Nigeria: Paluku (Carmelitani), “non è solo guerra ai cristiani. Religione, petrolio e Stato debole alimentano il conflitto”

Dopo l’ennesimo sequestro di massa di 160 fedeli cristiani nello Stato di Kaduna, torna l’allarme sicurezza in Nigeria. In un’intervista al Sir, padre Jérôme Paluku, carmelitano scalzo, invita a non leggere la violenza solo come guerra di religione. Dietro attacchi e rapimenti, che colpiscono soprattutto i cristiani ma anche musulmani, pesano conflitti per la terra, interessi economici e traffici di armi. I rapimenti di massa sono diventati un vero business, segno della profonda debolezza dello Stato. Bombardamenti e risposte militari, avverte Paluku, non risolvono una crisi alimentata da cattiva governance e mancato controllo del territorio

Il conflitto e gli attacchi contro i cristiani in Nigeria sono “il risultato di una miscela di fattori: religione, controllo delle risorse, cattiva governance e debolezza dello Stato”. E’ il parere di Jérôme Paluku, carmelitano scalzo che segue i progetti sociali di 3.980 suoi confratelli missionari, viaggiando in tutto il mondo. Pur essendo congolese, il Segretario per la cooperazione missionaria dei carmelitani va spesso in Nigeria ed ha una profonda comprensione della situazione. Nei giorni scorsi c’è stato un altro sequestro di massa di 160 fedeli cristiani. I gruppi armati hanno fatto irruzione in due chiese di un remoto villaggio nello Stato nigeriano di Kaduna. Nei mesi scorsi erano stati rapiti 300 studenti di una scuola cattolica nello Stato del Niger e 38 membri di una chiesa nello Stato di Kwara, poi rilasciati. Questa la motivazione ufficiale che aveva portato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha sferrare un attacco militare contro i jihadisti dell’Isis il giorno di Natale. Ma anche musulmani e moschee vengono attaccati, segno che la situazione in realtà è molto più complessa.

In Nigeria è davvero in corso una guerra contro i cristiani?

La situazione in Nigeria è molto complessa. È facile dire che si tratta di una guerra contro i cristiani, ma ridurre tutto a questo sarebbe semplicistico. La Nigeria è quasi divisa in due dal punto di vista religioso: il Nord è a maggioranza musulmana, il Sud a maggioranza cristiana. Gli attacchi sono iniziati soprattutto nel Nord e i primi obiettivi sono state le scuole. Molte di queste sono scuole cristiane. Tuttavia,

anche se le comunità e le istituzioni cristiane sono le più colpite, non sono le uniche.

Ci sono state anche moschee distrutte e comunità musulmane attaccate. Questo dimostra che la realtà è più articolata.

Poi c’è la lotta per la terra tra allevatori Fulani e agricoltori, in maggioranza cristiani.

Sì, l’altro elemento importante è il conflitto tra comunità sedentarie e allevatori. I cristiani sono in gran parte agricoltori stanziali, con terre coltivate, mentre gli allevatori – in prevalenza Fulani, spesso musulmani – sono nomadi. Quando scoppiano conflitti per il controllo della terra e delle risorse, e vi si innesta il fattore religioso, gli attacchi colpiscono soprattutto chi possiede terreni, quindi in larga maggioranza i cristiani.

Da qui nasce l’idea di una guerra tra musulmani e cristiani, mentre in realtà si tratta anche di uno scontro tra allevatori e coltivatori, quindi di una battaglia per le risorse.

Dietro questi conflitti ci sono interessi economici e internazionali?

Sì, certamente. Come accade in Congo,

dietro questi conflitti ci sono interessi sulle risorse, sul petrolio e sui minerali.

Anche in Nigeria è difficile pensare che gruppi armati possano procurarsi armi senza appoggi esterni o senza finanziamenti. Quando esistono armi, esistono anche interessi, spesso internazionali. Per questo non si può dire che la guerra in Nigeria sia solo una guerra tra musulmani e cristiani. È vero che le vittime sono in gran parte cristiane, ma il conflitto è il risultato di una miscela di fattori: religione, controllo delle risorse, cattiva governance e debolezza dello Stato.

Il governo nigeriano riesce a controllare il territorio?

Direi di no. Oggi non esiste una zona veramente sicura, né sulle strade né nei villaggi, soprattutto al Nord. Spesso, durante gli attacchi o i rapimenti, i militari si trovano a pochi chilometri di distanza ma intervengono solo dopo. Questo solleva molte domande: mancanza di mezzi, scarsa preparazione, paura, o addirittura complicità. Tutte queste ipotesi sono possibili.

Poi ci sono i frequenti rapimenti a scopo di riscatto, anche di intere scolaresche. Molti preti sono stati rapiti e poi rilasciati.

I rapimenti sono diventati un vero e proprio business. Sacerdoti, religiosi, studenti, gente comune: chiunque può essere rapito a scopo di riscatto.

Due anni fa anche due nostri missionari carmelitani sono stati rapiti; fortunatamente sono stati poi liberati dopo il pagamento di un riscatto.

Quando si parla di sacerdoti rapiti, però, bisogna ricordare che le vittime principali sono le persone comuni. Basti pensare ai rapimenti di massa nelle scuole: centinaia di studenti e insegnanti sequestrati e il governo dichiara di non sapere dove siano. È difficile credere che così tante persone possano sparire senza lasciare traccia. Come nel caso delle ragazze di Chibok, rapite nel 2014 da Boko Haram. Alcune sono tornate, altre sono scomparse, altre ancora sono state costrette a matrimoni forzati o alla radicalizzazione. Tutto questo mostra

una grande debolezza dello Stato, se non addirittura una volontà di lasciare che il conflitto venga coperto come “guerra di religione”.

Molti accusano il governo di favorire i Fulani, in gran parte musulmani. La maggioranza dei governanti appartiene a questa area religiosa e questo alimenta la percezione di una discriminazione sistematica contro le comunità cristiane sedentarie.

Trump pensa di risolvere il problema bombardando. È una soluzione? Che interessi hanno gli Stati Uniti in Nigeria?

Io non credo che bombardare risolva il problema. Le bombe colpiscono tutti, non solo i gruppi armati.

La vera soluzione dovrebbe essere il rafforzamento della buona governance, il controllo del territorio e la tutela delle popolazioni. È legittimo chiedersi quali interessi abbiano gli Stati Uniti. Guardando ai loro interventi in altri Paesi – come l’Iraq o il Venezuela – è evidente che il petrolio gioca un ruolo centrale. La Nigeria è uno dei principali produttori di petrolio in Africa, insieme all’Angola. Questo spiega perché sia un Paese strategico.

Quali cautele adottate per la sicurezza dei missionari?

I nostri missionari operano soprattutto nel Sud e nel Centro del Paese, zone meno colpite rispetto al Nord. Abbiamo anche un monastero di carmelitane nel Nord, a Owerri. Le suore vivono con la popolazione locale, adottando le stesse cautele della gente del posto. Non è facile, ma cercano di condividere la vita quotidiana. I nostri confratelli in Nigeria sono tutti nigeriani: sono nati lì, conoscono la realtà e cercano di proteggersi come tutti gli altri.

Quali analogie o differenze vede tra la guerra nella Repubblica democratica del Congo e il conflitto in Nigeria?

In Congo esistono più conflitti. Il principale è quello con il gruppo armato M23, sostenuto dal Rwanda, nella parte orientale del Paese, legato al controllo delle risorse minerarie. C’è poi un altro conflitto, di matrice religiosa, con le ADF, gruppi musulmani affiliati ad Al-Qaeda, utilizzati spesso dai politici per interessi economici. La differenza principale è che in Congo esiste un attore esterno chiaramente identificabile, il Rwanda, con soldati regolari documentati. In Nigeria, invece, il conflitto è prevalentemente interno: non c’è un esercito straniero ufficialmente coinvolto come nel caso del Congo.

Agensir