Chiese di Calabria
Don Roberto Oliva, la teologia al servizio della pastorale contro le mafie
Il sacerdote calabrese, docente presso l’Istituto teologico calabro “San Francesco di Sales”, a Cosenza per la giornata di studi “Il sangue dei preti sull’altare delle mafie”
Don Roberto Oliva è docente di ecclesiologia presso l’Istituto teologico calabro “San Francesco di Paola”. Nel corso della giornata “Il sangue dei preti sull’altare delle mafie ha portato il suo contributo all’Issr “San Francesco di Sales” di Rende.
Quanto è importante la formazione su questi temi in accademia, in facoltà teologica?
L’interessarci della vita del nostro popolo, del popolo che serviamo e che attraverso la teologia vogliamo servire in maniera più competente, non può fare a meno di affrontare la riflessione su queste tematiche. Per diversi motivi vorremmo evitare di farlo, perché sono comunque tematiche che riguardano il sangue, in questo caso dei preti, il sangue che le ingiustizie, purtroppo, fanno ancora versare anche in mezzo al nostro popolo. Però, evitare questa riflessione vuol dire, come dice don Marcello Cozzi nel volume “Non interferite”, che consiglio vivamente, vuol dire anche essere complici. Il silenzio potrebbe essere un grave indizio di complicità rispetto a qualcosa che in realtà, come già i Papi hanno detto, ha una vera e propria struttura demoniaca, e che quindi, come ogni cosa che viene del demonio, dello spirito cattivo, distrugge la libertà, l’umanità, la dignità delle persone.
Quindi la teologia aiuta ancora di più ad affrontare il fenomeno, grazie a persone competentiche hanno a cuore la vita del nostro popolo, e che vogliono aiutare le persone che ci vengono affidate e che incontriamo.
Lei è un teologo, ma anche un pastore in una terra bellissima, dove però al tempo stesso ci sono tanti fenomeni anche non proprio edificanti. Come si fa a mettere la teologia a servizio della pastorale su questi temi?
È proprio questo salto emancipativo che ci deve essere e che vogliamo realizzare rispetto a quella che è la realtà che viviamo. La realtà che viviamo – noi che siamo credenti lo sappiamo benissimo – è solo un anticipo della realtà che poi è quella che Gesù ci promette, il regno di Dio, i cieli nuovi, la terra nuova. Noi, che stiamo andando verso questi cieli e terra nuovi, non possiamo andarci tollerando che la realtà dentro la quale siamo adesso sia distrutta, imbruttita dalle conseguenze del cancro della criminalità organizzata. Dobbiamo fare di tutto perché la bellezza della realtà del cielo possa riflettersi nella concretezza della storia e nelle contraddizioni della storia che viviamo.
Nelle facoltà teologiche studiano tanti laici impegnati. Come possono i laici portare nella loro comunità la formazione che ricevono su questi temi? Qual dovrebbe essere il loro impegno?
Direi che in questo frangente della storia, in cui le Chiese sono impegnate in un percorso di sinodalità, siamo tutti corresponsabili di questa missione di giustizia e di pace. Questa non è più appannaggio di alcuni nella Chiesa, ma si spera sia sempre più consapevolezza totale quindi che riguarda donne, uomini, bambini, ragazzi, religiosi, non solo i ministri ordinati, soprattutto coloro i quali attraverso il loro impegno nella società, nella politica, hanno la grazia, potremmo dire insieme a Paolo VI, di vivere questa forma un po’ più profonda di carità e di amore sociale.
