Don Cozzi, “il prete si sporca le mani per amore del Vangelo”

L’intervista al sacerdote antimafia lucano don Marcello Cozzi, intervenuto a Cosenza, presso l’Istituto superiore di scienze religiose “San Francesco di Sales”

“Non interferite. Il sangue dei preti sull’altare delle mafie”, il libro di don Marcello Cozzi, è diventata una giornata di studio. Don Cozzi, sacerdote lucano, è da decenni impegnato pastoralmente e civilmente contro ogni forma di criminalità organizzata. Più volte ha recato la sua testimonianza in Calabria. 

Il tema di oggi è significativo, perché Il tratta il “sangue dei preti sull’altare delle mafie”.

Questa giornata nasce nell’ambito di un percorso che stiamo facendo in collaborazione tra l’IRFI, la facoltà teologica di Napoli e l’Istituto di scienze religiose di Cosenza e l’Unical. All’interno del percorso abbiamo pensato a questa giornata in previsione di questa giornata del 21 marzo, quando viviamo la memoria e l’impegno per le vittime di mafia.

Fra le vittime di mafia ci sono preti. Ci sono un bel po’ di preti uccisi dalle mafie. 

Un bel po’?

Diversi preti, perché di solito si pensa che siano stati soltanto Pino Puglisi o Peppe Diana. Però ce ne sono stati altri che nessuno conosce. Nell’organizzare la giornata di oggi abbiamo pensato di mettere come titolo proprio il sottotitolo del mio libro, “Il sangue dei preti sull’altare delle mafie”, perché ci sono stati, ripeto, non pochi preti che sono stati sacrificati perché si sono impegnati.

Lei ha detto che ci sono stati tanti preti di cui nessuno ricorda il sacrificio o conosce. Di chi è la colpa di questo oblìo?

Non so se è questione di colpa. C’è stata forse anche una cancellazione della memoria. Mi riferisco soprattutto a un’epoca passata, ma anche di preti che generalmente sono stati ammazzati, agli inizi del secolo scorso, cioè quando quel tipo di impegno non veniva riconosciuto, tra virgolette, come ‘impegno antimafia’, quando quegli omicidi venivano anche interpretati in altro modo. Eppure diciamo che la logica che poi ha accompagnato gli omicidi di don Puglisi e don Diana c’è sempre stata. 

Sta parlando di una interpretazione distorta degli omicidi di preti. Si può spiegare meglio?

Quando un prete viene ammazzato, o è questione di donne o di denaro. All’epoca forse questa logica ha prevalso, e ha prevalso talmente che si è steso un velo su queste storie. Invece queste storie vanno rilette, vanno riscoperte. Il testo è frutto di un lavoro di riscoperta di queste storie, che sono edificanti.

Storie di preti che si sporcano le mani. Perché il prete si sporca le mani contro la criminalità organizzata? 

Perché non può fare il contrario, perché lo dice il Vangelo. Il Vangelo dice che bisogna essere portatori di luce, e il prologo del Vangelo di Giovanni ci dice che quando la luce è arrivata le tenebre l’hanno respinta. Questo è nella logica delle cose.

Se tu annunci il Vangelo automaticamente le tenebre te la fanno pagare. Non è che sei tu che ti metti contro le tenebre, sono le tenebre che si mettono contro di te. Gesù di Nazareth è l’esempio chiaro ed evidente di un Dio che si è sporcato le mani, cioè di un Dio che nel momento stesso in cui si è impastato con l’umanità ha deciso di sporcarsi le mani, nel senso bello del termine, come diceva don Lorenzo Milani. Egli diceva che: “A che serve tenere le mani in tasca se poi…”. No, invece bisogna sporcarsi le mani perché, ripeto, questo è il Vangelo. Gesù di Nazareth si è letteralmente sporcato toccando i lebbrosi, l’adultera, gli storpi, toccando l’emorroissa. Ho detto proprio espressamente “toccando” perché è uno dei verbi più ricorrenti nei Vangeli. 

Lei conosce molto bene la Calabria, le Chiese calabresi hanno fatto un bel percorso in questi ultimi decenni nel contrasto alla ‘ndrangheta. 

Assolutamente sì. La Chiesa calabrese ha preso posizione con un bel percorso, anche ultimamente si è espressa in maniera altrettanto chiara. Però non dimentichiamo che questo impegno della Chiesa calabrese non è di oggi. Noi non dobbiamo dimenticare i documenti degli anni passati, degli anni ’40. Magari ci sono stati alcuni ambienti di Chiesa che hanno preferito girarsi dall’altra parte, non parlarne, restare in silenzio. Però è fuori dubbio che oggi noi abbiamo in Calabria una Chiesa che almeno dal punto di vista della conferenza episcopale si sta impegnando con posizioni nette.