Mons. Accrocca (eletto Assisi), “Gioacchino da Fiore e Francesco profeti del mondo nuovo”

La lectio in Cattedrale del Vescovo in occasione della peregrinatio in diocesi delle reliquie della terra del Transito

“Gioacchino, l’uomo poverissimo, Francesco, lo sposo di Madonna povertà, aiutino anche noi, ognuno, come può, dove può, dove lavora, ad essere apostoli di pace”. L’esortazione e la preghiera sono di mons. Felice Accrocca, vescovo eletto di Assisi, che domenica scorsa, in Cattedrale, ha tenuto una lectio dal titolo: “Dal Subasio alla Sila. Francesco e Gioacchino profeti di un tempo nuovo”. L’occasione è stata data dalla peregrinatio della reliquia della terra del Transito di San Francesco, a 800 anni dalla morte del Poverello d’Assisi. 

“Gioacchino e Francesco non si sono mai conosciuti”, ha detto mons. Accrocca, ma “sono i prodromi dell’Umanesimo e del Rinascimento”, ha detto richiamando alcuni autori.

Il presule ha tracciato alcuni rilievi delle due personalità.

“Gioacchino è forse il più grande conoscitore della Bibbia, sicuramente penso si possa dire che la conoscesse a memoria. È complesso il suo periodare; se si legge la “Concordia sul Nuovo e l’Antico Testamento”, lì dove lui elabora il sistema della sua teologia della storia, questa successione delle tre epoche, si resta storditi. Ecco, direi così: si resta storditi dalla ricchezza dei riferimenti e dai richiami. È prodigioso”. “Pensate – ha aggiunto mons. Accrocca – che quando lavorava a Casamari, nel 1182-83, alle grandi opere, lui dettava contemporaneamente ai tre scriptores: dettava a uno e intanto il secondo e il terzo scrivevano. Lavoravano mentre lui dettava”. Il vescovo evidenzia che “il suo approccio alla scrittura è tutto nell’orizzonte della teologia monastica, è l’ultimo “canto del cigno” di questa teologia, mentre già dalla metà del XII secolo un nuovo metodo sta entrando: nuovi maestri saranno di riferimento, come Pietro Lombardo, con cui Gioacchino discute e si confronta. Quindi ha una cultura sterminata”. Francesco, da parte sua, definisce se stesso: “Ignorans sum et idiota”. “Sono ignorante e idiota, un illetterato, potremmo dire: ignorante e illetterato”. Per mons. Accrocca, però, “è paradossale, perché di questo ignorante e illetterato ci resta un nutrito gruppo di scritti, mentre del coevo maestro Domenico abbiamo dovuto attendere anni recenti per rintracciare qualche scritto”.  

Di certo “anche Francesco ruminerà la Scrittura e trarre insegnamenti, traducendo la Scrittura con una intensità ammirevole”.

Mons. Accrocca, ancora, ha evidenziato che “Gioacchino tende alla solitudine, il cenobio, luogo appartato, lontano dal tumulto, dagli affari mondani”. 

Allora, mentre Gioacchino “sceglie la solitudine — e in effetti il suo ordine rimarrà, potremmo dire così, un ordine di nicchia, con numeri contenuti — i mendicanti avranno un’esplosione”. Alla metà del Duecento, rileva l’esperto, “gli ordini sono di decine di migliaia di membri e occupano le cattedre più importanti all’università. Quindi ci sono delle differenze tra i due, eppure entrambi convergono nel fare una scelta, direi così, ecclesiale a tutto tondo. 

Gioacchino compie una scelta di piena sottomissione alla Chiesa. Egli è filo papale, e così è Francesco. Questi compie una scelta piena di ortodossia, basta leggere il suo testamento”. 

Per mons. Accrocca, i due sono “profeti di una età nuova”. Santi, sí, ma anzitutto uomini, “perché il santo non annulla l’uomo, e guai quando del santo dimentichiamo l’umanità”. 

Di più, sono “uomini trasfigurati e plasmati dalla Parola. Francesco la ascolta dalla liturgia, Gioacchino la sapeva quasi interamente a memoria”.  

Mons. Accrocca ricorda che “Gioacchino è stato a contatto con i grandi del tempo, diventando apostolo di pace, e trasse energia nel ricordare ai potenti la pace. Ha interceduto soprattutto per i poveri. In più occasioni è intervenuto per la pace, minacciando anche i potenti. Mostrò fermezza e fu decisivo per la pace. Ma lo stesso fu Francesco. La sostanza delle sue parole mirava a cercare nuove fondamenta di pace”. 

Da qui l’attenzione si sposta all’attualitá. “Ecco, Gioacchino e Francesco: quale profezia in un mondo che sembra invece percorrere altre strade? In un mondo che, soprattutto in quest’ultimo anno, ci ha abituati a vedere la distruzione del diritto internazionale. Ci stiamo quasi abituando all’idea che alla forza del diritto si possa e si debba sostituire il diritto della forza. Stiamo correndo a velocità elevata e rischiamo di schiantarci”. 

È la stessa attualità dei due profeti. 

“Mi pare che qui Gioacchino e Francesco indichino una via all’umanità di oggi: entrambi innamorati della povertà. I biografi antichi dicono che non solo descrivono Gioacchino mite e umile di cuore, ma Luca, arcivescovo predecessore di Monsignor Pettinato, dice che lo vedeva con le proprie mani servire nell’infermeria e portare i resti di vecchie coperte agli uomini poveri. Entrambi innamorati della povertà, profeti di pace, perché il mondo invece si scanna per la ricchezza e per il potere che il denaro porta con sé”.