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“Dantedì”: il giorno di Dante celebrato in tutta Italia
Il 25 marzo si celebra il Dantedì, data simbolica dell’inizio del viaggio della Commedia. Al di là delle discussioni storiche, la figura di Dante continua a parlare al presente: poeta, uomo di fede, protagonista della vita politica del suo tempo ed esule, capace di raccontare come pochi la complessità dell’esperienza umana tra amore, storia e ricerca di Dio
Il giorno di Dante, o meglio, del suo viaggio, che sarebbe iniziato, qui il condizionale è realmente d’obbligo, il 25 marzo del 1300: al di là delle disquisizioni sulla esattezza della data, il “Dantedì” è divenuto un modo per ricordare nella sua Firenze come a Roma, a Milano come a Napoli e Bologna, e ovviamente a Ravenna, luogo della sepoltura del sommo poeta, un uomo che ha fatto la storia non solo della letteratura.
Perché Dante è, molto prima del Rinascimento, l’immagine stessa dell’uomo immerso nella storia in tutte le sue sfumature, dalla politica alla religione, dal costume alla letteratura, dalla concezione dell’amore all’arte.
Dante rimane nell’immaginario collettivo perché ha incarnato la dimensione totale di una umanità che è passata attraverso la giovinezza spensierata, e l’amore, e poi la ricerca di un ruolo, e l’impegno politico, le amicizie e inimicizie politiche e letterarie, la fede che però non gli ha impedito di schierarsi contro personaggi della Chiesa da lui considerati non degni della sequela di Cristo.
Soprattutto un uomo che ha pagato di persona le sue scelte, bussando di porta in porta e facendo esperienza diretta di quell’esilio che non gli ha più permesso di ritornare nella patria perduta.
Tutto quello che è venuto dopo, compresi i salati conti di tutti noi studenti con i suoi -a volte- enigmatici versi, almeno per quell’età, da Giotto a Eliot, che ne fece una vera e propria bandiera per il suo “modernismo”, per non parlare di Borges, risente del suo magistero.
Perché la sua concezione dell’amore, che lo allontanò dal suo maestro Cavalcanti, e che risentiva anche dei Provenzali, è divenuta parte integrante dell’immaginario collettivo.
L’incontro, immortalato dalla tela di Henry Holiday nel 1883, a ben sei secoli di distanza, con Beatrice e che illustra bene quella sorta di sospensione del tempo che il poeta ha narrato nella Vita Nuova, non è che una delle tante testimonianze della perenne fascinazione dantesca.
Anche quando Dante affronta la politica, lo fa con decisione e spirito utopico: nella Monarchia scrive, in anticipo sui tempi, che è necessaria la separazione del potere temporale da quello religioso, tanto da causare forti risentimenti nella Chiesa stessa: eppure Dante fu un grande testimone della fede, tanto da farne il centro della più grande testimonianza della letteratura italiana, e tra le più grandi mai scritte da mano umana: la Commedia (il titolo Divina è una aggiunta più tarda).
Qui vengono raggiunti gli abissi della condizione umana, abissi che portano l’Alighieri anche a riflettere su se stesso, sul peccato, sulla redenzione e sull’immagine femminile che soprattutto tra fine del Purgatorio e Paradiso raggiunge vertici tali da essere ripresi dall’arte e dalla musica: si pensi alla splendida Matelda del XXVIII del Purgatorio che “disvia/ per maraviglia tutto altro pensare” o la celebre “Vergine Madre, figlia del tuo figlio,/ umile e alta più che creatura” proclamata da san Bernardo nell’ultimo canto del Paradiso.
Gran parte di tutto ciò che è venuto dopo non ha potuto ignorare questo geniale compendio in cui amore umano e divino, odio politico e pace, arte figurativa, poesia e fede, hanno creato le basi di una nuova, anche se con radici profonde, concezione del mondo. Non solo quello terreno.
