Cultura
La gioia del Poverello sofferente
All’approssimarsi della fine della sua esistenza terrena, il santo lasciò un testamento spirituale che parla al mondo intero
In occasione dell’ottavo centenario dal transito di san Francesco d’Assisi, la Biblioteca Francescana pubblica il volume Un canto all’amore di Dio – Gli ultimi anni di Francesco d’Assisi, a cura di Marco Bartoli, già docente di Storia medievale alla Lumsa, specializzato in storia del francescanesimo. L’esperto si concentra sugli avvenimenti che hanno segnato gli ultimi istanti della vita del Poverello, che fu una continua, costante e incessante lode a Dio e al creato. Nel 1223 Onorio III approvò la Regola dei frati minori e, a dicembre dello stesso anno, ci fu la rappresentazione sacra del Natale a Greccio, grazie alla quale il santo “assaporò” la povertà di Gesù. Nel 1224 si ritirò a La Verna dove ricevette le stimmate e dove, raccolto in preghiera e sofferente, compose i “Fioretti”. Agli inizi del 1225 si recò nel monastero di San Damiano, nel quale ricevette cure e attenzioni da parte di Chiara e delle altre consorelle. Afflitto da disturbi al fegato e alla vista, Francesco non poté più dedicarsi all’apostolato diretto, e spese le sue poche energie pregando e meditando Dio. Fu portato a Siena per cercare di respirare aria più salubre, ma la sua salute continuò a peggiorare. Rientrato ad Assisi si fece portare a Santa Maria degli Angeli, dove desiderò morire per completare quella vita che proprio lì aveva iniziato con la benedizione della Vergine Maria, a due passi dalla Porziuncola. Si spense il 3 ottobre 1226 a soli 44 anni. Questi momenti consacrarono definitivamente Francesco come vero e autentico “eroe cristiano”, la cui eredità culturale e umana rivive nei suoi scritti: il “Cantico di frate sole”, composto a San Damiano, dopo una notte trascorsa a lamentarsi per i dolori patiti, le “lettere” sulla predicazione indirizzate ai confratelli, il “Testamento di Siena” o “Piccolo Testamento”, con cui raccomanda i fraticelli a vivere l’amore fraterno, a osservare la povertà e a sottomettersi a santa madre Chiesa, e il “Testamento” finale. In quest’ultimo documento, dettato negli ultimi giorni di vita, quando era preda di una grande sofferenza e cantava ormai le lodi a sorella morte, Francesco rivela le basi della sua missione religiosa definendole “rivelazioni”, e riaffermando i cardini della sua vocazione centrata sulla povertà, sull’obbedienza alla Chiesa, sul lavoro manuale e sulla misericordia vissuta con i lebbrosi. I suoi ultimi momenti di vita – sottolinea Bartoli – riassumono il senso di una totale conformità alla Parola del Vangelo e un estremo bisogno di annunciare la pace. Il santo ha insegnato ad essere beati, vivendo la propria tribolazione e sostenendo quella degli altri. “Laudato sii, o mio Signore, per quelli che perdonano per amor tuo e sopportano malattia e sofferenza. Beati quelli che le sopporteranno in pace perchè da te saranno incoronati”, si legge nel Cantico. Nel componimento in volgare intitolato Audite poverelle, indirizzato a Chiara e alle consorelle, scoperto nel 1976, si legge: “Quelle ke sunt aggravate de infirmitate / et l’altre ke per loro suò affatigate, / tutte quante lo sostengate en pace, / ka multo venderite cara questa fatiga, /ka ciascuna serà regina / en celo coronata cum la Vergene Maria”. La gioia più grande sta non nell’evitare l’infelicità dell’altro, ma dargli conforto e sostegno. Qui – dice Bartoli – c’è la piena realizzazione di uno dei detti di Gesù, non contenuti nei Vangeli ma testimoniati negli Atti degli Apostoli, là dove Paolo dice agli anziani di Efeso: “In tutte le maniere vi ho dimostrato che lavorando così si devono soccorrere i deboli, ricordandoci delle parole del Signore Gesù, che disse: Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!” (At 20, 35). Francesco insegna a vivere fino in fondo il sentimento della gioia, che si avverte stando accanto agli altri, ma anche la spensieratezza, la tenerezza, la leggerezza, l’incanto e l’amicizia di un amore che non finisce con la morte. La nobile romana Giacoma Francipane de’ Settesoli (frate Jacopa), nota per i famosi “mostaccioli” che piacevano tanto a Francesco, stette vicino al santo fino all’ultimo momento, e l’abbracciò inondandolo di lacrime quando morì. Lui e Jacopa, la povertà e la ricchezza, si incontrano e suggellano un legame eterno. E qui sta un altro grande insegnamento: credere nella reciprocità di un amore libero e senza peccato, stando gli uni accanto agli altri nel pieno rispetto delle differenze.

