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Mojtaba Khamenei è la nuova guida suprema iraniana
Farian Sabahi, giornalista e scrittrice iraniana, oggi docente universitaria, tratteggia per il Sir il profilo di Mojtaba Khamenei. Sugli scenari che si aprono, l’esperta risponde: “Dipende da come agirà e da chi ha al suo fianco, ovvero dai suoi consiglieri. Dobbiamo augurarci che siano persone sagge”
Dopo giorni di voci e speculazioni, la notizia è stata ufficializzata: Mojtaba Khamenei, figlio di Ali Khamenei ucciso negli attacchi degli Stati Uniti e di Israele del 28 febbraio, è stato scelto come nuova Guida suprema iraniana dall’Assemblea degli esperti, il gruppo di religiosi sciiti responsabile, secondo la legge iraniana, della scelta del leader supremo del Paese. La nomina di Mojtaba Khamenei a terzo leader della Repubblica Islamica è stata annunciata dalla tv di Stato iraniana. Il sir ha chiesto a Farian Sabahi, giornalista e scrittrice iraniana, professoressa associata all’Università Insubria e visiting senior fellow alla London School of Economics, di tratteggiare il profilo della nuova guida suprema e quali scenari può aorire questa nomina.
Professoressa, chi è Mojtaba Khamenei?
56 anni, Mojtaba Khamenei è il secondogenito di Ali Khameneì, leader supremo della Repubblica islamica dal 1989, ucciso dalle bombe americane e israeliane il 28 febbraio scorso.
Mojtaba è una delle figure più influenti dietro le quinte.
Dopo la scuola secondaria, entra nei pasdaran, partecipa negli ultimi anni alla guerra contro l’Iraq, per poi intraprendere studi religiosi in un seminario sciita nella città santa di Qom. Dal 1997 è operativo nell’ufficio del padre con funzioni politiche e di sicurezza. A differenza di molti politici, ha sempre mantenuto un profilo pubblico basso, ma ha avuto un peso rilevante. Ha costruito una rete di relazioni tra i vertici religiosi e i servizi di sicurezza, è ritenuto molto vicino ai pasdaran e ai miliziani basij. Di fatto, ha sempre esercitato potere senza avere incarichi pubblici. La sua figura è controversa, tant’è che è stato accusato da esponenti dell’opposizione di aver influenzato le elezioni presidenziali del 2009 a favore di Mahmoud Ahmadinejad. Le proteste che seguirono, note come Onda verde, furono represse con durezza e Mojtaba è stato indicato come uno dei coordinatori della repressione di regime. Nel 2019 il Dipartimento del Tesoro US lo ha inserito tra le persone sanzionate per il suo ruolo nel sistema politico e repressivo.
Quale messaggio lancia l’Iran al mondo e soprattutto agli Stati Uniti questa scelta?
Se l’Assemblea degli Esperti avesse scelto l’ex presidente moderato Hassan Rohani, si poteva sperare in un compromesso. Mojtaba, secondogenito di Khamenei è invece ritenuto più radicale del padre, più militare che militante religioso.
Il presidente Trump ha già detto: “Chiunque sia scelto senza consenso americano non durerà”. Cosa potrebbe succedere? Questa nomina favorirà un processo di pace oppure peggiorerà la situazione?
Dipende da come agirà Mojtaba e da chi ha al suo fianco, ovvero dai suoi consiglieri.
Dobbiamo augurarci che siano persone sagge. Potrebbero cercare un compromesso con l’Occidente in cambio del cessate il fuoco. Oppure Mojtaba potrebbe continuare la politica del padre. Nel terzo scenario, il nuovo leader supremo potrebbe dimostrarsi ancora più duro. Se in una fatwa (editto religioso) il padre aveva dichiarato haram (illecito) il possesso e l’uso dell’atomica dal punto di vista religioso, il figlio non esiterebbe a reinterpretare le scritture: quando la fede e la vita dei credenti sono in grave pericolo, mentire diventa verità.
Il popolo iraniano come vede questa nomina? Mojtaba Khamenei favorirà il rispetto dei diritti umani e delle libertà in Iran?
Non credo che Mojtaba favorirà il rispetto dei diritti umani e delle libertà, anche perché è la rappresentazione politica e religiosa dei pasdaran e dei miliziani basiji. In un contesto di guerra, in cui Israele e gli Stati Uniti hanno decapitato la leadership e stanno distruggendo le infrastrutture dell’Iran, i diritti umani e le libertà passano purtroppo in secondo piano.
Ha notizie dall’Iran? Noi non riusciamo a entrare in contatto con le comunità cattoliche presenti a Teheran. Lei ha notizie dirette da lì?
Internet funziona a intermittenza, amici e parenti comunicano con la linea fissa, per pochi secondi giusto per dire che sono ancora vivi. Nei giorni scorsi ho avuto notizia da una coppia mista, lui italiano e lei iraniana, abitano a Teheran vicino a quella che era l’abitazione di mia nonna e di mia zia. Stanno bene e non hanno intenzione di lasciare Teheran. Mio cugino Davood è anche lui a Teheran. È cittadino statunitense e iraniano, sta sbrigando alcune cose per poi tornare dai figli a New York, dove vive da quando ha vent’anni e dove lavora come fotografo. Durante la guerra dei 12 giorni era scappato dal confine con la Turchia e poi era venuto a Torino, a casa mia, un mese e mezzo in attesa di capire se c’erano le condizioni per rientrare a Teheran. Di mio zio Nasser, fratello minore di mio padre, e dei suoi figli ho notizie tramite le mie cugine che vivono in California: a causa delle mie attività in difesa dei diritti umani alcuni parenti in Iran hanno preferito non avere più rapporti diretti con me, per evitare ripercussioni da parte del regime.
Ogni mattina mi sveglio chiedendomi se sono ancora vivi.
Agensir
