Chiesa
Card. Parolin, “la pace unica opzione possibile”
Il Segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, affronta i grandi temi della scena internazionale: guerra e pace, multilateralismo, ingiustizie e povertà crescenti, sovranismi, ruolo di Onu ed Europa, Trump e Putin, Medio Oriente, Cina… Sir anticipa alcuni estratti dell’intervista esclusiva realizzata dalla rivista culturale dell’Azione cattolica “Dialoghi”, nella quale il cardinale fra l’altro afferma: “È un’utopia pensare che la pace sia garantita dalle armi e dagli equilibri imposti dal più forte”
In un contesto internazionale segnato dal ritorno della logica della forza e dall’indebolimento delle istituzioni multilaterali, la diplomazia appare sempre più in difficoltà. Intervistato da “Dialoghi” (n. 2-2026, aprile-giugno), il Segretario di Stato vaticano, card. Pietro Parolin, riflette sulle trasformazioni degli equilibri geopolitici, sulla crisi del diritto internazionale e sulla tentazione di affidare la pace agli armamenti piuttosto che al dialogo. Cita Papa Francesco e Papa Leone. E non manca un affondo sull’Ue: “Va riscoperto ciò che ci unisce” e “abbiamo bisogno di ravvivare nei popoli il senso di appartenenza europea

In questa fase storica la diplomazia è messa in discussione dalla logica del più forte. Perché?
Non dobbiamo nascondere la testa sotto la sabbia, la logica del più forte è sempre esistita. Però è vero che, specie negli ultimi anni, la diplomazia, la creatività diplomatica, l’attitudine al negoziato, sono via via venute meno. È come se a poco a poco ci si arrendesse alla logica del più forte. Mi colpisce con quanta determinazione – stavo per dire facilità – l’opzione bellica viene presentata come risolutiva, quasi inevitabile, piegando il diritto internazionale a proprio piacimento. Mentre al contempo la diplomazia appare muta, incapace di attivare strumenti alternativi. Sembra venuta meno la coscienza del valore della pace, la coscienza della tragicità della guerra, la coscienza dell’importanza di regole condivise e del rispettarle.
Da dove ha origine la crisi del multilateralismo?
Se la analizziamo dal punto di vista degli effetti, è una crisi originata dall’uso della forza che si sostituisce alle regole e dal far prevalere il proprio interesse o l’interesse di pochi. Al contempo, come ho appena detto, dal venir meno della capacità di affrontare le questioni comuni attraverso soluzioni che coinvolgono tutti. Se analizziamo questa crisi in modo più approfondito, scopriamo che non si tratta soltanto di una volontà degli Stati di ridurre a un ruolo marginale le istituzioni internazionali, ma piuttosto dell’affermarsi di un multipolarismo ispirato dal primato della potenza.
A cosa si riferisce esattamente quando parla di “un multipolarismo ispirato dal primato della potenza”?
Intendo un multipolarismo che appare regolato dalla capacità di manifestare autosufficienza e potenza, dalla determinazione di preservare confini statali e ultra-statali pensando che siano impermeabili. Insomma, dal perseguire sempre e soltanto il primato e talvolta il predominio del proprio Paese, invocando il diritto internazionale soltanto quando fa comodo e purtroppo ignorandolo in tanti altri casi. Questo utilizzo di doppi standard non tiene conto di una verità della quale parlava già Immanuel Kant, nel 1795, nel suo Per la pace perpetua, quando sosteneva che “la violazione del diritto avvenuta in un punto della terra è avvertita in tutti i punti”. Per non essere astratti: molti governi si sono indignati per gli attacchi contro i civili ucraini da parte dei missili e dei droni russi, imponendo sanzioni agli aggressori. Non mi sembra che sia accaduto lo stesso con la tragedia della distruzione di Gaza…
Sullo sfondo c’è la pretesa di garantire la pace con le armi, mentre Leone XIV invita continuamente a una pace “disarmata e disarmante”. Svuotare gli arsenali, specie quelli nucleari, è un’utopia?
È piuttosto un’utopia pensare che la pace sia garantita dalle armi e dagli equilibri imposti dal più forte, piuttosto che dagli accordi internazionali. È un’utopia pensare che la pace sia garantita dalle armi anche perché non si tiene conto degli enormi interessi economici che sono in gioco. […]
Noi crediamo fermamente che gli arsenali vadano svuotati, a partire da quelli nucleari.
Non possiamo fingere di non ricordare che qualche decennio fa erano stati sottoscritti accordi importantissimi per una progressiva riduzione delle armi atomiche. Accordi che ora sono stati lasciati cadere e non vengono rinnovati per dare ancora più mano libera alla costruzione di strumenti di morte micidiali, in grado di annientare la vita sulla terra.
Nel 1989, dopo la caduta dei muri, si sperava in un mondo più libero e solidale. Lo stesso Giovanni Paolo II sognava un’Europa che respirasse finalmente a due polmoni, Est e Ovest. E invece ci sono stati l’11 settembre e una serie interminabile di guerre, tra cui la più sanguinosa – quella russo-ucraina – proprio ai confini orientali del nostro continente. Ci eravamo illusi o qualcosa non ha funzionato nella gestione dei nuovi assetti mondiali?
Non credo che ci fossimo illusi. Di certo san Giovanni Paolo II sognava un’Europa unita non dal consumismo e dalla globalizzazione ma da valori condivisi. La storia, ne dobbiamo prendere atto, è andata in un’altra direzione e invece di un mondo più libero e solidale abbiamo visto realizzarsi un mondo più instabile, senza che si siano posti efficaci rimedi alle tremende ingiustizie che vedono milioni di persone soffrire la fame, la sete, la privazione della minima assistenza sanitaria e di condizioni di lavoro degne dell’uomo. È fin troppo facile dire che qualcosa non ha funzionato: basti pensare, parlando solo dell’Europa, che siamo sprofondati in un clima da guerra fredda inimmaginabile pochi decenni fa.
La guerra russo-ucraina è una ferita nel cuore dell’Europa cristiana
e ci interpella particolarmente. Ho come l’impressione che non sia sufficientemente avvertita la devastazione che questa guerra ha provocato in Ucraina, l’enorme prezzo in vite umane, la distruzione delle città e delle infrastrutture. Servirebbe un sussulto di umanità e di responsabilità da parte di tutti. Invece fa male constatare che in molti casi l’unica risposta è quella del riarmo.
Lei parlando ai nunzi apostolici ha detto che è necessario tener conto del quadro concreto che si ha davanti. Bisogna cioè, anche in campo diplomatico, superare le nostalgie di un passato che non c’è più?
La diplomazia è l’arte del possibile e non può mai agire per schemi precostituiti, calati dall’alto, o sulla base di dottrine astratte. Bisogna sempre partire dalla realtà che si ha di fronte, anche se non ci piace, anche se non corrisponde alle nostre aspettative, anche se – talvolta – è spaventosa. Quanto al “passato che non c’è più”, mi verrebbe da dire che non solo i diplomatici della Santa Sede, ma tutti noi, mai possiamo costruire qualcosa di positivo nella nostalgia del passato: siamo chiamati a vivere il presente, il nostro presente, così com’è, facendo del nostro meglio per cambiarlo, per trasformarlo, senza mai arrenderci.
L’Europa unita è messa oggi in discussione, sia all’interno dai partiti cosiddetti sovranisti, sia all’esterno, con gli attacchi verbali (e non solo) di Putin e Trump. Bisogna riformare l’Unione europea per evitare che sia demolita? E come?
L’Europa non è un’entità determinata da confini geografici, ma una realtà che ha condiviso e che condivide valori comuni. Va riscoperto ciò che ci unisce. Dobbiamo ravvivare quanto ci ha reso ciò che siamo.
Sono convinto che l’Unione europea abbia necessità di riforme per evitare di decadere,
vittima non soltanto degli attacchi esterni ma anche dei protagonismi interni. Nelle crisi internazionali, anche in quelle purtroppo accadute ai nostri confini, a volte l’Europa non è stata capace di parlare con una sola voce. Abbiamo bisogno di ravvivare nei popoli il senso di appartenenza europea e nelle leadership la coscienza della necessità di azioni comuni senza mai venir meno ai principi che sono alla base dell’Unione europea stessa.
