Guerra in Iran. Trump alterna minacce e aperture, negli Stati Uniti cresce la protesta interna

(da New York) Mentre la guerra contro l’Iran entra nel suo trentatreesimo giorno, il conflitto continua a segnare una pericolosa escalation militare e diplomatica. Raid aerei condotti da Stati Uniti e Israele hanno colpito diverse aree del Paese mediorientale, alimentando una tensione che resta alta tanto sul terreno quanto nei canali diplomatici.
In questo scenario incerto, il segretario di Stato Marco Rubio ha confermato in un’intervista tv l’esistenza di comunicazioni indirette tra Washington e Teheran, affidate a intermediari regionali. Secondo Rubio, gli obiettivi militari statunitensi potrebbero essere raggiunti “in settimane, non in mesi”, segnale di una strategia che punta a risultati rapidi, ma che solleva interrogativi sulla sostenibilità e sugli esiti a lungo termine. Parallelamente, il presidente Donald Trump ha alternato minacce e aperture. Dopo aver evocato la possibilità di colpire le infrastrutture energetiche iraniane, ha fatto un passo indietro parlando di “conversazioni produttive” e “punti di accordo fondamentali”. Teheran ha però smentito l’esistenza di negoziati diretti, confermando quella che appare sempre più come una “nebbia diplomatica”, fatta di messaggi indiretti e mediazioni affidate a Paesi come Pakistan, Turchia ed Egitto. In questo gioco di percezioni, Washington sembra voler rassicurare i mercati, mentre l’Iran mantiene una linea di negazione sistematica, segno che la dimensione economica del conflitto resta centrale quanto quella militare. La nuova scadenza fissata dalla Casa Bianca per evitare un’ulteriore escalation è venerdì, quando è previsto l’arrivo nella regione di circa 2.200 Marines. Tra i nodi strategici resta lo Stretto di Hormuz. Secondo fonti dell’amministrazione, raggiunte dal Wall Street Journal, Trump sarebbe disposto a concludere la campagna militare anche senza una riapertura immediata della rotta marittima, rinviando a una fase successiva un’eventuale operazione per garantirne la sicurezza. Una scelta che, se confermata, segnerebbe un cambio di priorità: indebolire le capacità militari iraniane e ridurre le ostilità, lasciando agli alleati europei e del Golfo il compito di affrontare la questione della navigazione. Ma la guerra non si combatte solo fuori dai confini americani. Negli Stati Uniti cresce la protesta interna. Le manifestazioni del movimento “No Kings”, dello scorso fine settimana, hanno coinvolto, secondo gli organizzatori, oltre otto milioni di persone in più di 3.000 eventi. Dalle piazze del Minnesota a quelle di New York, fino a iniziative in diverse capitali mondiali, emerge un dissenso che va oltre la singola politica: riguarda i limiti del potere e il rispetto delle regole democratiche. La guerra con l’Iran ha agito da detonatore, soprattutto per le modalità con cui è stata avviata, senza un passaggio formale dal Congresso. Un copione già visto nella storia americana, ma che oggi si inserisce in un contesto di crescente polarizzazione. I manifestanti denunciano un clima più cupo rispetto alle mobilitazioni precedenti: meno ironia, più preoccupazione per un presidente troppo disposto a superare i confini istituzionali. Sul piano accademico, le critiche non sono meno severe. Secondo Richard K. Betts, professore emerito di War and Peace Studies alla Columbia University, la guerra preventiva contro l’Iran rappresenta “una pessima decisione fin dall’inizio”. Betts sottolinea come l’intervento abbia indebolito la leadership morale degli Stati Uniti e aumentato la vulnerabilità degli alleati, esposti alle conseguenze economiche dell’instabilità.
Il nodo centrale resta quello della strategia: i costi umani ed economici del conflitto, uniti a obiettivi non pienamente definiti, rischiano di lasciare in eredità uno scenario postbellico complesso quanto quello precedente. In questo quadro, la domanda che emerge non riguarda solo l’esito della guerra, ma quanto le istituzioni democratiche, non solo negli Usa sapranno governare decisioni presenti e conseguenze future.