L’omelia di Pasqua di mons. Checchinato

C’è una parola che apre il Vangelo di oggi e rivela l’azione di due donne che vanno a visitare una tomba. Anche noi lo facciamo quando andiamo al cimitero a visitare le tombe dei nostri cari defunti e così la parola scivola frettolosamente nelle retrovie. Il fatto è che il greco antico, lingua in cui sono scritti i Vangeli, non dice esattamente visitare, ma guardare. E il greco conosce modi differenti per dire guardare: c’è un verbo che esprime lo “scorgere”, accorgersi, e ce ne sono altri che esprimono diverse intensità di sguardo. Il verbo usato in questo caso esprime lo sguardo scrutatore di colui che osserva attentamente. Viene usato quando si tratta di cose straordinarie, come i segni che Gesù faceva e in genere questo osservare attento è già uno sguardo di fede. Lo stesso verbo viene usato nell’ultima cena per i discepoli che guardavano attentamente Gesù che stava per lasciarli. Quindi le donne non vanno a fare una semplice visita, ma vanno a guardare con attenzione una tomba, a guardare con occhi di contemplazione, quelli che ci dà la fede. L’evangelista Matteo non ci dice che vanno per ungere il corpo del defunto, perché sanno che il sepolcro di Gesù è protetto da una pietra impossibile da spostare ed è guardato a vista dalle guardie. Anche le guardie guardano, vedono ma il loro sguardo è legato solo alla commissione che hanno ricevuto dai superiori: per loro in quel sepolcro che ci sia Gesù o qualcun altro non fa nessuna differenza. E quando arriva il gran boato, o terremoto, mentre le donne continuano a vedere le guardie perdono l’orientamento, diventano come morte assolutamente incapaci ad intervenire. Certo Matteo non sta descrivendo il momento preciso della resurrezione del Signore (nessun Vangelo lo fa) e cioè quando la pietra del sepolcro è stata ribaltata via, ma ci dice che non si può bloccare la vitalità della resurrezione. “Non è sigillando il sepolcro che si possono irretire le energie della resurrezione: basta molto meno, la semplice apparizione di un angelo per tramortire le guardie.” (A. Mello) Esistono due elementi che possono esserci utili per entrare anche noi, attraverso il simbolismo evangelico, nel mistero della resurrezione: l’attivazione di uno sguardo differente e l’apertura della fede a una energia propria e straordinaria contenuta nella vita del Maestro di Nazaret, nelle sue parole ed opere, nel suo corpo e nella sua identità più profonda. Ci sono alcune posture che possiamo assumere, se abbiamo a cuore l’evento del Risorto, e il primo è il cambio di prospettiva del nostro modo di leggere la storia, l’assunzione di un modo nuovo di guardare. Ce lo indicava l’evangelista Giovanni quando metteva sulle labbra di Gesù la domanda: “Chi cercate?” Una domanda che pone ai primi discepoli che vengono attratti da lui a tal punto che a distanza di decenni ricorderanno ancora l’ora in cui è avvenuto quell’incontro, e -ci dice il Vangelo- quel giorno rimasero con lui. Se abbiamo a cuore il senso della storia, abbiamo bisogno di guardare con gli occhi della contemplazione, con gli occhi innamorati di quello che succede: “vedere non è tanto il contemplare di Platone, quanto lo stare di fronte all’evidenza dei fatti.” (Hans Urs Von Balthasar) E quando assumiamo questo atteggiamento la bellezza della storia si dispiega davanti ai nostri occhi, in quello che comprendiamo e in quello che ci rimane oscuro: è successo così agli apostoli, anche se non sempre in maniera lineare; in ogni caso hanno superato la tentazione di fissare lo sguardo sul sepolcro e sono diventati iniziatori di storie nuove che il Signore ha benedetto. Non è stato così per coloro che davanti al Signore presumevano di vedere solo ciò che uno sguardo superficiale riesce a cogliere. Non senza ironia l’evangelista Giovanni ci dice che quando le guardie vanno a arrestare Gesù nel giardino sono loro ad essere arrestate da lui: “Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra.” (Gv 18,6) Se ci mettiamo davanti al Signore e al suo Vangelo con uno sguardo privo d’amore non potremo mai entrare nel mistero della resurrezione, perché solo chi ama conosce e -come scriveva san Massimo il Confessore nel VII secolo- “colui che conosce il mistero della resurrezione conosce il senso delle cose, conosce il fine per il quale Dio fin dall’inprincipio creò tutto”. La seconda postura è suggerita dall’angelo che appare alle donne: “Non abbiate paura!”. Il suggerimento dato alle donne è anche per noi, per ogni dimensione della nostra vita, per ogni novità della storia che ci mette a disagio o in subbuglio. Non abbiate paura di entrare nel mistero dei sepolcri profondi e bui della storia e della vita, perché il Creatore di tutte le cose, sa far germogliare vita da ogni realtà, lui che ha risuscitato suo Figlio dal Sepolcro. Certamente ci viene più spontaneo fidarci delle cose che conosciamo ed addentrarci nella vertigine della proposta del Vangelo può turbarci, non poco. Legge il mistero della risurrezione non senza poesia uno studioso di Bibbia: “credere sfrontatamente che gli sport estremi si vivono anzitutto in Dio. Rifiutare il benessere che alcuni ci promettono, il coperchio che hanno messo sulla nostra vita, le pastoie ai nostri piedi. Essere l’uomo della breccia divina e tuffarsi nell’azzurro immenso di Dio. Le stasi a cui egli sia arrischia nella nostra vita quando, aggrappati alle caviglie di un Messia trapezista, sventiamo nel vuoto l’attrattiva dell’ombra e della morte!” (Jean Pierre Sonnet) E una volta che, vinta la paura ci lanciamo in uno sguardo nuovo, ecco che la pasqua diventa esperienza di novità capace di illuminare con il suo bagliore tutti gli aspetti della vita. E’ così che succede alle donne del vangelo che lasciano il sepolcro e con timore e gioia grande corrono a dare l’annuncio ai discepoli. Hanno tanti elementi da mettere in ordine rispetto alla esperienza vissuta, c’è il timore, una sorta di incertezza, di perplessità ma anche una gioia grande, incontenibile che viene confermata da Gesù stesso che appare loro. Ed è Gesù che le saluta, e porta loro prima di tutto il dono della pace: non c’è esperienza cristiana senza la pace e questa può nascere solo da un cuore che, vinta la paura, sa guardare la storia con occhi nuovi. E Gesù le invita a portare la pace e la gioia di quell’ incontro ai fratelli: sono gli stessi che qualche ora prima avevano preferito la fuga, e di cui Matteo aveva scritto nel vangelo (26,56) con puntigliosa accuratezza: “Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono”. Gesù non smette di chiamarli fratelli e ricorda loro che se vogliono trovarlo devono andare in Galilea, il luogo degli inizi, luogo della quotidianità, del meticciato culturale e religioso, di un progetto annunciato a Nazaret da Gesù e che deve essere portato a compimento dai discepoli: “annunziare ai poveri un lieto messaggio, proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, rimettere in libertà gli oppressi e predicare l’anno di grazia del Signore” (cfr Lc 4, 1819). E se da una parte le donne diventano le prime apostole della risurrezione ai dodici, dall’altra il Signore mostra ancora una volta il senso profondo della risurrezione: “da un capo all’altro del vangelo, Gesù s’ingegna a trovarsi altrove rispetto al luogo in cui lo si cerca… E a Pasqua, davanti alla tomba scoperchiata, le donne apprenderanno con sorpresa che Gesù non è lì, e che precede i discepoli in Galilea. Gesù si sottrae ai personaggi del vangelo perfino al di là della tomba. Ma questo suo sottrarsi è metafora di un’alterità, di un altrove, di un’altra terra dove il lettore è convocato per vedere il Vivente.” (D. Marguerat) Resurrezione ha nome il nostro giorno. Ha vinto un povero, il servo fedele, lui che pareva perduto per sempre. Pure per noi sia Pasqua, Signore: vieni ed entra nei nostri piccoli cenacoli, abbiamo tutti e di tutto paura, paura di credere, paura a non credere … Paura di essere liberi e grandi! Vieni ed abbatti le porte dei cuori, le diffidenze, i molti sospetti: tutti cintati in antichi steccati! Entra e ripeti ancora il saluto: “Pace a tutti” perché sei Risorto. … Che tutti vedano in noi il Risorto … (David Maria Turoldo)