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Milano-Cortina 2026. Govoni (Still I Rise): “La pace si costruisce con l’istruzione, l’identità e la libertà”
Nicolò Govoni, attivista e fondatore di Still I Rise, sarà portabandiera olimpico a Milano-Cortina 2026. Attraverso l’evento intende promuovere a livello globale istruzione, diritti dell’infanzia e autodeterminazione dei popoli. La sua organizzazione opera in contesti fragili come Siria, Congo e Kenya per garantire scuole gratuite e di eccellenza ai bambini più vulnerabili
“La pace si costruisce con l’istruzione, l’identità e la libertà”. Nicolò Govoni, scrittore e attivista per i diritti umani, è il fondatore e presidente di Still I Rise, organizzazione umanitaria che garantisce istruzione di eccellenza gratuita ai bambini profughi e vulnerabili in Grecia, Siria, Kenya, Repubblica Democratica del Congo, Yemen e Colombia. Venerdì 6 febbraio sarà tra i portabandiera della bandiera olimpica alla cerimonia di apertura dei Giochi invernali di Milano-Cortina, allo stadio di San Siro.
Hai definito questo incarico “l’onore più grande” della tua vita. Come ha vissuto la notizia e che cosa rappresenta per Still I Rise?
È senz’altro una grandissima opportunità per me e per l’organizzazione di portare il nostro messaggio davanti al mondo, davanti a quasi due miliardi di telespettatori. La speranza è di poter dare risalto alle problematiche che ci stanno a cuore: la crisi scolastica e i diritti dell’infanzia. E quale occasione migliore di questa, in cui porto la bandiera olimpica che richiama la pace?

(Foto Still I Rise)
La parola “pace” oggi rischia di apparire astratta. In che senso l’educazione è una via concreta per costruirla?
L’educazione è un aspetto fondamentale della pace. La pace si costruisce solo con l’istruzione, l’identità e la libertà. Quando si parla di pace è quasi sottinteso che per crearla basti smettere di combattere. Ma non è così: la gente combatte per una ragione, che noi possiamo ritenere valida oppure no.
Se analizziamo i conflitti che macchiano il mondo oggi, vediamo che spesso è una questione identitaria: ci sono popoli che combattono perché credono di avere diritto a una terra, a una cultura, a una religione, a delle risorse.
Per me si tratta di una pace costruita con la consapevolezza, di persone che devono potersi autodeterminare. E per poterlo fare devono avere la conoscenza di chi sono.
Still I Rise opera anche nella Repubblica Democratica del Congo, segnata da una guerra prolungata. Che lettura offrono oggi questi contesti dei conflitti in corso nel mondo?
Il fattore principale per me è sempre lo stesso: la possibilità di alcuni popoli di potersi autodeterminare. Questo lo vediamo un po’ ovunque: in Iran, in Palestina, forse anche in Venezuela. È sempre una questione di ingerenza esterna che impedisce a un popolo di autodeterminarsi, e quindi quel popolo prende in mano le armi. In Congo ci sono potenze estere che interferiscono in modo molto prominente sul territorio, creando disfunzioni importanti. Questo non vuole sollevare chi effettivamente prende le armi da una responsabilità. Però è indubbio che, nel momento in cui non si lasciano stare questi popoli, continueranno a cercare di affermare il proprio diritto sulle risorse e sulla terra.
Il lavoro dell’organizzazione si svolge lontano dai riflettori, nei campi profughi e nelle scuole. Come si tiene insieme questa dimensione con la visibilità globale delle Olimpiadi?
Tutto deve essere utile e strumentale alla causa. Vedo questa opportunità come un tassello aggiuntivo rispetto all’obiettivo che stiamo cercando di perseguire: per me nulla è fine a se stesso.
È senz’altro un grande onore, ma non è l’occasione in sé ad essere notevole, è come poi noi riusciremo a impiegarla per raggiungere gli obiettivi di Still I Rise.
Noi lavoriamo in contesti poco noti o comunque poco interessanti per la maggior parte delle persone. Ogni occasione, e questa più di qualsiasi altra finora, avrà il ruolo di darci un megafono, di amplificare queste cause.
L’educazione può essere considerata un atto politico?
Assolutamente sì. L’istruzione è un’arma. Il popolo istruito è un popolo meno incline a essere controllato e strumentalizzato. Istruire le persone è un atto sovversivo, specialmente in alcuni contesti dove governi e poteri paragovernativi esistono solo perché il popolo non è equipaggiato.
Istruire è un atto politico, ma non un atto di parte: quando si parla di politica purtroppo si parla sempre di fazioni e di schieramenti.
Per noi non c’è uno schieramento: l’unico fronte è l’essere umano.
La sua presenza come portabandiera è anche un messaggio per i giovani?
Sento una grande responsabilità. Voglio poter incarnare l’Italia, voglio poter dare prova concreta di un sogno che si può raggiungere. Mi piacerebbe che questa mia presenza non fosse fine solo a me e a Still I Rise, ma che potesse dimostrare a tanti giovani che inseguire un sogno vale la pena e può portare anche risultati molto concreti. Spero che questo possa essere un’ispirazione. Se anche solo uno di loro capirà che prendersi cura degli altri è una responsabilità possibile, allora quel gesto avrà davvero senso.
