Gmcs, mons. Savino scrive ai giornalisti

Volti che chiedono parola

Cari giornalisti,vi saluto tutti con viva cordialità e anche quest’anno vi raggiungo, nel giorno della memoria liturgica di San Francesco di Sales, vostro patrono, per condividere una mia riflessione attinente la vostra professione di giornalisti.Come sapete, Papa Leone XIV ha scelto per la 60ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali il tema: “Custodire voci e volti umani”. Negli ecosistemi comunicativi odierni, la tecnologia influenza le interazioni in modo mai conosciuto prima – dagli algoritmi che selezionano i contenuti delle notizie fino all’intelligenza artificiale che redige interi testi e conversazioni. Il genere umano ha oggi possibilità impensabili solo pochi anni fa. Ma sebbene questi strumenti offrano efficienza e ampia portata, non possono sostituire le capacità unicamente umane di empatia, etica e responsabilità morale. La comunicazione pubblica richiede giudizio umano, non solo schemi di dati. La sfida è garantire che sia l’umanità a restare l’agente guida. Il futuro della comunicazione deve assicurare che le macchine siano strumenti al servizio e al collegamento della vita umana, e non forze che erodono la voce umana.Il futuro della comunicazione dovrebbe garantire che le tecnologie restino dispositivi di mediazione e di legame al servizio dell’umano e non apparati capaci di marginalizzare la parola, impoverire la relazione e attenuare la presenza delle persone nello spazio pubblico.Abbiamo grandi opportunità ma allo stesso tempo, i rischi sono reali. L’intelligenza artificiale può generare contenuti accattivanti ma fuorvianti, persuasivi in modo scorretto e potenzialmente nocivi; può replicare pregiudizi e stereotipi presenti nei dati di addestramento e amplificare la disinformazione, anche attraverso la simulazione di voci e volti umani. Può inoltre invadere la riservatezza e l’intimità delle persone senza il loro consenso. Un’eccessiva dipendenza dall’IA indebolisce il pensiero critico e le capacità creative, mentre il controllo monopolistico di questi sistemi solleva preoccupazioni sulla centralizzazione del potere e sull’aumento delle disuguaglianze.E poi c’è un rischio più sottile, ma quotidiano: le “bolle informative” e le camere dell’eco. L’informazione personalizzata, che promette di mostrarci ciò che ci interessa, finisce talvolta per mostrarci soltanto ciò che ci assomiglia. Così la realtà, a furia di essere filtrata, si smarrisce; e il dissenso non diventa occasione di comprensione ma un rumore da silenziare. In questo scenario, la verifica delle fonti e la pluralità delle voci non sono dettagli professionali sono un presidio di democrazia.È sempre più urgente introdurre nei sistemi educativi l’alfabetizzazione mediatica, affinché le persone – soprattutto i giovani – acquisiscano la capacità di pensiero critico e crescano nella libertà dello spirito.E permettetemi di aggiungere: l’alfabetizzazione mediatica non coincide con la mera competenza d’uso; consiste piuttosto nell’imparare a distinguere i fatti dalle interpretazioni, i documenti dalle voci, le prove dalle suggestioni. Significa allenarsi alla pazienza dell’approfondimento, a quella disciplina interiore che non scambia la velocità per verità.Fin dall’inizio del suo pontificato, Papa Leone XIV ha evidenziato con particolare lucidità la portata culturale e sociale di questi processi, invitando la Chiesa a confrontarsi senza esitazioni con l’impatto dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie emergenti sulle forme della relazione e della vita pubblica.Nell’incontro con i cardinali, pochi giorni dopo la sua elezione l’8 maggio, ha infatti spiegato che la scelta del suo nome papale è stata ispirata da Leone XIII che “con la storica Enciclica Rerum Novarum, affrontò la questione sociale nel contesto della prima grande rivoluzione industriale”, e “oggi la Chiesa offre a tutti il suo patrimonio di dottrina sociale per rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’Intelligenza Artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro”. In un messaggio del 17 giugno ai partecipanti alla Seconda Conferenza annuale su Intelligenza Artificiale, Etica e Governance d’Impresa, ha evidenziato che “occorre valutare i benefici e i rischi dell’Intelligenza Artificiale proprio secondo” il criterio “etico superiore” di “salvaguardare la dignità inviolabile di ogni persona umana e rispettare le ricchezze culturali e spirituali e la diversità dei popoli del mondo”.Vorrei soffermarmi con voi su due valori che Papa Leone XIV ci invita a salvaguardare nel tempo della tecnologia: le voci e i volti. Le vociNel grande villaggio mediatico della comunicazione, solo le gesta dei potenti e dei famosi vengono ricordate e celebrate, mentre le esperienze e le storie di milioni di persone comuni, che vivono, amano e soffrono, vengono spesso polverizzate dall’oblio, le loro lotte quotidiane e i loro contributi spesso rimangono nell’ombra, dimenticati dal tempo.Non fatevi vincere dalla tentazione di trasformare il vostro “mestiere”, che deve sempre odorare di umano, in una professione in camice bianco e tutta computerizzata. Dare notizie e commentarle significa sapere capire quali sono le vicende degli uomini che giorno per giorno fanno la storia. Ma non la storia giudiziaria, o cronachistica, o politica, o la storia di una coalizione o di una giunta o di un’autorità qualsiasi. La storia dell’uomo: il suo pianto e la sua gioia, la sua disperazione e la sua ostinata voglia di vivere.E, proprio qui, torna il tema che mi sta più a cuore: la verità.La verità che va raccontata non è un corollario del racconto: è la sua spina dorsale. Non può essere “a geometria variabile”, indulgente con gli amici e severa con gli avversari. Non fa sconti a nessuno, perché non nasce per colpire qualcuno, ma per servire tutti.Ecco allora che nell’epoca attuale, più che in passato, occorre fare tesoro dell’insegnamento del più grande comunicatore di tutti i tempi, Gesù di Nazareth. Quando Egli diceva ai suoi discepoli «quello che avete visto e ascoltato gridatelo dai tetti», non dava soltanto un insegnamento in forma di parabola, ma proponeva una vera strategia relativa alla missione. C’è una bella pagina del Vangelo di Marco (10,46-52) su Cristo che ascolta le voci dei poveri.Gesù viene chiamato da Bartimeo, un mendicante ai margini della strada. La folla vuole farlo tacere, ma Gesù sa ascoltare la sua chiamata, riconoscere la sua fede e vivere un vero incontro con lui.In quell’istante il Vangelo si fa incontro, la fede diventa parola, la misericordia restituisce dignità e la vita riprende cammino.Per Bartimeo, questa è un’esperienza di liberazione e integrazione che gli consente di camminare tra i discepoli. Nei vangeli questi incontri avvengono spesso. Il pensiero dei più poveri ci riporta all’essenziale. La Chiesa ha bisogno di accostarsi con umiltà alla vita dei più poveri e di dare ospitalità alla loro parola, perché proprio attraverso quelle voci, spesso fragili e trascurate, lo Spirito Santo continua a interpellarla, svelandole le domande essenziali del Vangelo e le vie concrete della sua conversione. I poveri hanno un’esperienza da comunicare e anche un pensiero da condividere che riguarda non solo la loro esperienza personale, ma tutta la vita della Chiesa. Ci sono sempre più persone che restano fuori dal perimetro dell’attenzione pubblica: ignorate, dimenticate, rese irrilevanti, come se la loro esistenza non avesse peso né voce. Eppure proprio da queste vite viene un richiamo che non si può eludere.Andare loro incontro, ascoltarne le parole, accogliere il loro apporto è un criterio di orientamento: vi preserva dalla distrazione dell’apparenza, vi riporta all’essenziale, e vi impedisce di perdere il significato più profondo della vostra missione, che si misura nella capacità di riconoscere chi, più di altri, rischia di restare senza ascolto.Esercitate, quotidianamente, le virtù della profezia e della parresia. La profezia è la capacità di indignarci davanti al male, alla violenza, all’ingiustizia, al sopruso. “Per amore del mio popolo non tacerò” dice Isaia. E non sembri azzardato o presuntuoso accostare la figura dei profeti a quella dei giornalisti. Abbiamo un’idea, un concetto sbagliato della parola “profeti”. Pensiamo che siano o debbano essere degli oracoli, quasi degli indovini che devono prevedere il futuro. In realtà la parola profeta deriva dal greco “pro-femì” cioè parlare per qualcuno, per nome e in conto di qualcuno. I giornalisti parlano, devono parlare in nome e per conto degli uomini e delle donne del loro tempo, raccontando le loro storie gridando amare verità ai sordi detentori del potere.Nel nostro tempo il coraggio della verità è anche resistenza alle dinamiche della rete: alla polarizzazione che spinge a schierarsi prima ancora di capire; alla paura dell’isolamento che induce ad adeguarsi; alla “spirale del silenzio” che rende prudente la coscienza e rumoroso il conformismo. La responsabilità della parola non significa alzare la voce: significa reggere il peso dei fatti, senza teatralizzarli e senza addomesticarli.E, per favore, non lasciamo che l’informazione diventi olio di ricino: un contenuto imposto, umiliante, confezionato per piegare e non per illuminare; per punire e non per comprendere. Quando la parola diventa strumento di coercizione, perde la sua anima e ferisce la convivenza civile.Poi la parresia, una virtù antica, di cui per lungo tempo si sono perse le tracce, una virtù che definisce il parlar franco, il diritto – dovere di dire la verità, indipendentemente dalle ripercussioni che tale azione potrà provocare. Chi pratica la franchezza evangelica agisce in coscienza, è presente a sé stesso e alle possibili conseguenze che potranno presentarsi parlando in maniera esplicita; ma, nonostante il pericolo, egli sceglie la via dell’onestà intellettuale ritenendo un dovere morale, inderogabile, la critica e la resistenza ad un potere che va discostandosi dalla retta condotta. Parlare con parresia vuol dire estraniarsi dal clamore della folla, non rimanere sedotti dal brusio dominante, ma ricercare incessantemente ciò che resiste alle narrazioni di comodo e gridarlo ai sordi detentori di ogni forma di potere. I voltiE poi i volti che, insieme alle voci, sono i due elementi fondanti di quella misura dell’umano che Papa Leone XIV ci invita a tenere viva. E qui tornano le profetiche parole di don Tonino Bello. “La ricerca del volto del prossimo è il fondamentale allenamento alla pace. Ricerca del volto, non della maschera. Scoperta del volto, non lettura della sigla. Contemplazione del volto, non gelida presa d’atto della «funzione». Accarezzamento del volto, non adulazione cortigiana del ruolo. Rapporto dialogico tra volto e volto, non litigiosità feroce tra grinta e grinta. In quest’epoca caratterizzata dalla «serialità» massificatrice, in cui neppure l’uomo sfugge ai pericoli dell’appiattimento, l’etica del volto ci sembra l’unica in grado di costruire la pace. Sì, perché le guerre, tutte le guerre, da quelle interiori a quelle stellari, trovano la loro ultima radice nella uniformizzazione dei volti. Nella dissolvenza dei volti. Nella perdita della identità personale. Nella prevaricazione del numero di matricola su nome, cognome e indirizzo. Nella malinconia di sentirsi «uno nessuno, centomila». Nell’incapacità di guardarsi negli occhi. “Il Tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto”. Se, oltre che al Signore, fossimo capaci di dire anche al prossimo: «Il tuo volto, fratello, io cerco. Non nascondermi il tuo volto», la causa della pace sarebbe risolta. Riconciliamoci con i volti. Col volto di ogni fratello, scrigno di tenerezze e di paure, di solitudini e di speranze. Col volto del bambino che già vive nel grembo materno. Col volto rassegnato del povero, sacramento del Crocifisso. Col volto fosco del nemico, redento dal nostro perdono. Ci riconcilieremo così col volto di Dio, unica terra promessa dove fiorisce la pace”.Nel tempo dei deepfake e dei volti sintetici, custodire il volto significa difendere l’irriducibilità della persona alla sua immagine. Perché il volto non è un dato: è una presenza. Non è un file: è una relazione. E quando la relazione viene sostituita da una simulazione perfetta, il rischio è che l’altro diventi “consumabile”, scorribile, sostituibile.Non dimentichiamo mai che dietro ogni volto si nasconde una storia che aspetta di essere raccontata, dietro ogni ruga una strada da percorrere, dietro ogni sorriso si apre un mondo da scoprire, dietro ogni malinconia si cela un universo da esplorare. Nella nostra esistenza siamo circondati da volti e voci che scorrono davanti a noi come in un flusso inarrestabile.Ogni gesto, ogni movimento, ogni contemplazione fugace sui social, ogni commento lasciato quasi inavvertitamente: ci sentiamo, paradossalmente, immersi in una moltitudine e, insieme, sempre più distanti.Emmanuel Levinas ci obbliga a rovesciare il modo ordinario di pensare l’incontro: l’altro non è un oggetto di conoscenza, ma un evento che interrompe le nostre categorie e ci chiama alla responsabilità. Il volto, in questa prospettiva, non è una rappresentazione tra le altre, né l’esito di un accumulo di informazioni, percezioni o emozioni; è l’irruzione di un’alterità che resiste alla riduzione, che non si lascia possedere né totalizzare, e che — prima ancora di essere compresa — esige una risposta.È ciò che ci raggiunge anche quando preferiremmo non rispondere, e ci costringe a ricordarci che l’altro non è cosa né oggetto, ma soggetto vivo che ci interpella. E siamo chiamati a vivere questa “rivoluzione” tra le pieghe ordinarie del nostro mondo, della nostra quotidianità. Pensiamo al volto che ci guarda in famiglia, nei momenti di crisi o silenzi. Oppure a quello, spesso trascurato, che incontriamo al lavoro, nei piccoli gesti che costruiscono la fiducia. Siamo chiamati a portare attenzione autentica laddove la velocità spinge a giudicare e liquidare. Da qui l’aspetto centrale della riflessione di Levinas: l’infinita responsabilità nei confronti di chi abbiamo di fronte. Quando guardiamo veramente l’altro, ci accorgiamo che al centro non c’è più il nostro desiderio di conoscere o dominare, ma l’urgenza di rispondere, di preservare la fragilità altrui. Ecco perché incontrare lo sguardo di qualcuno, oggi più che mai, diventa un gesto silenziosamente eversivo.Questa “etica del volto” è anche la più radicale critica alla comunicazione artificializzata perché ci ricorda che non siamo fatti per vivere di avatar, ma di responsabilità. E che la qualità della democrazia dipende, spesso, dalla qualità dei nostri sguardi.Ecco la posta in gioco che questa intuizione di Levinas pone nel vostro, nel nostro quotidiano digitale e che richiede coraggio e attenzione. Siamo immersi in una cultura che premia la sintesi rapida, la reazione immediata, il giudizio espresso in pochi caratteri. Ma quella foga di giudicare, di comparare, di schierarsi, non lascia spazio al volto; e per la fretta sciupiamo la possibilità di fermarci sull’umanità di chi è “dall’altra parte”, magari di un taccuino o di una telecamera, e lasciamo che la persona scompaia dietro un algoritmo.E allora, se posso dirlo con franchezza, la sfida non è soltanto “fare bene informazione”, è sottrarre l’informazione alla logica della tifoseria e del risentimento; è ricostruire un patto di fiducia con i lettori e con i cittadini, mostrando la fatica del metodo, il lavoro delle fonti, la responsabilità delle parole.Lo faccio con tre verbi che mi pare possano caratterizzare il buon giornalismo: Continuate dunque a proteggere le voci e i volti dell’umano, declinando ogni giorno tre verbi: ascoltare, approfondire, raccontare.E a proposito di volti, voglio concludere, condividendo con voi la forte emozione provocata in me dalla voce spezzata di Guy Chiappaventi, giornalista di lungo corso e cronista del tg di La7, che, nei giorni della tragedia di Crans Montana, ha portato in diretta tv per pochi ma incancellabili secondi il volto “umano” della vostra categoria, quella del giornalismo professionale. La solidarietà e l’empatia sono necessarie, nel lavoro di testimonianza e nella vita di ogni giorno. Comunicare è un complicato equilibrio, quello dell’informazione professionale, fatto di esperienza, deontologia, misura, oggettività, anche distacco talvolta. Ma senza mai perdere l’umanità: ce lo ricorderà sempre la voce di Guy Chiappaventi, spezzata dallo sgomento di fronte a quell’orrore. Era quella di tutte e tutti noi.Ecco, custodire voci e volti umani significa questo: non vergognarsi della compassione, non anestetizzarsi. Perché quando il giornalismo smette di lasciarsi interrogare dalle ferite del mondo, finisce per ferire il mondo due volte: prima non vedendo, poi raccontando senza comprendere.Lo insegnava Enzo Biagi, con la sobrietà dei veri maestri: il giornalismo è anzitutto servizio, è un dovere di rigore verso le persone concrete, soprattutto quando nessuno le ascolta. Quando questo dovere si attenua, la cronaca smette di essere cura del reale e diventa fondo indistinto.Buon lavoro e buona festa di San Francesco di Sales a tutti voi! Grazie! Cassano all’Jonio, 24 Gennaio 2026 memoria di San Francesco di Sales

Vostro

✠ don Francesco