Striscia di Gaza e Cisgiordania: Asfar (Caritas Jerusalem) “Una catastrofe che chiede speranza e corresponsabilità”

“La distruzione a Gaza è totale. Dopo 28 mesi di guerra, la popolazione è stremata e solo ora, con il cessate il fuoco, inizia a rendersi conto della portata della catastrofe”.

Anton Asfar, direttore di Caritas Jerusalem, descrive così, al Sir, la crisi umanitaria in atto nella Striscia di Gaza. Un’emergenza che coinvolge anche la missione della Caritas, che fa capo al Patriarcato latino di Gerusalemme, che a Gaza porta avanti una serie di progetti sanitari, lavorativi, assistenziali, per tentare di rispondere ai bisogni primari di tutti gli abitanti, non solo i cristiani. “Negli ultimi mesi molti abitanti sono stati evacuati da Gaza City verso il sud. Anche 102 operatori di Caritas, con le loro famiglie, hanno dovuto spostarsi – racconta -. Siamo stati costretti a chiudere il nostro centro medico nel campo profughi di Al-Shati, a svuotare i magazzini di farmaci e a trasferire attrezzature e materiali presso la parrocchia della Sacra Famiglia. È un continuo spostarsi da un luogo all’altro”. Solo con l’annuncio del cessate il fuoco, il 10 ottobre, parte dello staff è rientrato a Gaza City. “Un ritorno scioccante: interi quartieri di palazzi multipiano non esistono più o sono gravemente danneggiati. Le famiglie non hanno più una casa. Le infrastrutture sono distrutte, l’acqua potabile scarseggia. Senza acqua non c’è vita”. Alla mancanza di acqua si sommano quelle di medicinali e forniture sanitarie: “Abbiamo faticato a far entrare gli aiuti. Il 12 ottobre siamo riusciti a distribuire 10mila confezioni di latte per bambini. Il 29 dicembre sono arrivati farmaci e materiali medici che hanno permesso di rifornire i nostri magazzini”. Oggi Caritas gestisce punti medici a Deir al-Balah, nel campo di Al-Shati e ad Al Rimal, dove è stato aperto un nuovo ambulatorio per l’assistenza primaria, oltre a un servizio dedicato a madri e bambini, sostenuto anche da Caritas Italiana. Il pensiero di Asfar va ai tantissimi bambini rimasti orfani o che hanno perso numerosi familiari e amici. “A questi piccoli cerchiamo di dare supporto psicologico fornendo loro anche alimenti e integratori. È una sofferenza continua”. “Cerchiamo con tutte le nostre forze di non lasciare indietro nessuno” ribadisce il direttore. “I cristiani a Gaza sono appena 570, ma la nostra azione è rivolta a tutti. Operiamo senza discriminazioni. In un contesto di scarsità di medicine e servizi, siamo diventati un punto di riferimento per l’intera popolazione. Anche altri medici indirizzano da noi i pazienti”. “Ricostruire Gaza è una sfida immensa”. Con buona pace del Board of Peace. Per rendere l’idea della gravità della situazione Asfar ricorre a una metafora: “È come trovarsi davanti a un fiume in piena e cercare di salvare bambini, che arrivano a centinaia, in preda ai flutti. Non possiamo farcela da soli. Collaboriamo con organizzazioni locali e internazionali: gli abitanti di Gaza oggi dipendono fortemente dagli aiuti”. Per questo ogni nuova fornitura di medicinali o l’apertura di un ambulatorio rappresentano “un segno di speranza. Ma senza il sostegno della comunità internazionale – avverte – rischiamo di restare bloccati”. Da Gaza alla Cisgiordania. Non meno preoccupante è la situazione in Cisgiordania, altro fronte della missione della Caritas Jerusalem. “Ogni volta che torno resto colpito dai cambiamenti: nuove strade, cancelli, recinzioni, restrizioni alla libertà di movimento. Villaggi isolati palestinesi, tensioni crescenti”. Da Ramallah a Nablus, fino a Jenin, il quadro è segnato da difficoltà economiche e sociali profonde. “La frustrazione può generare rabbia, e noi non vogliamo altra violenza”. Per questo Caritas sostiene agricoltori, giovani e donne con programmi di creazione di lavoro, microprogetti, borse di studio e sostegno alle famiglie vulnerabili. “Ma da soli – ripete come un mantra – non possiamo farcela”. Da qui l’appello alla Chiesa universale a non distogliere lo sguardo dalla Terra Santa: “Serve un processo di guarigione, ma richiederà anni. Chiediamo di continuare a sostenere questa Terra dilaniata, come fatto in questi due anni, e di incoraggiare il ritorno dei pellegrinaggi: Gerusalemme, Betlemme, Nazareth sono luoghi sicuri. L’incontro con le ‘pietre vive’, le comunità cristiane locali, è fondamentale per preservarne la presenza”. Sul piano politico, ribadisce la posizione della Chiesa a favore della soluzione dei Due Stati, pur consapevole delle difficoltà: “Non sono un politico, ma servono dialogo, giustizia ed equità. Sarà un cammino lungo”. Infine, un pensiero al legame con la Chiesa italiana: “La collaborazione con Caritas Italiana è storica e preziosa. Sostiene interventi d’emergenza, cure mediche, creazione di lavoro, borse di studio e nuovi centri pastorali. In una terra segnata dalla devastazione – conclude Asfar – ogni gesto di solidarietà, ogni preghiera, ogni aiuto è un seme di speranza. Da soli non possiamo farcela. Insieme, sì”.