Artemis II verso la Luna: la promessa del cielo

Tornare verso il nostro satellite naturale, a più di mezzo secolo dall’ultima missione umana, non è soltanto un’impresa tecnica. È anche una soglia simbolica che interroga la fede, la responsabilità dell’uomo nel creato e il desiderio, sempre vivo, di guardare al cielo per comprendere meglio la Terra

Torniamo sulla Luna, quasi ventimila, non leghe sotto i mari, ma giorni, dopo che ci separammo dal nostro satellite naturale il 14 dicembre 1972. Era l’epopea Apollo, oggi comincia la sorella Artemis, che è partita dalla storica piattaforma di lancio 39B del Centro spaziale Kennedy, in Florida, poche ore fa. Pur non sbarcando sulla Luna, l’equipaggio raggiungerà una distanza di circa 7.500 chilometri dal lato nascosto del nostro satellite, diventando la missione con equipaggio umano che si spingerà più lontano nello spazio profondo di sempre. Si tratta di un passaggio strategico in preparazione dello sbarco sulla superficie lunare delle missioni successive. A guidare l’equipaggio sarà Reid Wiseman, già a capo dell’Ufficio astronauti della Nasa, affiancato da Victor Glover nel ruolo di pilota. Completano l’equipaggio Christina Koch e il canadese Jeremy Hansen, entrambi in qualità di specialisti di missione. È un lancio da primato: Koch sarà la prima donna, Glover la prima persona di colore e Hansen il primo astronauta non statunitense a partecipare a una missione diretta verso la Luna. A bordo della capsula Orion, con tanta tecnologia europea e italiana dentro, gli astronauti saranno impegnati per circa 10 giorni, durante i quali faranno un giro completo attorno alla Luna prima di fare ritorno sulla Terra con un ammaraggio nell’Oceano Pacifico.

Sino a qui la cronaca e la scienza. Ma tutto questo interpella anche la nostra fede? Sì, perché la missione Artemis II tocca una soglia simbolica dell’umano: quella in cui la tecnica diventa racconto sul senso, e il cielo non è solo spazio da misurare ma una parola da contemplare. Artemis II riapre una domanda antica: che cosa significa “abitare il creato”? La Scrittura contempla il cielo come luogo di stupore e di lode, “i cieli narrano la gloria di Dio”, non come evasione dall’umano, ma come amplificazione della sua responsabilità.

Tornare verso la Luna non è fuga dalla Terra; è, semmai, un nuovo modo di guardarla.

(Foto SIR)

La missione Apollo 8, antesignana della missione odierna per scopi e modalità, ci restituì, come raccontarono gli astronauti stessi, una nuova visione della Terra, di noi. Una visione senza i confini politici, con le fragilità di un mondo bellissimo ma circondato da freddo e morte, termica e chimica. La fede è interpellata perché riconosce nell’essere umano non il proprietario del cosmo, ma il suo custode, perché l’esplorazione autentica dovrebbe essere sempre accompagnata da un’etica della cura. E sono passati ventimila giorni dall’ultima volta perché oggi non siamo disposti a mettere a repentaglio la vita di un astronauta per un pur nobile scopo come l’esplorazione del cosmo. Abbiamo bisogno di più certezze, e la tecnologia di ieri ce ne regalava in effetti poche.

C’è poi una dimensione antropologica quanto mai preziosa al tempo delle macchine intelligenti. Artemis II afferma che il corpo umano, fragile, limitato, esposto, è ancora misura della storia, anche nel vuoto cosmico.

La fede cristiana non separa spirito e corpo: l’Incarnazione dice che Dio ha scelto di abitare la materia. Ogni viaggio umano oltre i confini consueti rinnova questa verità: non si supera l’umano lasciandolo alle spalle, ma portandolo con sé, custodendolo. Possiamo ammirare da uno schermo quanto accade e passare oltre, oppure decidere anche noi, personalmente e comunitariamente, se il ritorno sulla Luna non possa riaccendere il desiderio più intimo dell’essere umano: guardare al cielo per comprendersi diverso sulla Terra.
In fondo, proprio per questo, è piovuto un Salvatore tra noi.


Luca Peyron