Attualità
Approvato il Ddl caregiver
Alessandra Servidori illustra a PdV potenzialità e debolezze del nuovo disegno di legge
Novità per i caregiver che nel nostro Paese si prendono cura di persone non autosufficienti e con disabilità gravi. A garantire il riconoscimento e la tutela di chi assiste è arrivato il disegno di legge caregiver approvato lo scorso 12 gennaio in Consiglio dei ministri e istituito dalla ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli. Quattrocento euro mensili erogati ogni 3 mesi a chi ha un Isee fino a 15mila euro. A beneficiare del bonus economico i conviventi che prestano assistenza per più di 91 ore settimanali a un familiare disabile e non autosufficiente. Un passo in avanti, che però ha causato malumori a livello nazionale. Oltre al sostegno economico servono maggiori servizi dedicati? Quali i pro e i contro? Ne abbiamo parlato con Alessandra Servidori, docente di politiche del welfare e componente CIDU Comitato interministeriale diritti umani.
Cosa pensa del Ddl caregiver familiare? Siamo davanti ad una rivoluzione o è uno specchietto per le allodole?
Non siamo affatto davanti ad una rivoluzione ma ad una pseudo riforma della non autosufficienza dove la confusione dei provvedimenti normativi è tanta e con l’impostazione generale del ddl caregiver familiare che non interagisce sull’assistenza domiciliare, sul rapporto con le pubbliche amministrazioni e con la necessità di una governance coordinata dei diversi interventi integrati socio-sanitari-assistenziali, la confusione è tanta . Dal 2017 con la legge di bilancio fu definito sia il profilo del caregiver familiare sia un Fondo-poi disperso tra i vari enti formativi- e adesso dicendo che prima non c’era nulla, si fa una affermazione mendace: si doveva procedere già dal 2017 con una definizione di quanti caregiver abbiamo e invece si è bloccato tutto e ora si è fatto un provvedimento che non risponde ai bisogni di diritti e tutele di 7 milioni di persone, in maggioranza donne, che assistono familiari disabili e non autosufficienti.
Criteri stringenti: 400 euro al mese non per tutti, quando lo Stato dovrebbe aiutare indipendentemente dalla soglia Isee
Prevedere un contributo di 400 euro mensili, che per altro partirà, forse, dal 2027 e potrà riceverlo solo chi assiste il parente per almeno 91 ore settimanali con l’Isee che non deve superare i 15 mila euro e con un reddito massimo di 3 mila euro l’anno, significa restringere la platea dei beneficiari a 52 mila persone. Infatti lo stanziamento per il 2027 di 257 milioni copre solo quella platea. Un cinismo da lotteria. Chi prima arriva……si iscrive al sistema e viene miseramente premiato?
Quali i pro? Quali, invece, i contro, anche alla luce della tutela previdenziale e pensionistica?
Non si può assumere l’idea del risarcimento, per altro effimero rispetto ad una figura che deve integrare e non sostituire come è stato fatto finora: è una platea di donne che garantiscono il servizio alla persona del proprio congiunto fragile, e con l’impostazione del Ddl si colpiscono donne alle quale viene negato un misero contributo se hanno una casa, qualche risparmio o addirittura devono lasciare il lavoro e senza alcun contributo ai fini previdenziali sono dunque esposte a povertà assoluta. Alcune regioni hanno promosso interventi che devono essere sostenuti con risorse dalla legislazione nazionale in termini di servizi di prossimità e aiuti concreti economici ai caregiver familiari. L’aspetto più preoccupante è la mancanza di riconoscimento del valore sociale ed economico del caregiver familiare ai fini della possibile apertura di un sistema contributivo previdenziale con posizione di previdenza complementare con le varie forme previste alle quali accedere nella piena libertà di scelta dell’uso delle risorse attribuite alla funzione di cura.
Dare un reddito è sì un sussidio, però i caregiver familiari si isolano ancora di più…
Si è impostato l’intervento sulla formazione, ma ognuno di loro invece deve avere un budget per scegliere di cosa hanno bisogno per un po’ di sollievo e non necessariamente formazione, perché quella la si impara sul campo e ci si organizza tra famiglie con i medesimi problemi, perché la rete è formidabile e ci si scambia esperienza. Se ho bisogno di tempo e sono affaticata fisicamente e psicologicamente decido io chi retribuire per un aiuto e scelgo anche con poche risorse un po’ di sollievo.
La misura taglia fuori i caregiver non conviventi. Reputa corretta questa decisione?
La legge 104 riconosce i permessi ai lavoratori e lavoratrici per assistere i familiari fragili, ma ha anch’essa dei punti che vanno corretti: per esempio il riconoscimento ai fini del premio di produttività perché lo prevede la norma ma non è applicata ai fini della performance e c’è un vulnus retributivo; e ancora attenzione a non confondere i caregiver familiari con i /le badanti perché questi sono operatori che hanno un contratto retribuito ed è fondamentale che i caregiver familiare siano conviventi perché diversamente avremmo un affollamento da altri paesi di richieste da parte di vari parenti stranieri, magari senza lavoro, che si offrono come caregiver.
Quando la malattia colpisce, ad essere coinvolto è l’intero nucleo familiare. Oltre al sostegno economico servono maggiori servizi dedicati
Serve che si risolva una volta per tutte la definizione di LEA livelli essenziali di assistenza socio/sanitaria a livello territoriale, serve che le Commissioni multidisciplinari che operano presso le sedi Inps assicurino una certificazione di invalidità insieme al caregiver familiare e dunque nel cosiddetto progetto di vita o nell’assegnazione di servizi e risorse siano previsti il sostegno concreto non solo alla persona fragile ma anche appunto a chi gli dedica la cura, tempo e amore e al bisogno un accompagnamento psicologico alla comunità familiare che affronta questo calvario.
Quali gli aspetti che secondo lei andrebbero migliorati? Cosa serve realmente ai caregiver?
La questione più inqualificabile è la previsione nell’ambito delle tutele previste dal ddl per i caregiver familiari (in maggiore quantità donne) è nell’ “offrire” una sorta di formazione certificata magari non solo a babysitter e badanti (pensando così di dare risposte alla questione dell’occupazione femminile ma sempre schiacciata sui servizi dunque di lavoro povero) e di avere riconosciute le competenze acquisite (a fine missione familiare) nella cura per la qualifica di operatore socio-sanitario o di altre figure dell’area socio sanitaria, certificabili dagli organismi competenti e dalle normative regionali di riferimento, per si dice il reinserimento lavorativo. Per le caregiver visto che i requisiti sono così stringenti si preclude ogni possibilità di lavoro anche occasionale, che consenta di raggiungere un reddito dignitoso e potersi costruire un progetto di vita autonomo rinchiuse nel ruolo di assistenza domestica. Il/ la caregiver familiare non viene considerata come soggetto del sistema di welfare perché non viene garantito un sistema strutturale di servizi, protezione sociale in un impianto della riforma complessivo della non autosufficienza che non chiarisce per esempio l’utilizzo delle risorse del Pnrr. Il Parlamento si prepari ad emendare pesantemente il ddl per il bene di tutti.
