Chiesa
La Commissione teologica internazionale pubblica il documento “Quo vadis, humanitas? Pensare l’antropologia cristiana di fronte ad alcuni scenari sul futuro dell’umano”
Il testo a 60 anni dalla Gaudium et Spes del concilio Vaticano II. Sviluppo, vocazione, identità e condizione drammatica dell’essere umano al centro della riflessione dei teologi
“L’irruzione di uno sviluppo scientifico e tecnico senza precedenti nella storia del pianeta deve essere affiancata da una corrispondente crescita di responsabilità che orienti il progresso verso il bene dell’essere umano”. Con queste parole si apre il documento “Quo vadis, humanitas? Pensare l’antropologia cristiana di fronte ad alcuni scenari sul futuro dell’umano”, pubblicato oggi dalla Commissione teologica internazionale (Cti). Il testo, approvato all’unanimità durante la sessione plenaria del 2025 e autorizzato alla pubblicazione il 9 febbraio scorso dal card. Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, previo assenso di Papa Leone XIV, nasce in occasione del 60° anniversario della costituzione pastorale Gaudium et spes (1965-2025). Il documento si struttura attorno a quattro categorie portanti: sviluppo, vocazione, identità e condizione drammatica dell’essere umano. Al centro, il confronto critico con il transumanesimo e il postumanesimo, presentati come movimenti che “smarriscono l’integralità dell’essere umano”. La riflessione si conclude con la proposta della vita come vocazione: “Ogni essere umano è chiamato a riceversi come dono, a condividere il dono della differenza, a diventare dono per gli altri, a riconoscere la trascendenza del dono come divino”.
“Si giungerà a un umano eccezionale o a forme di eccezione all’umano autentico?” La domanda attraversa il documento. Il testo distingue tra transumanesimo – “movimento filosofico” convinto che la scienza e la tecnologia debbano superare i limiti fisici e biologici della condizione umana, “fino a riprogettare l’essere umano per renderlo adatto a dirigersi oltre” – e postumanesimo, che “critica l’umanesimo tradizionale” e arriva a “decostruire il soggetto umano, rendendo del tutto fluido il confine tra l’umano e la macchina”.
La Cti individua quattro elementi problematici in questi movimenti:
il giudizio negativo sulla condizione umana; il “sogno di un perfezionismo individualista ed elitario”;
il rischio di “separazione tra una forma di umanità superiore” e
“un’umanità primitiva destinata all’estinzione”;
lo “sguardo generalmente negativo sull’esperienza religiosa”.
Di contro, il documento richiama la “divinizzazione” cristiana come “esatto opposto dell’auto-deificazione di stampo transumanista”: “Non ci può essere ‘trans’ o ‘post’ che la novità di Cristo non abbia già integrato in anticipo”.
Per il documento, “un tipo di sapere e di calcolo che faccia a meno di un’intelligenza vissuta in un corpo e situata, come pure di un tipo di conoscenza relazionale e trasmessa di generazione in generazione attraverso processi educativi che si giocano sull’identità e sul senso da dare al proprio destino e al proprio ruolo nel mondo, costituisce una minaccia rispetto al vero bene dell’umanità”.
La Cti evidenzia: “Questo ci rimanda a una verità elementare e fondamentale, che oggi abbiamo bisogno di riscoprire in tutta la sua bellezza: la vita dell’essere umano è vocazione. Non dimentichiamolo: la dimensione antropologica, che soggiace ad ogni chiamata nell’ambito della comunità, ha a che fare con una caratteristica essenziale dell’essere umano in quanto tale: quella, cioè, che l’uomo stesso è vocazione”. Di fronte ai sogni di potenziamento illimitato del transumanesimo, la Cti propone la vita come vocazione come “adeguata comprensione del processo di maturazione dell’identità delle persone e dei popoli”. Il testo denuncia una diffusa “cultura della non vocazione”, in cui “la progettazione del futuro si limita a una logica che riduce il futuro, nel migliore dei casi, alla scelta d’una professione, alla sistemazione economica o all’appagamento di alcuni bisogni”. Il modello antropologico prevalente, si legge nel documento, sembra essere quello della “persona senza vocazione”, il cui impatto è “sentirsi smarriti nel dramma di un’esistenza che non trova significato e che è senza speranze riguardo al futuro”.
Il testo analizza l’impatto delle tecnologie digitali sulle relazioni: i social media producono “forti polarizzazioni tra gruppi che pensano diversamente”, mentre “lo stesso scambio sociale subisce una ‘tribalizzazione’ che frammenta la società in gruppi di opinione omologati dai ‘like’”. La Cti denuncia anche le ricadute sul mondo dei giovani, per i quali l’ambiente digitale è “anche un territorio di solitudine, manipolazione, sfruttamento e violenza”. Sul piano della conoscenza, avverte che l’IA “potrebbe decidere di fatto ciò che è consentito di sapere, relegando le altre questioni all’ambito soggettivo”, con “una forte ricaduta sull’ambiente educativo”. Di fronte a questa complessità, il documento rilancia il valore della “cultura anamnestica” della storia e della memoria contro una “cultura postmoderna di un presente chiuso in sé stesso”.
