Chiesa
Missionarie, cittadine globali. “Ad gentes” al femminile
Religiose o laiche, dovunque in missione, si spendono (anche) per la promozione della donna: la loro presenza allarga gli orizzonti dell’evangelizzazione ed è un segno di rispetto delle culture e della formazione di nuove generazioni di madri e professioniste. Quattro testimonianze da India, Mozambico, Thailandia e Timor Leste
Missione come catalizzatore delle potenzialità personali che, declinate al femminile, esprimono duttilità, servizio, empatia, spirito di comunità. È il senso delle testimonianze raccolte per raccontare il lavoro di promozione della donna nelle società e culture in cui suor Paola, Ilaria, suor Eudoxie e suor Alma spendono la loro vita.
In India, allieva della vita e della gente. “La missione? Mi ha insegnato che noi donne nella Chiesa più che occupare spazi, dobbiamo vivere relazioni con la sensibilità che ci caratterizza: non dobbiamo chiedere permesso per essere noi stesse”. Suor Paola Iacovone, originaria del Molise, già superiora delle Suore ospedaliere della misericordia, è arrivata in India nel 1978 a 24 anni. Ricorda con passione le sfide degli esordi – il cibo, la difficoltà con la lingua Malelam, il clima – quando ha dovuto “disimparare molte sicurezze religiose per riscoprire l’essenziale del Vangelo. In India ho incontrato un Dio meno ‘spiegato’ e più vissuto.Un Dio che si manifesta nella pazienza, nella resistenza silenziosa dei poveri, nella dignità di chi ha poco ma sa condividere.Per noi missionarie l’impatto con la società patriarcale di allora è stato molto forte. Nel nostro piccolo abbiamo introdotto delle novità come muoversi in motorino, curare, mangiare a tavola, piccole ma significative per un contesto in cui la donna era sempre al secondo posto”. La giovane suora infermiera con un biennio universitario di filosofia alle spalle, negli anni post conciliari ha sentito la chiamata ad gentes anche se “non avevamo modelli da imitare, una fragilità che nel tempo si è rivelata una grazia, perché dovevamo imparare e la gente ci ha insegnato molto. In missione si guarda all’essenziale, e via via ci siamo sbarazzate di formalità poco significative: più che il fare conta esserci”. L’attività di accoglienza e cura a Kengalam, un piccolo villaggio del Kerala nel Sud dell’India, è stata l’inizio di un grande lavoro che oggi vede presenti le Suore ospedaliere della misericordia in 16 comunità in tutta l’India, in vari Paesi d’Africa, America e d’Europa. Una delle soddisfazioni più grandi di suor Paola sono le bambine che hanno studiato e sono diventate professioniste, o hanno preso i voti nella sua famiglia religiosa. “Annunciare il Vangelo significa dare importanza ai bisogni primari. Con i fatti prima che con le parole. Un consiglio alle sorelle delle nuove generazioni? Quello di non avere fretta di fare, di sapere diventare allievi, sia della vita che della gente. La missione non va idealizzata perché è fatta di fedeltà quotidiana. Non di eroismo, ma di fedeltà. Il resto lo fa Dio”.
Laica fidei donum in Mozambico. La missione l’ha chiamata a Carapira nella diocesi Nacala nel Nord del Mozambico. Ilaria Tinelli, laica Comboniana, fidei donum di Verona ha le giornate piene di incontri e attenzioni alle comunità sparse sul territorio. “Mi occupo di economia, nel senso di buon utilizzo delle risorse, dei beni della parrocchia che è come una grande famiglia di cui tutti facciamo parte – spiega a Popoli e Missione –; ma anche delle comunità, ben 98, che iniziano come ‘sale di preghiera’ e poi crescono nelle relazioni tra le persone”. Ilaria tiene molto al lavoro di “economia domestica” sia all’interno del nucleo familiare che nella vita della parrocchia (dove “come economo c’è sempre stato un uomo, finora”), perché è ora di “integrare la parte femminile, di renderla parte attiva della comunità, della chiesa”. Tenendo conto che la donna africana è quella che in molte società lavora di più, ma non ha ruolo. Presso la parrocchia si svolgono corsi formativi. Importante che siano delle donne (“laica o religiosa, non è importante il ruolo ma il servizio”) a formare una coscienza femminile, con un ruolo nuovo all’interno della famiglia e inserimento qualificato della società. Più che parlare della donna africana “è importante che lei stessa prenda la parola, che sia protagonista vera delle esigenze e dei problemi che vive. Molte madri sono abbandonate, la crisi della famiglia è diffusa, molti uomini sono morti o coinvolti nella guerriglia, e quando restano sole devono andare a lavorare nei campi”. La situazione nell’ultimo anno è diventata sempre più difficile per i disastri climatici, per le violenze nella vicina regione di Cabo Delgado e per la scoperta di nuovi giacimenti auriferi: “L’oro è una maledizione da queste parti, vicino a Carapira hanno trovato una miniera e ora tutti vanno a scavare lì. Questo Paese è ricco di risorse, ma il popolo non ci guadagna niente”.
Suor Paola Iacovone (Foto Popoli e Missione)
Suor Eudoxie Ngongo (Foto Popoli e Missione)
Thailandia: “Mostrare il lato materno di Dio”. Da 11 anni è missionaria in Thailandia a Nonthaburi, provincia periferica di Bangkok, con vari tipi di apostolato, per due anni presso la Casa degli Angeli, un piccolo centro per mamme con figli disabili in cui suor Eudoxie Ngongo, Saveriana congolese, è stata impegnata nel coordinamento, in “un cammino di fede anche grazie all’esperienza di fratelli e sorelle che venivano dal buddismo. Ma ho lavorato anche visitando anziani e malati nelle baraccopoli della città, dando aiuto concreto a chi non ce la faceva da solo, con i preti della parrocchia per portare la Comunione ai malati; poi c’era la formazione dei laici che condividono il carisma missionario saveriano. Da qualche mese mi hanno trasferito alla comunità di Nan, nei villaggi rurali del Nord della Thailandia”. Dovunque sia stata, Eudoxie ha portato la sua disponibilità e la sua dolcezza: “Il ruolo della missionaria nella Chiesa è testimoniare l’amore di Dio con sensibilità femminile – spiega –, per mostrare il lato materno di Dio. Curare e dare la vita in qualunque ambito, creando relazioni di amicizia”.“Si diventa una figura di riferimento: la gente non ci ricorda per le nostre prediche ma per la presenza nel momento del bisogno”.La vocazione ad gentes e ad vitam del carisma saveriano, viene dal motto “Fare del mondo una sola famiglia in Gesù”, quindi per Eudoxie “vivere la missione in altri continenti è mettere la vita a servizio di questo ideale. Il mondo è casa nostra e tutti sono amici sotto il sole”, dice una canzone saveriana. “Vivere la missione in altre culture significa uscire da me stessa, dal mio mondo, dalle mie abitudini per incontrare l’altro ed entrare nella cultura nuova: modi di fare, di parlare, abitudini, lingue e cibi diversi”.

(Foto Popoli e Missione)

Medico e “mamma” a Timor Leste. Suor Alma Castagna (nella foto accanto), nata a Lecco 67 anni fa, è entrata a far parte delle Figlie di Maria Ausiliatrice nel 1984. Nel 1992 è arrivata a Timor Leste dove ha lavorato per 31 anni a partire da un piccolo ambulatorio rurale a 150 chilometri dalla capitale. Laureata in medicina a Milano, suor Alma ha messo vocazione e professionalità a servizio della gente di quest’angolo estremo del mondo, 600 chilometri a Nord dell’Australia, in cui ha assistito alla lotta di liberazione dall’Indonesia. Con lo stile di don Bosco si è sempre occupata dei malati di Tbc, delle donne, delle ragazze senza famiglia, dell’orfanotrofio di Laga, dove ci sono due strutture per 110 bambine di età comprese tra i sei e i 17 anni che la chiamano “mamma”. All’orfanotrofio arrivano ragazzine poverissime, “orfane perché le madri muoiono a causa della tradizione di partorire in casa – racconta suor Alma –. Alcune hanno subito violenze e sono state allontanate dalle famiglie dai servizi sociali. Di altre conosci il passato molto tempo dopo, o hanno problemi mentali, e non c’è chi se ne occupi”. Da un paio di anni ha lasciato Timor, ma il ricordo degli inizi è sempre vivo: “Ero da poco a Timor, lavoravo nel nostro ambulatorio di Venilale, un villaggio in una zona montuosa al centro dell’isola. Una giovanissima madre aveva portato il suo neonato. Il piccolo scottava, lei aveva affrontato una marcia di due ore sotto la pioggia, attraversando un fiume in piena. Mi accorsi che anche lei non stava bene, volevo visitarla, ma ripeteva: ‘Si occupi del bambino, io non ho nulla’. Non era vero, aveva la febbre altissima, ma pensava solo al figlio. Lì ho compreso la potenza delle donne, anche di quelle più umili e analfabete. La determinazione e la forza di quella piccola madre mi hanno insegnato a guardare alle donne di Timor con rispetto. Impressiona come difendono la loro dignità di madri in una società misogina”.
Con gli anni qualcosa è cambiato, ma in generale “qui le donne contano poco”. Infatti quelle nelle posizioni in vista sono poche, spiega suor Alma, “ma geniali perché si impongono grazie al lavoro e alla loro dedizione. Sono molte le educatrici, le maestre, ma a livello ufficiale è ancora la parte maschile ad emergere”. Come missionaria, suor Alma si è prodigata in ogni modo per promuovere, attraverso la cura e l’istruzione, la condizione della donna. Affermando nei fatti un ruolo femminile diverso nella società di Timor, dove oltre il 90% della popolazione è cristiana e alla Chiesa viene riconosciuta una grande autorità morale e storica, per il ruolo svolto per la pacificazione nazionale dopo gli anni di violenze e guerra per l’indipendenza dall’Indonesia.
Fonte: Sir
