L’omelia integrale di mons. Checchinato nella Messa in Coena Domini

La prima lettura di stasera ci racconta la notte della liberazione degli Ebrei dall’Egitto, descrivendoci alcuni frammenti dei segni che sono diventati un rito per il popolo di Israele. Ancora oggi la notte di Pasqua il più piccolo della famiglia chiede al più grande: “Perché questa notte è diversa da tutte le altre notti?” E il più grande risponde “perché siamo stati schiavi del Faraone in Egitto, e Dio ci ha liberati”. La cena pasquale che Gesù celebra con i suoi ha come sfondo certamente questo grande memoriale, ma assume un senso nuovo che il Signore le conferisce, la liberazione, che si realizza non attraverso realtà esterne a noi, ma attraverso la sua stessa vita. Ci ricorda infatti il testo di Ebrei (9, 12): “Cristo entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna. Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente?” In qualche maniera potremmo dire che l’azione di desacralizzazione della realtà compiuta con la predicazione e l’apostolato di Gesù giunge qui al suo culmine: non siamo salvati dalle cose, per quanto sacre, dalle preghiere o dalle attività di beneficienza che possiamo compiere, ma dalla comunione con la sua stessa vita, quella che ha offerto per noi sulla croce. E se quella vita è stata offerta una volta per tutte da lui, chiede a noi, come suoi seguaci di farla diventare nostro modello, cornice dentro alla quale mettere la nostra esperienza umana. “Fate questo in memoria di me” non può essere relegato ad un pio ricordo di quanto il Signore ha compiuto nell’ultima cena, con cui veniva offerto il segno esterno di quel corpo e quel sangue che avrebbe donato qualche ora più tardi. Significa assumere la stessa logica del dono che ha animato la vita di Gesù fino alla fine, come ci ha ricordato il testo di Giovanni (13,1): “Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine”. La scelta del quarto evangelista di narrare la lavanda dei piedi piuttosto che l’istituzione eucaristica può significare l’invito fatto alle prime comunità cristiane di superare la tentazione di considerare l’eucaristia come una devozione, magari accanto alle altre, con cui mettersi in pace la coscienza, o con cui “placare Dio” quasi fosse un sacrificio della prima alleanza normato dalla Legge. E così, allora come oggi, siamo invitati a rileggere l’offerta della vita di Gesù attraverso il segno della lavanda dei piedi, che mette in connessione la partecipazione all’eucaristia con la vita quotidiana, a vedere se e come ci lasciamo convincere del bisogno di essere liberati dal di dentro, attraverso una conversione permanente, che prende le mosse proprio dal sacrificio eucaristico. Non c’è eucaristia senza carità: e l’eucaristia diventa il nostro modello a partire dal significato della stessa parola, rendimento di grazie: siamo così pieni di attese e di pretese gli uni nei confronti degli altri, così affaticati dal bisogno di essere risarciti degli eventi problematici della nostra vita, di un desiderio spasmodico di controllo che a fatica sappiamo dire grazie, sappiamo cioè fare eucaristia di ciò che abbiamo e siamo. A che serve celebrare l’eucaristia, magari anche tutti i giorni, quando non sappiamo dirci grazie reciprocamente per il dono della vita, della fede, di tante attenzioni di cui siamo fatti oggetto dai familiari, dagli amici, talora anche dagli sconosciuti? L’eucaristia ci insegna a liberarci dalla logica delle pretese, e ci insegna a dire grazie per ogni cosa, dalla più piccola alla più grande, dalla più sublime a quella meno significativa della nostra vita. E se l’eucaristia ci insegna a dire grazie, la lavanda dei piedi ci mostra come prenderci cura gli uni degli altri. Gesù ci insegna prima di tutto bisogno di abbassarci: e il gesto fisico ci invita a fare lo stesso anche dal punto di vista spirituale, non considerandoci superiori agli altri; del resto il gesto della lavanda dei piedi era riservato ai servi di rango più basso. Viviamo in un tempo in cui la superbia e la prepotenza sono sdoganate dai cattivi esempi di uomini di stato, di responsabili della cosa pubblica, anche di donne e uomini di chiesa che non sanno vedere oltre i loro recinti: tanti conflitti possono essere sanati e ricomposti solo nella misura in cui ci abbassiamo davanti agli altri. C’è un bel canto -se non mi sbaglio dei Gen- che dice: “E ti vediamo poi, Maestro e Signore, che lavi i piedi a noi che siamo tue creature, e cinto del grembiule, che è il manto tuo regale, c’insegni che servire è regnare. Fa’ che impariamo, Signore, da Te, che il più grande è chi più sa servire, chi s’abbassa e chi si sa piegare, perché grande è soltanto l’amore.” E accanto a questo crescere nella capacità di empatizzare con l’altro a cui lavo i piedi, ascoltando la sua fatica, considerando la strada che ha fatto, le occasioni che ha avuto e che non ha avuto, avendo compassione della sua stanchezza: quanto è liberante uscire dalla logica di avere sempre ragione! Lo hanno capito anche persone che non frequentano la fede, e che si interrogano sulle fatiche che ci troviamo ad affrontare nel nostro tempo così complesso; così scrive un giovane filosofo contemporaneo: “Dovremmo evitare di preoccuparci di ‘avere ragione’ a qualunque costo. La conversazione non dovrebbe avere come fine il sentirmi più forte di te, più applaudito dai miei follower, più potente per un minuto di fronte alle miserie della mia vita quotidiana. L’esatto opposto: cercare insieme soluzioni pertinenti, in libertà, offrendo la nostra opinione, le nostre conoscenze (e i loro chiari limiti), e infine cercando di contribuire alla discussione con qualcosa di sensato.” (G. Fontana) Quanto è liberante avere come modello Gesù che lava i piedi! E come è importante ricordare che i primi beneficiari di questo gesto di amore senza confini siamo stati noi!

Certamente dobbiamo fare i conti con la fatica di essere trovati noi coi piedi sporchi, mancanti, limitati, in poche parole poveracci come tutti! Quanto assomigliamo a Pietro che non vuole farsi lavare i piedi… Quando in una relazione umana ci facciamo conoscere per quello che siamo, e questo capita spesso nelle relazioni di vera amicizia, possiamo essere davvero noi stessi, senza doverci difendere e proteggere dallo sguardo che l’altro potrebbe orientare sulle mie fragilità, mancanze, e su quelle parti di me che non piacciono nemmeno a me… Ma se permettiamo a qualcuno di “lavarci i piedi” diventiamo davvero liberi, liberi di essere noi stessi e liberi di accogliere gli altri per quello che sono… E impariamo così una logica nuova, quella dell’amore, la stessa di Gesù che “pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce.” (Fil 2, 6-8) A Lui la gloria nei secoli dei secoli. AMEN