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La liberazione di Mosul non basta ai cristiani per tornare nei villaggi

La battaglia di Mosul, tra le forze irachene e i miliziani dello Stato islamico, vede spettatori interessati le decine di migliaia di cristiani riparati dall'estate 2014 a Erbil (Kurdistan iracheno), scappati da Mosul e dai villaggi della Piana di Ninive, per sfuggire alla brutale violenza di Daesh. Sanno bene, infatti, che il loro ritorno non dipenderà solo dalla sconfitta di Daesh ma anche dalla ricostruzione delle loro case, chiese e cimiteri distrutti e profanati in questi anni di occupazione jihadista. C'è un'altra sfida non meno impegnativa per i cristiani: ricostruire la fiducia verso quei musulmani che hanno appoggiato lo Stato islamico contribuendo in qualche modo alla sua vittoria. Insomma, liberare Mosul potrebbe non bastare ai cristiani per rientrare nelle loro terre e case. La testimonianza del sacerdote siro-cattolico padre George Jahola, che assiste e conforta gli sfollati cristiani a Erbil.

La liberazione di Mosul non basta ai cristiani per tornare nei villaggi

È un sentimento traballante tra la voglia di tornare e la prudenza che ti spinge ad aspettare ancora, quello che le migliaia di sfollati cristiani a Erbil stanno provando durante questi mesi di offensiva dell’esercito iracheno per liberare Mosul dalla stretta dei miliziani dello Stato islamico (Daesh). Su tutto la speranza di poter riavere indietro ciò – o almeno in parte – era loro e che hanno dovuto abbandonare in fretta e furia tra giugno e agosto 2014 per sfuggire alla furia del Califfato che dopo Mosul aveva invaso anche i villaggi cristiani della Piana di Ninive. Case, terre, negozi, la loro vita, il loro lavoro. A raccontarlo al Sir è il sacerdote siro-cattolico della diocesi di Mosul, padre George Jahola, da sempre a fianco dei cristiani in fuga e riparati a Erbil, capitale del Kurdistan iracheno.

La sfida più grande. “La stragrande maggioranza delle case dei villaggi cristiani della Piana di Ninive è distrutta, molte le abitazioni incendiate. Tutte sono state saccheggiate da Daesh, dal sedicente Stato islamico”, dice il sacerdote, che è stato incaricato da monsignor Petros Mouché, arcivescovo siro-cattolico di Mosul, di Kirkuk e di tutto il Kurdistan, di stilare un inventario delle strutture (abitazioni, chiese, luoghi di culto cristiani e cimiteri) distrutte, necessario a redigere un rapporto da sottoporre ai donatori e benefattori in vista di una ristrutturazione. Stime piuttosto precise parlano di almeno 6.000 case da demolire e da rifare da capo. “Senza una casa, un tetto sulla testa, senza la sicurezza non ci sarà mai un ritorno dei cristiani nei loro villaggi – sottolinea padre Jahola -. Sabato 4 marzo presenteremo, a Erbil, il rapporto definitivo ai media e ai diplomatici presenti in città. Lo scopo è anche sollevare il tema della sicurezza delle comunità cristiane. Questa, è bene dirlo, dipende molto dalla liberazione di Mosul. Quando la città sarà liberata allora si potrà parlare di sicurezza a ragion veduta”. La sfida più grande per i cristiani è ricostruire la riconciliazione e la fiducia verso i loro vicini musulmani. “Non sono poche le famiglie cristiane che dicono di essere state tradite da quelle musulmane che ritenevano essere amiche – ammette il prete siro-cattolico – anche questo stato d’animo smorza un po’ il desiderio di tornare nei villaggi di origine. C’è stato anche chi ha deciso di partire per rifarsi la vita all’estero, lontano dalla guerra”. “Maggio e giugno dovrebbero essere i primi mesi del ritorno dei cristiani nei loro villaggi. Sarà un periodo in cui dovremo lavorare sulla ricostruzione delle case e dei cuori delle persone per ricreare quel tessuto di convivenza lacerato dalla guerra. Lo Stato è chiamato a fare la sua parte garantendo a tutti la sicurezza e la difesa davanti a nuove invasioni e attacchi ai villaggi”.

Bollettino militare. L’emittente curda Rudaw, oggi, ha annunciato che le forze di sicurezza irachene sono riuscite a prendere il controllo della strada principale che collega Mosul a Tal Afar, tagliando la rotta utilizzata dall’Isis per i rifornimenti e gli spostamenti dei suoi combattenti. Nel corso dell’avanzata su Mosul le forze irachene hanno rivenuto ad al Kasfah (20 km a sud di Mosul) la più grande fossa comune dell’Isis scoperta in Iraq. Abitanti del luogo parlano di almeno 4mila vittime freddate con un colpo alla nuca e gettate in questa “buca del terrore”. I bollettini militari di questi giorni parlano, inoltre, di forze irachene che avrebbero conquistato il quartiere Jawsaq nella zona Ovest della città, assicurandosi il controllo di un ponte strategico, il quarto, nel lato sud-occidentale sul fiume Tigri. Sono cinque i ponti sul fiume Tigri che collegano la zona Ovest a quella Est della città, tutti parzialmente distrutti dai raid della coalizione internazionale a guida americana all’inizio dell’offensiva contro l’Isis a Mosul, lanciata lo scorso ottobre. È di un mese fa la notizia della riconquista della zona Est della città. Gli iracheni possono ora creare un ponte galleggiante che possa fungere da linea di rifornimento. Bandiera irachena issata anche nei distretti di Tayaran e di Maamoun a Mosul Ovest. L’avanzata permette così il passaggio di colonne militari irachene da Mosul Est a Ovest che avviene con ponti mobili, situati nei quartieri di Falastin e Yarimja. Man mano che vengono liberate le zone della città si procede alla bonifica prestando particolare attenzione a possibili attentatori suicidi, arma letale dei jihadisti del califfo al-Baghdadi. Sale anche la preoccupazione per le centinaia di migliaia di civili intrappolati nei quartieri non ancora liberati, mentre migliaia sono quelli che hanno lasciato le zone dei combattimenti per rifugiarsi fuori da Mosul o nei quartieri orientali già liberati. I bollettini di guerra possono lasciare il tempo che trovano. Per don Jahola “non basta sconfiggere lo Stato Islamico militarmente. È necessario fronteggiare la sua mentalità diffusa in tanti abitanti di Mosul, che lo hanno sostenuto e con i quali adesso si dovrà dialogare per evitare vendette crudeli”.

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