L’economia che verrà

Nulla è già stato scritto, chissà cosa ci porterà il futuro

L’Italia che si presenta a questo nuovo anno ha un’economia che assomiglia ad un settantenne in buona salute: da una parte può rincuorarsi rispetto a chi sta peggio di lui; dall’altra vive un costante, lento declino che ha tutta l’aria di portare a nulla di buono.

Perché la prudenza degli ultimi anni governativi, con spese rigidamente sotto controllo e bilanci statali tenuti a bada in modo da non pesare ancor di più sul debito pubblico, ci sta garantendo una solidità riconosciuta a livello internazionale: lo spread è in costante discesa, addirittura inferiore a quello francese. Grazie ai tassi Bce bassi, il nostro enorme debito pubblico ci costa sempre meno di interessi e non fatica a trovare acquirenti in giro.

Non a caso le nuove emissioni di Btp ricevono ordini di molto superiori all’offerta di titoli; non a caso le leggi di bilancio sono assai rigorose (e smunte), senza alcun volo spericolato.

E fin qui il settantenne in salute. Manca però lo sviluppo economico, la creazione di nuova ricchezza, insomma la crescita del Pil. L’Italia è sostanzialmente ferma, lo sarà pure nei prossimi anni. Nonostante l’enorme iniezione nell’economia dei 200 e passa miliardi di Pnrr, il Pil è rimasto quasi inchiodato e dal 2026 la manna finisce. Poi?

Le nostre entrate sono favorite solo da due voci: l’export, che tra dazi, guerre e incertezze varie non sta passando il suo quarto d’ora migliore; il turismo, che porta “clienti” a spendere nel negozio Italia.

All’appello mancano quasi del tutto le voci della nuova economia, quella digitale, quella che sta creando enormi fortune. Ma agli altri. Ecco il settantenne che guarda davanti a sé e vede solo un lento, magari dolce ma inesorabile declino. Così ci sta capitando da un quarto di secolo.

Nulla è già stato scritto, chissà cosa ci porterà il futuro. Ma non siamo granché impegnati a costruircelo, troppo presi a goderci il presente. E basta.