Editoriali
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Riconoscere i talenti dei giovani

A Napoli si è tenuto un convegno su Chiesa e lavoro, protagoniste le diocesi del Mezzogiorno. Un "nuovo corso", che coinvolgimento dei giovani nell'azione pastorale. Ma soprattutto la necessità di non impantanrsi in "piagnistei" e "paternalismi". Investire sulle giovani generazioni un compito necessario per la società. La parabola dei talenti così è capovolta.

Parole chiave: chiesa e giovani (1), chiese del sud (1), napoli (9)
foto www.viverecremona.it

Riconoscere i talenti in mano ai giovani è un po’ come capovolgere la parabola del Vangelo. È uno degli impegni che le Chiese del Sud si sono dati a Napoli nell’incontro su giovani e lavoro. “Far leva sulle giovani generazioni è un atto di lucidità politica” – come hanno scritto i presidenti delle Conferenze episcopali coinvolte – ma è un atto che richiede alla società tutta, e a quella adulta in particolare, una presa di coscienza: c’è terreno buono su cui bisogna seminare. Via dai luoghi comuni, quei “piagnistei” richiamati da monsignor Galantino, via dalle frasi fatte che troppo spesso descrivono una gioventù bruciata manco fosse la pellicola di James Dean; o di giovani senza spina dorsale o ancora amorali o parassiti. I giovani, tanto più che molti – e i vescovi lo hanno riconosciuto – per trovare un pertugio, escono dai confini italici, hanno molto da dare a questa società. Sì, in una società ipertecnologica eppure capace di fare scudo contro chi vuole innalzare muri; sempre connessa eppure vivificata da un movimento giovanile creativo e operoso. Chi più delle Chiese del Sud può testimoniare l’abnegazione nel volontariato, nelle realtà associative, in quelle anche ecclesiali, delle giovani generazioni?

La nostra Calabria ne è esempio lampante. Quante realtà nel sociale esprimono bene il talento che i giovani di oggi portano con sé?!... Quante professionalità vengono spese a servizio delle stesse, magari piccole, realtà aziendali locali? Il futuro dei giovani non può fondarsi sui call center che spesso, più che base almeno un po’ sicura, sono stati sabbia o canna sbattuta dal vento. I diversi attori sociali hanno il dovere di fare giustizia: non devono dare patenti col nome di talenti auspicando che vengano ben investiti, devono investire su quei talenti che sono capitale prezioso e che sono proprio i nostri giovani.

Le inchieste di giornale, anche delle testate più piccole, come la nostra, questa realtà la disegnano chiaramente. Ci sono ingegneri, ricercatori, medici, docenti che, partiti dalle povere province del Sud, sono riusciti ad emergere. Come cronisti, abbiamo raccontato i loro riconoscimenti. Come giornalisti, li abbiamo incontrati, seguiti, intervistati. Ci hanno raccontato di amare la propria terra, spesso però di non sentirsi amati. La parabola capovolta. Perché tanti giovani attendono che altri investano i talenti per amore loro.

La Chiesa – si dice spesso – non ha soluzioni tecniche. È giusto che sia così, nell’ottica di quella sussidiarietà ancora richiamata da monsignor Galantino. La Chiesa non può supplire alle deficienze di una politica troppo spesso ripiegata sullo scandalo e troppo poco attenta alla voce dei giovani cittadini.

Ben venga il “nuovo corso”, “l’atto di coraggio pastorale” invocato dalle Chiese del Sud. Ben venga il desiderio di “coinvolgere i giovani, professionisti e lavoratori, direttamente nell’azione pastorale delle Chiese”. Come ha chiesto il card. Sepe, c’è bisogno di ascoltare il cuore pulsante protagonista, quello di chi si affaccia al mondo del lavoro. Per essere voce. Sperando di non gridare nel deserto…

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