Cultura
Calabria crocevia dei templari
La Croce di Pauciuri testimonia il legame esistente tra il Sud Italia e la Terrasanta
Una storia sorprendente e poco conosciuta, che collega la Calabria, le crociate e l’Ordine dei templari, viene ricostruita dallo storico Giovanni Cristofalo nel libro intitolato La croce di Pauciuri, l’ombra dell’Ordine di Sion e dei Templari in Calabria (Academ Editore). Era il 1989 quando, in un sito romano in località Pauciuri nel territorio di Malvito, in provincia di Cosenza, venne fuori una sepoltura monumentale, all’interno della quale furono scoperti i resti umani di un abate chiamato Ursus, la porzione di un vaso del X-XII secolo d.C., che attesta i contatti tra Pauciuri e l’Oriente bizantino, e una croce reliquiario bronzea proveniente dall’area siro-palestinese. Su quest’ultimo reperto, oggi esposto al Museo di Sibari, sono raffigurati dei simboli che rimandano al secolare ordine cavalleresco cristiano: una croce patente, con bracci che si allargano verso le estremità con sei punte (simbolo medievale di fede, cavalleria e potere), una croce potenziata, con bracci che terminano con una piccola traversa, e una croce fogliata con l’albero della vita, le cui estremità dei bracci, decorati a lisca di pesce, terminano con forme simili a foglie o germogli, convergendo verso un alveolo centrale che, molto probabilmente, custodiva uno dei frammenti della Vera Croce. Sono anche visibili sull’oggetto la lettera “U”, in minuscolo, e l’immagine di un orante con le braccia sollevate e aperte in preghiera, sul verso. Questi elementi lasciano pensare che la “croce di Pauciuri” sia, effettivamente, un’antica croce templare primitiva, o meglio, una croce patente primitiva dell’XI secolo. In quel periodo la Calabria, terra di confine tra Bizantini, Longobardi e Normanni, divenne lo spazio in cui proliferarono gli ordini sacri, tra cui i benedettini e i cistercensi, e gli ordini cavallereschi. In seguito il duca normanno Roberto il Guiscardo si lanciò alla conquista della Calabria, avviò la progressiva latinizzazione delle istituzioni politiche ed ecclesiastiche ed appoggiò papa Urbano II, che convocò la prima crociata e incontrò il clero presso l’abbazia della Matina, a San Marco Argentano. Dal “Regesto Vaticano per la Calabria” di Padre Russo, grande vaticanista calabrese, apprendiamo che un grosso contingente militare si costituì proprio intorno alla Matina, partendo alla volta della Terrasanta al seguito del figlio del Guiscardo, Boemondo. Questi fu incoronato Principe di Antiochia che, all’epoca, faceva parte dell’attuale Siria, terra natale di Ursus. Sempre in Siria fu forgiata la famosa croce reliquiario, ritrovata dai cristiani di Gerusalemme verso il 1009 e rimasta nascosta fino al 5 agosto 1099, quando riemerse durante la prima crociata. I cavalieri rientrarono poi in patria, e la croce fu consegnata a varie chiese e monasteri fra cui il monastero di Santa Maria Ligno de Crucis, a Malvito. Per quanto riguarda, invece, i resti umani rinvenuti nella tomba a Pauciuri, Cristofolo li attribuisce a Ursus, un monaco italo-greco vissuto nell’XI secolo, durante il periodo di transizione dalla cultura greca dei Bizantini a quella latina. Guidò, nel 1070, un gruppo di padri eremiti di Sant’Agostino nella foresta delle Ardenne, di proprietà di Goffredo di Buglione, e fu uno degli 8 monaci calabresi che, in Belgio, fondarono l’abbazia di Notre-Dame d’Orval, in seguito consacrata ai cistercensi da san Bernardo, che presenta molte similitudini architettoniche con l’abbazia calabrese della Matina. Ad Orval i frati ricevettero protezione da parte di Matilde di Toscana, zia e madre adottiva di Goffredo di Buglione, la quale aveva titoli e possedimenti in Calabria e fu, perfino, contessa a Bova. I religiosi furono, inoltre, tra i precettori di Goffredo di Buglione e, nel 1099, gettarono le basi per il Priorato di Sion, nel Regno di Gerusalemme. Alcuni documenti conservati nel convento di Altomonte, altre carte custodite nell’abbazia della Matina e lo scritto intitolato “Roberti Guiscardi Ducis Diploma” di Alessandro Pratesi attestano l’esistenza di Ursus, che fu presente nel 1065, insieme all’Arcivescovo di Cosenza Arnolfo, alla cerimonia per l’intitolazione dell’abbazia della Matina, fondata da Roberto il Guiscardo, e rivestì il ruolo di abate del Monastero di San Parasceve (o Santa Venere), nel distretto ecclesiastico della diocesi di Malvito. Nel suo studio Cristofolo si è avvalso dell’analisi di varie fonti storiche, che l’hanno aiutato a comprendere le incisioni sul reperto della croce, sul territorio circostante, sul Medioevo e sui personaggi. Le testimonianze sono tante e tutte comprovano il fatto che una terra come la Calabria, immersa nel Mediterraneo e vicina all’Oriente, non poteva non aver avuto a che fare con i templari. Molti non sanno che lo stemma della Regione Calabria contiene due simboli: uno è una croce latina, l’altra di Gerusalemme a significare la presenza massiccia dei calabresi alla prima crociata.

