Spettacoli
La notte degli Oscar 2026
Si è tenuta lo scorso 15 marzo, al Dolby Theatre di Hollywood, l’attesissima notte degli Oscar. Cerimonia veloce e lineare, senza particolari scossoni o momenti inaspettati, condotta da Conan O’Brien e dal comico e presentatore televisivo Jimmy Kimmel. Sembrava una serata già scritta, con Marty Supreme, il film di Josh Safdie con protagonista il chiacchieratissimo Timothée Chalamet, dato per vincente su quasi tutti i fronti. Chalamet, con la sua terza candidatura come Migliore attore protagonista (la prima nel 2018 con Chiamami col tuo nome, la seconda l’anno scorso con A Complete Unknown) era ormai sicuro di riuscire finalmente a portarsi a casa l’ambita statuetta. È bastata però un’intervista, uscita in rete poco più di una settimana prima degli Oscar, per far scendere quasi a zero le sue possibilità: “A nessuno interessa del balletto o dell’opera. Con tutto il rispetto per chi ci lavora, ma non voglio tenere in vita qualcosa che non interessa più a nessuno”, questa la dichiarazione incriminata, che ha scatenato un’ondata di polemiche in tutto il mondo. Per tutta risposta non solo si è ritrovato contro teatri come la Scala, l’Opera di Roma e il Metropolitan Opera di New York, ma si è visto strappare davanti agli occhi il premio da Michael B. Jordan, per il film I peccatori. Prima nomination e primo Oscar della sua carriera, l’attore ha interpretato due fratelli gemelli, Smoke e Stack, nell’horror anti razzista di Ryan Coogler. Con questa vittoria, diventa il sesto uomo afroamericano a trionfare nella categoria “Miglior attore protagonista”. “Sono qui grazie a coloro che mi hanno preceduto”, ha detto Jordan nell’accettare la statuetta, tra gli applausi entusiasti del pubblico, emozionato e con lo sguardo sempre rivolto verso la madre, alla quale è andato il suo primo ringraziamento. I peccatori è entrato nel Dolby Theatre con ben sedici candidature, un record storico per un singolo film, che ha spodestato le fino ad allora imbattute quattordici di La La Land (2017). Alla fine della serata ha ottenuto quattro statuette, tra cui il prestigioso premio per la Migliore fotografia conferito a Atumn Durald Arkapaw, che ha chiesto a tutte le donne in sala di alzarsi in piedi dicendo, commossa, “senza di voi non sarei qui”. È infatti la prima volta che una donna vince l’Oscar in questa categoria. Tra le donne più in vista della serata, a trionfare come Migliore attrice protagonista è stata l’irlandese Jessie Buckley, grazie alla sua spettacolare interpretazione di Agnes, la moglie di Shakespeare, nel poetico Hamnet di Chloé Zhao. Su di lei non c’era alcun dubbio, tutti la davano per vincitrice ormai da settimane. “Oggi è la festa della mamma nel Regno Unito, quindi vorrei dedicare questo premio allo splendido caos che è il cuore di una madre” ha detto l’attrice, stringendo tra le mani la sua statuetta. Il film più premiato della serata, con ben sei statuette, è risultato essere Una battaglia dopo l’altra, con protagonista Leonardo DiCaprio. Proprio al regista Paul Thomas Anderson, dopo tanti anni e altrettanti capolavori, sono stati conferiti i premi per il Miglior film e la Migliore regia, accolti entrambi da una grande standing ovation. Film commedia d’azione politica, specchio di un’America polarizzata e divisa (non poi così diversa dalla realtà), che lo stesso Anderson ha detto di aver fatto per i propri figli, per chiedere scusa del “gran trambusto” che lascerà loro. Un film che, nella difficoltà del presente, vuole però infondere speranza, raccontando la storia di un padre ex rivoluzionario e di una figlia cresciuta troppo in fretta, che si ritrova da un giorno all’altro a dover combattere per il suo futuro e per quello di tutti i ragazzi come lei. Si è respirata in effetti una certa “aria politica” durante tutta la serata, con numerose frecciate contro gli Epstein files, Trump (la mancata nomination del documentario Melania) e la mancanza di libertà di parola (“la CBS come la Corea del Nord”). Misure di sicurezza alte per la situazione internazionale, e proteste contro la polizia anti immigrazione. Il premio per “il più politico” va però senza dubbio a Javier Bardem, presente in sala insieme al cast del film F1: “No alla guerra” e “Palestina libera”, recitavano i due cartellini appuntati sulla giacca, dichiarazioni che ha poi ribadito a gran voce una volta salito sul palco. Non è poi passata inosservata l’assenza assordante dell’attore Motaz Malhees, per La voce di Hind Rajab, toccante lungometraggio sulla tragedia del popolo palestinese. A Malhees gli Stati Uniti non hanno permesso l’entrata nel Paese a causa della sua cittadinanza palestinese. La serata è stata costellata da tanti altri grandi nomi e premi, tra cui quello a Sean Penn (non presente in sala) come Migliore attore non protagonista per Una battaglia dopo l’altra, ad Amy Madigan come Migliore attrice non protagonista per Weapons, al Frankenstein di Guillermo del Toro per Migliore scenografia, Migliori costumi e Miglior trucco e acconciatura, e all’amatissimo Kpop Demon Hunters come Miglior film d’animazione e per la Migliore canzone (Golden, eseguita dal vivo). E così gli Oscar continuano a raccontare sogni, ma quest’anno, tra luci abbaglianti e discorsi carichi di significato, è stato impossibile non intravedere il buio del presente. Forse è proprio qui, in questo fragile equilibrio tra splendore e inquietudine, che il cinema trova ancora la sua voce più necessaria: quella capace di illuminare, anche solo per una notte, ciò che il mondo fatica a guardare.
Greta Grandinetti
