Cultura
Mariannina Giannone di Acri, poetessa libera e indipendente
Amore, famiglia, casa, religione e patria, alcuni dei temi trattati dalla scrittrice
Una storia sepolta sotto le macerie delle contraddizioni, prodotte dalla cultura patriarcale ottocentesca, è quella di Mariannina Giannone. Nata il 26 febbraio 1856 ad Acri, in provincia di Cosenza, era figlia del patriota Ciro e di Teresa Salvidio, provenienti da nobili famiglie di possidenti terrieri del territorio acrese, nonché pronipote dello scrittore Pietro Giannone. Educata in casa dal padre, la giovane dovette alimentare e curare da sé il suo talento, in mancanza di bravi educatori. Trovò la sua vena poetica negli affetti familiari, nelle gesta eroiche, nella religione, nella cultura del territorio e fra le montagne calabresi. “Tre nomi ognor porto scolpiti in core:/ Iddio, la madre e quel del suol natio”, scrisse. Collaborò con alcuni periodici del tempo come “Il Calabrese” e “La Sinistra” di Cosenza, realizzando un’arte lirica intrisa di emozioni e di sentimenti. In pieno clima romantico si dedicò alla redazione di componimenti incentrati sulla condizione della donna nella seconda metà dell’Ottocento, denunciando lo status di sottomissione e di marginalità nella quale era costretta a vivere, per volontà della controparte maschile. Nel 1880 pubblicò il poema patriottico in quattro parti dal titolo Gesta di Giuseppe Garibaldi, edito a Napoli da Giuseppe Lubrano, con il quale celebrò le gesta dell’eroe risorgimentale, mentre nel 1889 diede alla stampe, sempre per Lubrano, la raccolta di versi intitolata Affetti e Poesie varie. In quest’ultima opera sono contenuti anche dei poemi che Mariannina indirizzò al padre, morto nel 1890 e con cui ebbe un rapporto molto stretto: Amor paterno – A mio Padre nel suo onomastico; Amor filiale – Omaggio al mio caro Papà nel di lui onomastico; A mio Padre, che mi dona le poesie della distinta poetessa Concettina Ramondetti Fileti palermitana e Sestine al mio caro Papà pel suo Onomastico. Nella sua scrittura trattò, oltre a temi come l’amore, la famiglia, la casa e la religione, anche l’affetto per la patria che nutrì grazie alla lettura di poeti come Foscolo e Berchet. Impiegò un linguaggio semplice, da bambina sognatrice e romantica, perfezionato da letture varie ma privo di riferimenti reali, per via della mancanza di esperienze concrete. Visse 37 anni, di cui 32 trascorsi ad Acri e gli ultimi 5 a Semerara, in provincia di Reggio Calabria, dove si trasferì dopo aver sposato, nel 1889, il proprietario terriero, Luigi Collura, e dove morì il 13 febbraio 1893. Il sacerdote acrese, Nicola Romano, tenne il discorso funebre per elogiare una giovane donna che aveva lasciato il segno, per il suo ingegno poetico e per la sua maestria nell’uso delle parole, nonostante non avesse avuto un’istruzione. “Occhio vivace nel quale scintillava la poetica favilla… labbro vermiglio in cui spuntava un ingenuo sorriso riflesso del candore dell’anima sua… persona esuberante di vitalità… bellissimo ingegno”, le parole del religioso. “La letteratura calabrese offre una scena letteraria di più grande sofferenza. Per tutto il suo lungo cammino, che ha una maggiore antichità degli inizi della letteratura italiana, non appaiono profili di scrittrici o poetesse. Una modestissima poetessa Mariannina Giannone come pallida ombra si affaccia nella seconda metà dell’Ottocento con la gracile raccolta “Affetti e poesie varie” che inaugura l’intemperante romanticismo delle confessioni, di seguito inclementemente rassodatasi in tanta parte della poesia femminile del pieno e tardo Novecento”, ebbe a dire Pasquino Crupi. Questa figura storica dell’Ottocento non poté aspirare ad una posizione sociale più elevata, ma riuscì ugualmente a far sentire la sua voce redigendo versi profondi e toccanti, nei quali esaltò l’amore per la vita e per la poesia, confermandosi un punto di riferimento del Rinascimento calabrese.

