente per la follia delle guerre. Dobbiamo curarlo per i nostri figli”: introduce così Conti “Heal The World” di Michael Jackson. Cinquantanove voci, tra bambine e bambini, condotte da Margherita Gamberini (“Abbiamo lavorato davvero tanto per prepararci a questo evento straordinario”) si uniscono a quella di Laura Pausini. Attacca la popstar, alle sue spalle scorrono immagini di distruzione e sofferenza, mentre i giovanissimi coristi percorrono mano nella mano in fila indiana la platea e raggiungono il palco. L’impatto sul pubblico è forte: standing ovation, lunghi applausi e commozione generale, “Ci voleva per gridare al mondo che vogliamo solo la pace” Conti conclude. Fra Giampaolo Cavalli, direttore dell’Antoniano, ente dei frati minori fondato nel 1954 votato alla solidarietà e all’arte, parla di “canto di speranza”. “La musica ci richiama alla responsabilità dell’ascolto: un ascolto autentico e attento verso i più piccoli, perché nelle loro parole e nei loro sogni si costruisce il futuro di tutti”. Per il Sir, frate Cavalli si sofferma sul Festival (terza partecipazione della storia per il coro bolognese): “Più che un brano, mi ha colpito il racconto di una fatica di vivere, soprattutto nei testi dei più giovani, legata al contesto sociale e personale. A volte è espressa con leggerezza, con un po’ di speranza e un orizzonte che si apre – penso a ‘Magica favola’ di Arisa – ma respiro la difficoltà di stare dentro questo momento carico di contraddizioni e problemi di ogni genere, dai particolari agli universali come la guerra”. Il direttore evidenzia: “Sono le stesse difficoltà che riscontro quotidianamente nei ragazzi: le domande sotto varie forme che trovo nei brani sanremesi rispecchiano quelle che ascolto nel servizio al prossimo. Lavoriamo tanto con il sociale, con la mensa e l’accoglienza: arrivano domande molto concrete, di un pasto, un lavoro, una casa. Aiutiamo tante persone, troppe: prima del Covid ricevevamo un centinaio di ospiti a pranzo, adesso ne accogliamo 350 ogni giorno e i giovani sono aumentati rispetto al periodo pre-pandemia. Sono persone non oltre i 35 anni e il numero di donne è importante, è lievitato”. Il direttore precisa che “è ormai una domanda che grida, dimostra che una parte sempre più consistente di persone richiede qualcosa e non lo trova. I giovani sono sempre espressione di un desiderio di andare avanti e noi adulti dobbiamo avere il coraggio di ascoltarli, anche perché utilizzano parole differenti rispetto alle nostre, a quelle che utilizzava e utilizza ancora la Chiesa. Anche perché il linguaggio è cambiato, il contesto è cambiato e poi oggi c’è una velocità di consumo in qualsiasi ambito, nelle informazioni, per esempio, che genera un approccio molto diverso alla realtà”. Fra Cavalli continua: “Una risposta, che certamente non può essere considerata ‘la’ risposta, è quella della comunità, cercare di imparare il passo dei giovani e provare a camminare insieme, perché il futuro sta lì e bisogna andare loro incontro”. La conclusione non può che tornare ai protagonisti della serata: i bambini. “Lavorare con loro è un atto di fede sul futuro e a loro dovremmo ispirarci: sono diretti, seri in ciò in cui si cimentano – quando cantano, giocano, lo fanno con tutta l’anima, persino quando fanno i capricci, li fanno fino in fondo – e stanno dentro la vita con un’intensità incredibile. Quella presenza nel momento che noi adulti, purtroppo, perdiamo un po’”.
