Chiesa
Quo vadis, humanitas? Tra Dio e uomo…
“Lo scopo del documento non è solo quello di offrire un discernimento in grado di vagliare le conseguenze antropologiche delle scoperte tecno-scientifiche e le corrispondenti scelte etiche delle persone e delle società odierne. Implica anche una proposta profetica alla luce del Vangelo. La natura teorico-pratica della teologia racchiude l’annuncio di fede (kerygma) e l’educazione ad una visione dell’umano, in dialogo con i progressi delle scienze, nei quali si possa integrare tutto ciò che è bene (cf. 1 Ts 5, 21) e superare ciò che invece è limitante o penalizzante rispetto al compimento definitivo di ogni persona e dell’intera umanità”.
Al n. 17 di “Quo vadis, humanitas? Pensare l’antropologia cristiana di fronte ad alcuni scenari sul futuro dell’umano”, della Commissione teologica internazionale (Cti), l’oggetto e la causa del documento. Tentiamo una primissima analisi, per quanto certamente paraziale rispetto ai temi trattati.
I teologi guardano al presente e al futuro dell’umanità, affrontando termini e temi noti alla ricerca attuale, come transumanesimo e postumanesimo, offrendo una lettura alla luce della rivelazione cristiana, riflettendo sulla natura e vocazione dell’uomo. La causa, ovvero la ragione ‘oikonomica’ e sociale del documento, è introdotta al n. 1, quando la Cti afferma: “La recente accelerazione dello sviluppo tecnologico e i progressi della scienza hanno riattivato lo stupore di fronte alle grandi potenzialità dell’umanità”. Sembra di rileggere il decreto “Inter mirifica” del concilio Vaticano II dedicata ai mezzi di comunicazione, quando, proprio in incipit, si riconosceva di doversi muovere – oggi si direbbe di dover abitare – tra le meraviglie dell’ingegno umano.
Ovvero, tra le meraviglie delle in-ventiones tecniche, mai da demonizzare e semmai da amministrare, come additato, in riferimento al creato, ai progenitori.
“Quo vadis, humanitas?”, evidentemente, è un testo dal forte valore antropologico, e proprio per ciò profondamente cristiano.
Lo sviluppo del tema incrocia necessariamente la cristologia, soprattutto se intesa come vicenda e sviluppi del rapporto tra Gesù Cristo e l’esperienza vitale sia naturale sia redenta degli uomini.
Per questo appare importante, nel dispiegarsi del testo, il riferimento alle coordinate spazio – temporali in cui l’umanità vive. È qui, infatti, che si esprime la redenzione già realizzata da Gesù.
Al n. 73 si legge: “L’esperienza cristiana del tempo offre le coordinate di una salvezza che accade nella storia, in quanto pone la pienezza dei tempi in uno specifico contesto storico, in un presente carico di eternità, grazie all’incarnazione del Figlio di Dio”.
“Quo vadis” puntualizza il carico di significati della pienezza dell’umanità, così ponendosi sulla scia del Vaticano II, ad esempio di “Gaudium et spes”. Si sente l’eco di Gs 22 : “In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo”.
“Quo Vadis” esprime questa benefica tensione tra Dio e l’uomo, al fine di affermarne e riconoscerne la vocazione e il suo essere dono.
Al n. 109 la Cti scrive: “Tale dignità si fonda sulla creazione a immagine e somiglianza di Dio, che da ultimo è a immagine del Figlio, il quale, nella sua incarnazione, ha condiviso la nostra natura e l’ha elevata all’unione con la vita divina”.
Per questo il discernimento critico sui tempi presenti richiede come dire e fare “autenticamente umana la nostra esistenza” (56). Per tale giudizio critico, non occorre generare tensioni e polarizzazioni, perché “in una visione specificamente cristiana e teologale, la condizione drammatica del processo storico di umanizzazione, a partire dalla polarità di finito e infinito, viene infatti salvata e portata a compimento in Gesù Cristo, e non può trovare soluzione in una qualche forma di sostituzione o soppressione dell’umano”.
