La gioia cristiana come relazione costante con l’Onnipotente e con i fratelli

Le Sacre Scritture ci insegnano che, in mezzo alle sofferenze, c’è sempre quella luce che è felicità per l’uomo

Dio è una festa è il titolo del nuovo libro del padre domenicano ed esperto di teologia patristica, Sylvain Detoc, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana. Il religioso spiega il senso della gioia che, per un cristiano, deve corrispondere alla normalità. “La gioia esuberante del Vangelo non è un’opzione per qualche “innamorato del presepio”. È il modo ordinario – forse non il più frequente, ahimè! – della vita cristiana”, si legge nella presentazione. Molte volte i fedeli hanno “facce troppo lunghe”, perché “prendono poco sul serio l’invito di Gesù a far festa”. Se pensiamo che Dio sia l’artefice della nostra infelicità e che il Cristianesimo sia solo un discorso moralizzatore, allora resteremo intrappolati nel peccato e saremo sempre lontani da quella santità che, invece, è fonte di gaudio. Le pagine del volume di Detoc sottolineano l’importanza di “far festa – mangiare, bere, ballare, cantare, giocare”, che è anche l’invito che ritroviamo nelle Sacre Scritture, affinché l’animo possa vibrare e tendere verso l’alto. La storia biblica ci dice che viviamo in un mondo, corrotto dal nostro stesso egoismo e segnato dalla morte e dal lutto. È proprio in queste situazioni di estrema sofferenza che la fede offre una prospettiva unica sulla gioia, in ragione della speranza nell’amore di Dio e nelle sue promesse. Quando gli Israeliti soffrono per la schiavitù in Egitto, Dio suscita Mosè per guidarli alla libertà. La prima cosa che fanno è cantare dalla gioia in mezzo al deserto, sebbene vulnerabili e con la Terra Promessa ancora lontana. Il Signore “fece uscire il suo popolo con esultanza, i suoi eletti con canti di gioia. Diede loro le terre dei popoli, ereditarono la fatica delle genti, perché custodissero i suoi decreti e obbedissero alle sue leggi”, si legge nei Salmi (Sal 105:43). Questo denota che la gioia del popolo di Dio non è determinata dalle difficoltà ma dal destino futuro. Isaia profetizza il giorno in cui Dio avrebbe suscitato un nuovo liberatore come Mosè, portando luce e liberazione agli Israeliti avvolti nelle tenebre. Grazie a questa luce, che è Gesù Bambino, “i riscattati del Signore torneranno, verranno con canti di gioia a Sion; letizia eterna coronerà il loro capo, otterranno felicità e gioia” (Is 51:11). Gesù stesso esulta e ringrazia il Padre (Lc 10:21) quando inizia ad annunciare il Regno di Dio. Insegna, altresì, ai suoi seguaci la stessa gioia nel deserto, dicendo: “quando vi insulteranno e perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia, rallegratevi ed esultate perché grande è la vostra ricompensa nei cieli” (Mt 5, 1-12). Dopo la sua morte e Resurrezione, Gesù invia i suoi discepoli ad annunciare la buona notizia che Egli è il Re risorto del mondo. Le prime comunità cristiane diventano note per essere piene di gioia, anche quando vengono perseguitate, e “i discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo” (At 13, 52). Quando Paolo, trovandosi in una sporca prigione romana, sceglie di gioire, benché la giustizia umana si abbatterà presto su di lui, parla di “gioia nella fede” (Filippesi 1:25) o “gioia nel Signore” (Filippesi 3:1), credendo che essa sia un dono dello Spirito di Dio e la presenza tangibile di Cristo. Pur riconoscendo le sue afflizioni, l’apostolo sceglie di avere fiducia in Cristo, confidando che la sua “momentanea perdita” non avrebbe decretato l’ultima parola. La gioia cristiana è quindi una profonda decisione di fede e di speranza, nella potenza vivificante della vita e dell’amore del Messia. Se la gioia è Dio, allora dobbiamo contraccambiargli questo sentimento riscoprendoci, giorno per giorno, suoi figli.