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Guerra Iran-Usa, Trump tra ultimatum e mercati: petrolio, Hormuz e dollaro al centro della strategia americana
Ultimatum contraddittori, pressioni militari e mosse diplomatiche mostrano una strategia americana segnata da incertezza e legata agli andamenti dei mercati finanziari. Il conflitto con l’Iran intreccia petrolio, controllo di Hormuz e difesa del dollaro, mentre cresce il rischio di escalation regionale e la necessità per Washington di costruire una via d’uscita politicamente sostenibile
Il turbinio degli annunci dalla Casa Bianca, dopo un mese di guerra, segnalano la confusione come il leit motiv trumpiano. Da un lato si proclama la capitolazione del nemico, si ostenta il cambio di regime (ridotto all’assassinio di Khamenei), si millantano le implorazioni con cui Teheran chiede di trattare, regala petrolio e offre al Tycoon la guida del Paese. Dall’altro, si susseguono gli ultimatum: 2, poi 5, infine 10 giorni di sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche (che Israele comunque non ferma), entro i quali l’Iran dovrebbe arrendersi o almeno sbloccare Hormuz. Emerge la bozza di accordo recapitata via Pakistan, per cui gli Usa, in cambio della cogestione dello Stretto e la revoca totale delle sanzioni, detta sul nucleare e la missilistica condizioni di fatto analoghe a quelle che l’Iran aveva accettato presso i mediatori omaniti poche ore prima che Israele avviasse l’attacco, rendendole adesso irricevibili per Teheran. Intanto il Pentagono invia truppe e mezzi per un attacco terrestre che in molti paventano come una vana carneficina.
Dalle contraddizioni emerge però un dato chiaro: ad accomunare i due prolungamenti “magnanimi” delle intimazioni di Trump è stata la coincidenza con gli andamenti dei mercati finanziari: il picco negativo delle transazioni in dollari e la salita a quota 4,5% dei tassi di rendimento dei titoli decennali del debito Usa. Esattamente il contrario della ricetta sui tassi e difesa della dollarizzazione del mercato globale con cui Trump aveva promesso il rilancio. Oltre a sortire portentose speculazioni sul greggio (con sospetto insider trading sfruttato dai pochi operatori che hanno anticipato di 15 minuti le esternazioni), il pur effimero risultato calmierante dell’“effetto annuncio” suggella il movente economico della guerra. E il relativo passo falso. Per quanto trascinata da Israele, vera o no la promessa di una guerra lampo con cui, secondo il New York Times, il Mossad avrebbe convinto ad attaccare vantando la capacità di sobillare un golpe dall’interno, la Casa Bianca si preparerebbe al multipolarismo non prima di avere azzoppato Pechino sabotando l’uso dello yuan nell’export energetico venezuelano e iraniano. Il tutto a blindare il dollaro come strumento egemonico per finanziare l’enorme debito pubblico, attrarre investimenti e infliggere sanzioni, nello schema introdotto da Nixon dopo la disfatta in Vietnam. Trump pare avere aderito al motto lanciato dai neocons nel 2001: “creative destruction”, ossia destabilizzare contando sulla capacità degli Usa di attrarre flussi di capitali agitati dal caos. Eppure l’effetto calamitante oggi non poggia su credenziali strutturali solide come un tempo. Tanto più se la crisi sistemica su cui fa leva l’Iran mina alla base la produzione di capitali che Washington vorrebbe attirare. Ciò vale per l’Europa che, senza il gas russo, ora patisce la distruzione degli impianti di liquefazione qatarioti attinti dai raid iraniani. E vale per le monarchie del Golfo. A Kissinger esse promisero eterna fedeltà al petroldollaro e investimenti Oltreoceano, in cambio di protezione dall’esterno e sostegno interno ai propri regimi neofeudali: oggi la rappresaglia iraniana mina l’intero schema.
La tenuta iraniana non può essere illimitata, ma puntare sul prolungamento esasperante del conflitto, sfidando il nemico a reggere il fiato, sembra essere l’unica via per non ritrovarsi sotto attacco, con tutti i danni sinora subiti, in un prossimo futuro. Teheran, preparatasi da tempo, massimizza la variabile economica del conflitto, seguendone la regia sul medesimo piano adottato dagli Usa. Pertanto non è corretto definire asimmetrica la sua condotta, che segue una dinamica escalativa di tipo qualitativo con riguardo agli obiettivi. Lo si nota ora che il conflitto, oltre a prolungarsi, volge ad allargarsi, con il coinvolgimento degli houthi yemeniti che, sbarrando la rotta del Mar Rosso nello stretto di Bal al-Mandab, potrebbero impedire l’aggiramento di Hormuz.
Il circolo vizioso, mentre il Pentagono suona l’allarme per le scorte di tomahawk e intercettori, riguarda altresì la capacità di supporto dell’industria militare occidentale, frenata dal rincaro dei materiali e la scarsità energetica.
Oltretutto, il blocco selettivo del Golfo Persico a favore delle flotte dei Paesi non ostili (versanti pedaggio in yuan) frustra la logica del “mal comune mezzo gaudio” che potrebbe lenire i crucci di Trump. Peraltro la Russia aumenta gli introiti da gas e petrolio (vedi l’incetta da parte dell’India, che vi aggiunge anche l’acquisto di sistemi di difesa aerea). La Cina, prevedendo lo scenario, per oltre un anno ha stoccato giornalmente un milione di barili iraniani. Mentre Washington mostra al mondo l’intento di far saltare il tavolo delle interdipendenze pur di conservare i suoi primati, Pechino e Mosca stanno a guardare, fedeli all’adagio napoleonico che vieta di disturbare il nemico intanto che sbaglia. Eppure dovrà giungere per loro il momento di assumere una qualche iniziativa, se la crisi raggiungesse un limite intollerabile, fors’anche dietro tacito impulso della Casa Bianca, che già sente sul collo l’influente preoccupazione dell’oligarchia finanziaria domestica.
D’altronde, agli Usa urge assicurarsi di poter sospendere la partita senza che Israele, trovandosi sola, non agisca in maniera inconsulta, innescando l’apocalisse nucleare su scala extraregionale. Tuttavia non è da escludere che Netanyahu chieda a compensazione carta bianca per occupare il sud del Libano, replicando Gaza, come suggerirebbero le parole del suo ministro Smotrich sull’annessione.
Mentre l’ultimatum volge al termine, non riuscendo a passare la patata bollente alla Nato, Trump ha bisogno di inventarsi una vittoria. La minaccia dello sbarco, se non funzionasse come leva per l’accordo, potrebbe tradursi fattualmente con l’occupazione dell’Isola di Kharg, così da proclamare il successo e ripiegare. Ma, ammesso che riesca, il sacrificio di uomini sarebbe una iattura per il consenso interno, ora sceso al 40%, rovinando il voto Midterm. Le prossime ore saranno decisive per scoprirlo.
Giuseppe Casale – Agensir
