Il volto di Cristo e il Poverello d’Assisi nell’arte mistica di El Greco

L’esibizione intende omaggiare Leone XIV e celebrare l’VIII Centenario della morte del Serafico

Nella meravigliosa cornice di Castel Gandolfo a Roma è stata inaugurata la mostra intitolata El Greco allo specchio. Due dipinti a confronto, a cura di Fabrizio Biferali. L’iniziativa vuole omaggiare Leone XIV e celebrare l’VIII centenario del pio transito di san Francesco d’Assisi. L’esposizione, visitabile fino al 30 giugno, accosta il Redentore e San Francesco che riceve le stimmate, due capolavori di El Greco. Vissuto in Italia e in Spagna, a cavallo tra la fine del Cinquecento e i primi del Seicento, Domínikos Theotokópoulos è una delle personalità più in vista del tardo Rinascimento spagnolo, ritenuto da molti il maestro del Siglo de Oro. In un periodo storico caratterizzato dalla fioritura degli ordini religiosi e dall’operato della Santa Inquisizione, El Greco si fa interprete di una particolare visione mistico-religiosa, che riesce a trasporre nelle sue opere mescolando elementi italiani e manieristi. Nella Penisola iberica sviluppa un suo stile originale, lasciandosi alle spalle la tradizione bizantina della sua terra natale (la Grecia). Realizza composizioni verticali con figure assottigliate dai visi aguzzi e dagli sguardi ansiosi, impiegando colori talvolta lividi e fluidi e immersi in una vibrazione di luce azzurra. Lo spazio viene quasi a scomparire, sommerso da un’assoluta libertà di tocco, di forme e di macchie. I corpi si smaterializzano e, soltanto attraverso fantastici rigonfiamenti delle stoffe, si palesano le leggi geometriche del mondo irreale del genio greco, ancora più accentuato dai colori penetranti dello splendore autunnale. El Greco dipinge immagini e sentimenti in linea con la cultura controriformista. Le opere esposte alla mostra romana, che raffigurano il volto di Cristo e l’immagine del Poverello, sono entrambe di piccolo formato e concepite per la devozione privata. Il Redentore è un olio su tavola databile tra il 1590 e il 1595, appartenuto all’intellettuale e politico cattolico spagnolo, José Sánchez de Muniáin che lo donò a Paolo VI nel 1967. Il capolavoro divenne così parte delle collezioni papali ma fu, allo stesso tempo, sottoposto a poche analisi fino a poco tempo fa. Rimasto incompiuto, già negli anni Sessanta risultava degradato e andò incontro, probabilmente, a ripulitura. Un ignoto falsario, poi, intervenne sulla tela e coprì le immagini originali, ricalcando sommariamente il volto di Cristo. Le recenti campagne di restauro, grazie all’intervento del Laboratorio di Restauro Dipinti e Materiali lignei dei Musei Vaticani, hanno riportato alla luce dettagli sconosciuti: sotto la superficie visibile si nasconde un palinsesto pittorico. La ripulitura ha permesso di ristabilire le stesure originali, mettendo in evidenza al contempo due stesure sottostanti che, senza ombra di dubbio, sono autografi di El Greco. Sotto il Redentore con lo sguardo rivolto verso l’alto, avvolto in un mantello blu e rosso, la riflettografia ha mostrato, nell’angolo in alto a sinistra, la figura di una Madonna con il Bambino, mentre sotto il volto del Cristo è emersa, in modo accennato, la figura di san Domenico in adorazione del Crocifisso. A questo volto è stata associata la piccola tempera su tavola che ritrae san Francesco d’Assisi, data in prestito dalla Fondazione A. e M.A. Pagliara dell’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli. L’opera, appartenente alla fase giovanile della produzione di El Greco, è databile intorno al 1570, all’epoca del suo soggiorno romano e dopo la parentesi veneziana. Qui emerge il passato artistico di El Greco come creatore di icone, influenzato dall’arte cretese e da quella bizantina, oltre che da quella veneziana e dalla pratica miniaturistica dell’illustre Giulio Clovio. Il tema di san Francesco con le stimmate ricorre spesso nella produzione del pittore. In questa versione napoletana, la figura dell’Alter Christus è incastonata in un lembo di natura dirupato, tagliato a mezzo da una roccia di tono chiaro, incorniciato da una grossa quercia sul primo piano, attraversato da una stradetta di mezza collina che si perde tra gli alberi a zigzag, riverberata da un tramonto affocato. El Greco mescola sacro e natura, giocando con la luce drammatica che illumina il santo nel momento mistico dell’estasi sul monte La Verna, mentre frate Leone si fa scudo con la mano dinnanzi a tanto bagliore. Il dipinto è un momento di preghiera intensa per il Poverello, caratterizzato da un contrasto tra l’oscurità del paesaggio e la luce divina, che simboleggia la riflessione di El Greco sui temi della fede e della sofferenza.