Attualità
Rialzarsi insieme dopo Crans – Montana
Un percorso di psicologia di comunità tra dolore, fragilità e speranza
La notte di Capodanno 2026 ha segnato un punto di rottura nella vita di molte famiglie, di un’intera località sciistica e delle comunità da cui provenivano le giovani vittime del tragico incendio di Crans-Montana. Quarantasette vite spezzate, 115 feriti gravi, molti dei quali giovanissimi, con ustioni che hanno reso irriconoscibili i corpi e hanno lasciato cicatrici profonde non solo sulla pelle ma nell’anima di chi è sopravvissuto e di chi ha perso una persona cara. Un evento che in pochi secondi, attraverso il fenomeno del “flashover”, la propagazione violenta e improvvisa delle fiamme in spazi chiusi, ha trasformato una serata di festa in una tragedia collettiva che interpella tutti noi: come comunità, come genitori, come uomini. Quando si verifica un evento traumatico collettivo come quello di Crans-Montana, le prime reazioni delle persone coinvolte, dirette o indirette, possono essere diverse e apparentemente contraddittorie. È fondamentale comprendere che ciò che è patologico non sono le reazioni delle persone, ma l’evento stesso. La morte improvvisa e violenta di una persona amata rompe in modo traumatico il corso normale della vita, provoca uno shock emozionale e uno stato di emergenza psicologica che destabilizza profondamente le capacità di risposta dell’individuo e dei gruppi familiari. Il lutto conseguente a una morte improvvisa e violenta presenta caratteristiche specifiche che lo differenziano da altri tipi di perdita. La mancanza di preparazione, l’impossibilità di dire addio, la natura violenta dell’evento, e nel caso di Crans-Montana la difficoltà nell’identificazione delle vittime, costituiscono tutti fattori che complicano enormemente il processo di elaborazione. La tragedia di Crans-Montana ci costringe a confrontarci con una dimensione esistenziale che la società contemporanea tende a rimuovere: la fragilità e la vulnerabilità umana. In un mondo che celebra la forza, l’efficienza, il controllo, eventi come questo ci ricordano brutalmente che siamo creature fragili, esposte alla malattia, alla morte. La fragilità non è debolezza, ma un aspetto fondamentale della nostra umanità. Riconoscere e accettare la propria fragilità è un passo cruciale verso un amore autentico per sé stessi e verso relazioni genuine con gli altri. Come afferma Brené Brown, psicologa e studiosa della vulnerabilità: “La vulnerabilità è il luogo di nascita della gioia, della creatività, del senso di appartenenza, dell’amore”. Accettare la vulnerabilità significa permettere a noi stessi di essere visti per quello che siamo, con tutte le nostre imperfezioni, e questo ci libera dall’illusione di dover essere sempre all’altezza delle aspettative. Quando ci permettiamo di essere autenticamente vulnerabili, ci apriamo alla possibilità di scoprire nuove sfumature di noi stessi, comprendendo che la fragilità è una componente essenziale del nostro percorso evolutivo. La fragilità ci rende più aperti verso noi stessi e verso gli altri: diventiamo capaci di empatia autentica, di compassione, di connessione profonda con chi soffre. Questa prospettiva non offre risposte facili al “perché” della sofferenza, ma indica una via: la via della presenza solidale, della prossimità compassionevole, del farsi carico della fragilità altrui riconoscendo la propria. In questa prospettiva, la fragilità smette di essere solo una condanna e diventa una chiamata alla solidarietà. Una delle domande più difficili che ci si pone di fronte a una tragedia come quella di Crans-Montana è: “Ha un senso tutto questo? Si può estrarre qualcosa di buono da tanto dolore?”. La risposta è complessa e deve evitare ogni forma di retorica consolatoria facile. Il dolore è dolore, la perdita è perdita, e nessuna “lezione” potrà mai compensare le vite spezzate. Quando comprendiamo che ogni giorno, ogni incontro, ogni momento con le persone che amiamo è prezioso proprio perché non garantito, possiamo scegliere di vivere con maggiore presenza, gratitudine e autenticità. La tragedia di Crans-Montana ha gettato una lunga ombra su molte vite. Quarantasette giovani non torneranno a casa, decine di famiglie portano il peso insopportabile del lutto, centinaia di persone sono state toccate direttamente o indirettamente da questo evento. Non esistono parole che possano colmare questo vuoto, né risposte che possano spiegare perché proprio loro, perché proprio quella notte. Ciò che possiamo fare, come educatori, come genitori, come operatori, come comunità, come cristiani è camminare insieme attraverso questa notte. Rispettare il dolore senza pretendere di eliminarlo. Offrire presenza quando le parole non bastano. Come ci ricorda la tradizione cristiana, nella debolezza può manifestarsi una forza particolare, non la forza della negazione o del controllo, ma la forza della presenza compassionevole, della solidarietà autentica, del farsi carico l’uno dell’altro. Le comunità di fede possono offrire un contributo importante in questo processo, non fornendo risposte teologiche preconfezionate al “perché” della sofferenza, ma incarnando quella prossimità fedele e compassionevole che è immagine dell’amore di Dio che si fa vicino a chi soffre. A tutti noi, che abbiamo seguito questa tragedia dai giornali o dai telegiornali, che forse non conoscevamo nessuna delle vittime ma che siamo stati toccati dalla portata dell’evento, viene chiesto di non dimenticare. Non di rimanere paralizzati dal dolore altrui, ma di fare tesoro di questa consapevolezza rinnovata della fragilità dell’esistenza. Di abbracciare le persone che amiamo. Di non dare per scontato il tempo che abbiamo. Di costruire comunità più solidali e attente. Di impegnarci perché, per quanto possibile, tragedie simili non si ripetano. Nella notte che è seguita all’incendio di Crans-Montana, molte stelle si sono spente. Ma se sapremo camminare insieme, sostenendoci, ascoltandoci, prendendoci cura gli uni degli altri, forse potremo scoprire che anche nelle notti più buie ci sono ancora stelle che brillano: la stella della solidarietà umana, della compassione, della resilienza, della speranza che contro ogni evidenza continua a credere che la vita valga la pena di essere vissuta, che l’amore è più forte della morte, e che insieme possiamo portare pesi che da soli ci schiaccerebbero. Questo non cancellerà il dolore. Ma forse renderà possibile continuare a camminare.
