Amendola (teologo), “Quo vadis, humanitas?”, “il dono dell’umanità è la divinizzazione”

Lo studioso, di Paola, rilegge per noi il documento della Commissione teologica internazionale sull’antropologia cristiana

Giovanni Amendola, di Paola, è docente di Introduzione alla teologia e di Teologia fondamentale presso l’Istituto teologico calabro “San Francesco di Paola”, nonché docente di Rivista cristiana e intelligenza artificiale all’Istituto superiore di scienze religiose “San Francesco di Sales”, dell’arcidiocesi di Cosenza – Bisignano. 

Amendola rilegge per noi alcuni punti significativi di “Quo vadis, humanitas?”

Quo vadis humanitas affronta in maniera specifica il tema delle intelligenze artificiali. Siamo davvero arrivati a un punto in cui le macchine superano l’uomo tanto da annientarlo?

La domanda che poni credo sia davvero importante e il documento della Commissione Teologica Internazionale lo affronta con particolare lucidità senza affrettarsi in risposte scontate e superficiali. Potremmo dire che c’è una forma dell’umano che effettivamente l’intelligenza artificiale sembra superare, direi che si tratta dell’umano ridotto alla mera dimensione materiale e calcolante. E purtroppo noi esseri umani rischiamo costantemente questa caduta. Ci affossiamo nell’uomo vecchio, ritenendoci incapaci di cambiare davvero la nostra mente, soggiogati, per dirla con san Paolo, alla legge del peccato che ci rende schiavi. Schiavi proprio come le intelligenze artificiali che non possono far altro che obbedire ai programmi automatici che ne orientano ogni minimo movimento. Eppure l’essere umano può realmente superare se stesso, non con le illusioni post-umane e trans-umane, ma con l’unico modo che ne realizza fino in fondo la sua umanità, “il dono della divinizzazione”, come sottolinea la Commissione Teologica Internazionale, riprendendo un tema fondamentale della Tradizione cristiana: la vocazione dell’essere umano ad essere-in-Cristo, a trasfigurare se stesso nella sua Verità, a rivestire l’Uomo Nuovo, partecipando alla vita stessa di Dio, divenendo figlio nel Figlio ed esprimendo in questo mondo la libertà e la potenza dei figli di Dio.

Come si può dare un giudizio equilibrato sulle nuove tecnologie? Cioè come conviverci senza demonizzarle né esaltarle?

La tecnologia, come il Magistero cattolico ha sempre sostenuto, è un grande dono di Dio, ma in questo mondo è sottoposta alla drammatica ambiguità della distorsione operata dal peccato originale. Per cui c’è una grande ambiguità nell’avanzamento della tecnologia: da un lato ci offre la possibilità di lottare contro la sofferenza e le separazioni, basti pensare agli enormi progressi delle scienze mediche e a quanto sollievo possono offrire a noi esseri umani o alla possibilità di entrare in relazioni sempre più unificate a livello planetario; dall’altro può divenire uno strumento di enorme alienazione e di distruzione, si pensi ad esempio alla problematica ecologica, alle minacce di guerre nucleari o alla crescente depressione degli umani nelle società più tecnologizzate. Dinanzi ad una tale potenza l’essere umano sembra soccombere. Eppure come già intuiva il grande teologo del Novecento Romano Guardini (citato tra l’altro nel documento), questo irrompere della tecnica alla fine dell’epoca moderna può essere occasione di una crescita di consapevolezza e di libertà per ogni essere umano, una riscoperta della dimensione sua più propria, il suo essere spirito incarnato e co-creatore, e perciò in grado di orientare ogni cosa, anche la tecnologia più potente, nella direzione del Regno di Dio.

Quale il compito della teologia per favorire uno sviluppo integrale dell’uomo in tutte le sue dimensioni naturali?

Oggi il compito della teologia è innanzitutto quello di non rinchiudersi in se stessa, nei suoi linguaggi consolidati del passato, ma di aprirsi sempre più al dialogo con gli altri saperi, con le altre culture e con le altre tradizioni filosofiche e religiose, perché nel dialogo autentico ed evangelizzante la fede si accresce. Negli ultimi anni il Magistero ha insistito proprio sul bisogno radicale di interdisciplinarietà e perfino di transdisciplinarietà. Infatti il mondo è frammentato, il sapere è specializzato. Abbiamo un estremo bisogno di una nuova grande sintesi, in cui tutte le dimensioni dell’umano si armonizzino. La teologia dovrà avere il compito di indicare con sempre più chiarezza l’apertura trascendente dell’umano, la sua dimensione spirituale, la possibilità effettiva di fare oggi esperienza di tutto questo: esperienza concreta di Dio, esperienza di ascolto profondo di Sé, esperienza della presenza di Dio in noi, esperienza personale dei grandi misteri della fede cristiana. In altri termini, la teologia dovrà innanzitutto aiutarci ad una reale esperienza di contemplazione cristiana. Soltanto partendo dall’esperienza dall’Infinito Amore che è in noi e si rende a noi accessibile, oltre ogni nostra ideologia o idolatria, potremmo attraversare questi tempi così critici con la forza inarrestabile dello Spirito.