Le parole che uccidono prima della guerra

Dietro ogni “obiettivo militare distrutto” ci sono esseri umani. Soldati, operatori, civili, comunità. E ci sono anche luoghi di snodo della vita sociale. Eppure il linguaggio dei leader lavora sistematicamente per oscurarli e quasi cancellarli: trasforma persone in coordinate geografiche, riduce vite e famiglie a percentuali di “efficacia operativa”

“Colpiti gli obiettivi”. “Distrutti i siti militari”. “Li distruggeremo”. Basta ascoltare un qualsiasi telegiornale, scorrere tra i feed dei social, seguire una conferenza stampa dei decisori politici (di vari Governi) per ritrovarsi immersi in questo lessico. Con parole che dovrebbero farci sobbalzare, quasi scandalizzare, e che invece ascoltiamo con la stessa distanza con cui guardiamo le previsioni del tempo. Proprio questo è uno dei problemi maggiori di questo periodo storico intriso di follia bellicista e di militarizzazione.

Siamo di fronte a un mondo letteralmente in fiamme (le immagini recenti da Tehran e dai Paesi del Golfo ce lo confermano emblematicamente) eppure a colpire con forza, e a far preoccupare, non sono solo le bombe che cadono, ma le parole che precedono le armi.

Perché le parole non sono neutre! Non lo sono mai state: tantomeno durante una guerra.

Dietro ogni “obiettivo militare distrutto” ci sono esseri umani. Soldati, operatori, civili, comunità. E ci sono anche luoghi di snodo della vita sociale. Eppure il linguaggio dei leader lavora sistematicamente per oscurarli e quasi cancellarli: trasforma persone in coordinate geografiche, riduce vite e famiglie a percentuali di “efficacia operativa”.

Da sempre chi fa la guerra cerca di ricostruire l’immagine e l’individualità del nemico come un “qualcosa” più che un “qualcuno”. La disumanizzazione dell’avversario abbassa i freni inibitori, rende più facile uccidere, permette di giustificare ogni azione come “solo difensiva” e necessaria per preservare la vita che vale (quella delle persone “dalla propria parte”) rispetto a quella che può essere sacrificata (quella delle non-persone “dall’altra parte”). Non è un fenomeno nuovo. Ciò che è davvero cambiato (ovviamente e radicalmente in peggio…) è che oggi questo meccanismo non è più confinato alla sfera o al lessico militare, da utilizzarsi in tempi e contesti circoscritti e ben individuati. È diventato il linguaggio ordinario della politica, dei media, del dibattito pubblico, del confronto sociale. Ci siamo dentro tutti in maniera completa e pervasiva, ma in molti casi senza quasi accorgercene.

Come si è arrivati a questa amnesia dissociata, quasi un lucido stato di negazione collettivo? A mio parere attraverso tre trasformazioni precise.

La prima riguarda la geografia della guerra. I quartieri residenziali, gli ospedali, le infrastrutture energetiche: questi sono i nuovi “campi di battaglia”. Le vittime civili non sono più solo collaterali, risultato di una triste e involontaria imprecisione, ma sono ormai messe coscientemente al centro del mirino costituendo ormai la maggioranza dei morti e feriti di un’azione militare. E allora ecco il paradosso: più la guerra si avvicina alla quotidianità delle persone che non la fanno ma la subiscono, colpendole nei diritti fondamentali (a partire da quello alla vita), più il linguaggio che la descrive diventa asettico e distante. Come se la prossimità fisica del conflitto armato richiedesse una distanza linguistica sempre maggiore per renderlo sopportabile. Per i leader che lo ordinano. Per le opinioni pubbliche che devono accettarlo.

La seconda trasformazione riguarda le armi. Droni, sistemi a guida autonoma, targeting assistito dall’intelligenza artificiale: quando per colpire un obiettivo non serve più nemmeno la presenza umana nel contesto del bombardamento, il nesso tra decisione e conseguenza si spezza. Chi valida un target su uno schermo a migliaia di chilometri non vede e non sente quello che succede nel luogo in cui la sua decisione deflagra in tutta la sua dirompente distruttività. È la preoccupazione che anima la nostra campagna Stop Killer Robots, e che anche Papa Leone e numerosi esperti e analisti hanno espresso con forza in questi mesi. L’automazione dei sistemi d’arma non è una dettaglio secondario e meramente tecnologico: segnala invece una radicale trasformazione antropologica.

La terza trasformazione è quella che forse meno si vede. È la colonizzazione del linguaggio ordinario da parte della semantica militare. Lo abbiamo già documentato durante il COVID: “siamo in guerra contro il virus”, i medici sono “in prima linea”, le persone morte sono dei “caduti”. Oggi quella militarizzazione del linguaggio è diventata strutturale. Non episodica, non limitata alle emergenze: permanente. Si parla di “guerra economica”, di “battaglie” politiche, di “nemici” interni, di “fronti” aperti su ogni tema.…

La metafora bellica ha occupato il territorio della comunicazione pubblica come (appunto!) un esercito.

In tanti avevamo segnalato già allora quanto fosse problematico, non per pudore linguistico o formalismo ma per ragioni sostanziali: la narrazione della guerra chiude le possibilità di pensiero alternativo a quello della violenza sistemica e dell’opzione militare. Se sei “in guerra”, le soluzioni e le scelte possono essere solo quelle “della guerra”. Il negoziato diventa resa, la mediazione viene considerata tradimento.

Eppure, grazie a un grande sforzo di elaborazione collettiva sia di pensiero che normativa scaturito dalla tragedia immane delle Guerre Mondiali, una correttezza da rispettare esisterebbe anche in tempo e nei contesti di guerra. Sto parlando del diritto internazionale umanitario, del principio di distinzione, del principio di proporzionalità. Regole che non sono utopie pacifiste, perché le hanno scritte anche i militari insieme ai giuristi. E che oggi vengono violate sistematicamente. Senza più nemmeno cercare di giustificarsi o forzando interpretazioni per rientrare nella norma: quelle regole vengono semplicemente ignorate, come se non esistessero e come se il diritto internazionale fosse diventato un optional, una formalità burocratica che i forti possono permettersi di non rispettare.

La guerra non viene più percepita come qualcosa di estremo. E questo è già di per sé un’emergenza.

Se vogliamo uscire da questa spirale pericolosa e preoccupante dobbiamo intraprendere un percorso di decontrazione e ricostruzione che origina anche dalle parole. Da quelle che nominano le vittime invece di cancellarle. Da quelle che tengono aperta la possibilità di un’alternativa. Da quelle che ricordano che anche il nemico è un essere umano. Perché se non riesci nemmeno a pensare e nominare un’alternativa di pace basta sulla nonviolenza, diventa impossibile realizzarla.

Francesco Vignarca – coordinatore Campagne della Rete Italiana Pace Disarmo